Il blog di Italians for Darfur

mercoledì, marzo 04, 2009

Insieme ai rifugiati al Colosseo


Nel giorno in cui il Tribunale Penale Internazionale annuncia di aver autorizzato il mandato di arresto contro il presidente del Sudan Omar al Bashir non si può festeggiare, ma si deve ricordare. Ed è per questo che abbiamo affiancato la comunità darfuriana nel Memorial Day per il Darfur.
E’ quanto abbiamo ribadito in questa giornata così importante per il Darfur
intervenendo alla cerimonia in ricordo delle vittime del conflitto che si è svolta davanti al Colosseo.
Un centinaio di rifugiati e altrettanti italiani hanno partecipato all’iniziativa (foto di Giulia Zandino). All’annuncio della decisione della Corte si è levato alto un coro di acclamazione per il procuratore Ocampo.
“Questo è un giorno importante per la giustizia internazionale – ha sottolineato Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur – ma soprattutto per il Darfur. In cinque anni di guerra brutale e sanguinaria sono stati perpetrati crimini feroci. I rifugiati del Darfur in Italia, che supportiamo nell’azione di oggi come sempre. hanno ricordato che questo conflitto è costato alla loro patria migliaia di vittime e milioni di sfollati che hanno visto le loro case distrutte e intere comunità disperse. Tutto ciò non può rimanere impunito. E oggi la speranza che possa essere così è più forte”.
“Un giorno speriamo che la pace torni nel nostro Paese – ha affermato Suliman Hamed prima di leggere l’elenco delle vittime del Darfur - Sappiamo oggi che quella pace è più vicina, perché vediamo che non c’è impunità per i crimini commessi in Darfur e che tutti quelli che hanno sofferto, che hanno perso le madri, i padri e i figli, non sono stati dimenticati. Le loro perdite terribili sono state riconosciute e saranno trattate con dignità. E’ per questo che ci siamo riuniti qui oggi per non dimenticare le vittime di questa guerra, perché non importa ciò che la decisione del Tribunale determinerà per il futuro. Questo giorno rimarrà importante per tutti noi che abbiamo perso familiari e amici, che oggi ricordiamo con il cuore pieno di tristezza leggendo i nomi di alcuni di loro, certi che presto sarà fatta giustizia”.



Crimini contro l'umanità in Darfur,
mandato di arresto per Al Bashir


Cade l'accusa di genocidio. Paura per le rappresaglie verso i funzionari Onu

Corriere della Sera -

DAL NOSTRO INVIATO

NAIROBI - I giudici della camera preliminare uno della Corte Penale Internazionale hanno autorizzato l’arresto del presidente del Sudan Omar Al Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. I giudici hanno lasciato cadere l’accusa di genocidio. Si teme ora che le autorità sudanesi mettano in atto rappresaglie verso i funzionari dell’Onu che lavorano nel Paese, 32 mila persone tra staff internazionale nazionale. La cifra comprende però 25 mila caschi blu, dislocati in Darfur ma soprattutto in Sud Sudan. Gli italiani sono 500, di cui 300 a Khartoum.


Il presidente del Sudan Omar Al Bashir
LA RICHIESTA - Il procuratore Louis Moreno-Ocampo nel luglio scorso nella sua richiesta di incriminazione per 10 capitoli diversi (cinque per crimini contro l’umanità, tre per genocidio, due per crimini di guerra) del presidente Omal Al Bashir era stato preciso parlando di precise responsabilità nel deliberato massacro dei civili delle tribù fur, masalit e zagawa che abitano il Darfur. «Il suo alibi – aveva scritto Moreno-Ocampo nella sua durissima e circostanziata richiesta di arresto - è combattere la ribellione, il suo intento è il genocidio. Non mi prendo il lusso si supporre: ho prove precise». Secondo le accuse, «il presidente sudanese controlla tutto l’apparato dello Stato e usa questa sua influenza per coprire la verità e proteggere i suoi subordinati e la loro smania di genocidio». Si calcola che in Darfur siano state ammazzate 300 mila persone e che due milioni siano stati costretti a scappare dalle loro case. Bashir già mesi fa si è rifiutato di consegnare due sospetti di genocidio: il ministro per gli affari umanitari, Ahmad Harun, e uno dei capi delle feroci milizie filogovernative, i janjaweed, Ali Khashayb.

