Il blog di Italians for Darfur

martedì, aprile 10, 2007

"Le sfide della diplomazia internazionale": il conflitto nel Darfur.

Stefano Cera, autore del volume “Le sfide della diplomazia internazionale. Il conflitto nel Darfur - L’escalation della questione cecena: i sequestri di ostaggi del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan” (edito da LED Edizioni), ci fornisce un suo contributo in cui ripercorre le principali tappe del conflitto nel Darfur e la situazione attuale.

Mukesh Kapila, il coordinatore dei diritti umani in Sudan, alla fine del 2003 ha definito la situazione nel Darfur come “la crisi umanitaria più grande del mondo”…purtroppo dopo oltre tre anni la situazione resta la stessa, anzi sotto molti aspetti possiamo dire che è addirittura peggiorata.
Le radici del conflitto
Il conflitto nel Darfur viene conosciuto a livello internazionale a partire dal 2003, quando le forze ribelli che raccolgono le tensioni presenti all’interno delle comunità africane, reagiscono agli attacchi condotti dai janjaweed, con l’appoggio del governo di Khartoum. In realtà il conflitto nasce molto prima, quando, a partire dalla fine degli anni ’80, i tradizionali contrasti tra comunità africane, legate ad un’economia agricola e stanziale e le tribù di origine araba, dedite invece alla pastorizia ed al nomadismo, vengono acuiti dall’affermarsi dell’arabismo, ossia una nuova ideologia razzista che punta l’attenzione sull’esaltazione della nazione araba a scapito delle comunità africane. Per reazione alle continue discriminazioni, vissute a tutti i livelli (tribunali, luoghi di lavoro, amministrazione ed esercito) nonché ai sempre più numerosi attacchi da parte delle milizie arabe (i famigerati janjaweed, ossia i “diavoli a cavallo”), le comunità non arabe riscoprono la loro “africanità” è, nel 2000, compare il “Libro Nero”, pubblicato, pur senza riportare alcuna informazione su autori e luogo di pubblicazione, da un comitato di 25 esponenti che si auto-definiscono “Coloro i quali ricercano la verità e la giustizia”; lo shock determinato dal volume non riguarda tanto i contenuti (che non costituiscono una novità in assoluto), quanto il fatto che con esso è stato infranto un tabù, dal momento che è stato dato alle stampe qualcosa che tutti conoscevano ma che, fino ad ora, nessuno aveva avuto il coraggio di rendere esplicito.
Inizio della ribellione
Nel 2003 le forze ribelli, legate alle comunità africane (soprattutto Fur – che costituiscono l’etnia più numerosa nella regione, tanto che lo stesso nome Darfur significa “dimora dei Fur”, da “dar”, casa, dimora in arabo -, Zaghawa e Masalit), salgono agli onori della cronaca per gli attacchi ad alcune stazioni di polizia, caserme e convogli militari. I ribelli sono organizzati soprattutto in due movimenti:
• il Sudan Liberation Army/Movement (SLA/M), che appare dopo breve tempo profondamente diviso al suo interno in seguito ai contrasti da Abdel Wahid, la guida politica del movimento, di etnia Fur e Minni Minawi, uno dei capi militari più importanti, di etnia Zaghawa
• il Justice and Equality Movement (JEM), maggiormente unito al suo interno, sotto la guida di Khalil Ibrahim e legato ad Hassan al-Turabi, in precedenza ideologo del governo islamico di Bashir.
In seguito alla ribellione del marzo 2003, il governo considera la controffensiva inevitabile, anche grazie al supporto delle milizie dei janjaweed, diventate nel frattempo vere e proprie forze di combattimento para-militari.
I tentativi di negoziato
Nel conflitto del Darfur vi sono stati diversi tentativi negoziali, a carattere locale e a livello internazionale, questi ultimi avvenuti sia sotto l’egida di alcuni paesi vicini (esempio il Chad, la Libia) sia sotto l’egida dell’Unione Africana. In particolare questi ultimi meritano grande attenzione visto che, a partire dal 2004, si sono svolti diversi round di colloqui (prima ad Addis Abeba e poi ad Abuja), che hanno portato, nel maggio 2006, al Darfur Peace Agreement (DPA), sottoscritto dal governo di Khartoum e da una delle fazioni dello SLA/M (quella di Minawi, che entra a far parte del governo centrale). I tentativi negoziali sono stati caratterizzati dalla profonda frammentazione all’interno delle forze ribelli (in seguito ai contrasti sulla leadership tra esponenti militari e politici e tra capi militari delle “vecchie” e delle “nuove” generazioni,) dalla mancanza di competenze specifiche da parte delle delegazioni (i movimenti ribelli non definiscono una piattaforma negoziale comune e si presentano profondamente divisi nelle loro posizioni di fronte al governo), dalla posizione intransigente di Khartoum (che preferisce ottenere una vittoria militare contro i ribelli piuttosto che “dialogare per scendere a patti”) e dalla particolare attività come mediatore dell’African Union (che non agisce come terzo neutrale facendo pressioni sulle forze ribelli affinché accettino la bozza di accordo).
La situazione attuale
Tuttavia, così come accaduto in altri recenti conflitti (esempio in Ruanda dove la tragedia della guerra civile è nata da un accordo di pace non rispettato dalle parti), l’accordo del maggio 2006 si è dimostrato