IL PRECEDENTE - E’ la prima volta che un presidente in carica viene incriminato. E l’incriminazione è stata sostenuta da uno dei leader storici del continente, l’arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu che martedì in un editoriale sul New York Times ha dichiarato con forza: «Poiché le vittime sono africane, i leader africani devono sostenere con determinazione la richiesta di vedere i responsabili perseguiti». Per altro con un gesti di sfida martedì il presidente sudanese è apparso in televisione mentre danzava e scherzava con i suoi sostenitori durante una manifestazione a suo sostegno nel nord del Paese, la zona da cui lui proviene. L’emittente ha fatto vedere il momento in cui i dimostranti bruciavano una grossa fotografia di Moreno-Ocampo: «Decideranno domani (oggi ndr) – ha poi detto ai microfoni Al Bashir -. Ebbene noi gli diciamo di immergersi nell’acqua e di berla tutta», una frase idiomatica araba che si usa per mostrare il massimo disprezzo. In questi mesi il governo sudanese ha reagito con spregio alla richiesta di Moreno-Ocampo di procedere verso Al Bashir: «Il procuratore è un criminale – aveva sentenziato senza mezzi termini Abdalmahmood Mohamad, ambasciatore all’Onu, subito dopo la richiesta di rendere esecutivo il mandato di arresto -. La motivazioni sono politiche e poi non riconosciamo quel tribunale». In attesa della decisione odierna dei giudici, il 21 febbraio scorso, Salah Gosh, capo dei servizi di sicurezza e di intelligence del Sudan, aveva lanciato una minaccia: «Ci consideravano estremisti islamici, poi siamo diventati moderati e civilizzati credendo nella pace e nella vita per ciascuno. Potremmo tornare al passato estremismo, se fosse necessario. Non esiste nulla di più facile». Gosh aveva accusato la Cpi di essere manovrata da “lobby sioniste” e ha ricordato che il Sudan considera un crimine aiutare la Corte Penale Internazionale: «Tutti coloro che collaboreranno con essa saranno arrestati per essere processati».

LA SODDISFAZIONE - Esam Elhag, portavoce del gruppo ribelle SLA (Sudan Liberation Army) al telefono con il Corriere è soddisfatto: «E’ il primo passo verso la giustizia che stiamo aspettando dal 2003 quando è cominciata la pulizia etnica. Quel giorno lo stesso Bashir ha ammesso: «Non voglio né prigionieri né feriti’. Il genocidio è cominciato
Mainfesti di Al Bashir a Khartoum
quel giorno. Quello di Ocampo è il primo passo verso la giustizia. Un atto che può lenire i sentimenti di vendetta che nutre la gente del Darfur». Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, organizzazione che ha promosso e sostenuto vari progetti nella disgraziata regione del Sudan Occidentale, ha scritto un libro, “Volti e colori del Darfur”, Edizioni Gorée, dove sono raccolte terribili testimonianze sulle violenze contro i civili. Eccone una presa dal volume che sarà presentato in aprile proprio in occasione della Giornata Mondiale per il Darfur. E’ la storia di Miryam, scappata nel campo rifugiati di Al Salam. La donna che non ha neanche una tenda per proteggere se stessa e il suo bimbo di pochi mesi, non conosce le ragioni della guerra tra i movimenti ribelli del Darfur e il governo di Khartoum, ma ricorda com’erano quelli che hanno distrutto il suo villaggio e l’hanno violentata. «Gente armata, arabi. Mi hanno buttata a terra, strappato i vestiti e mi hanno stuprata a turno. Sono svenuta». Non ricorda altro, ma di una cosa è certa: «Noi del Darfur li riconosciamo subito i predoni che vengono dal Nord. Sono cattivi e a noi donne fanno cose orribili, peggio di ogni cosa...”».

LA TESTIMONIANZA - Poi parla del marito. «E' scomparso tre mesi fa - racconta – due settimane prima che partorissi. Non mi ha più voluta. Non so se è stato ucciso, non m’importa. Ora sono sola con il mio bambino e ho paura. Ma voglio che la gente sappia, voglio che chi è nel vostro e in altri paesi potenti non permettano che succedano ad altre ragazze quello che è successo a me». La decisione della Corte, comunque, non sembra potrà avere un effetto pratico. Appare assai improbabile che il presidente sudanese, che ha preso il potere con un colpo di stato il 30 giugno 1989, venga tradotto in carcere all’Aia. A meno che la pressione internazionale non provochi un cataclisma nello stesso Sudan e un cambio di regime a Khartoum.

Massimo A. Alberizzi

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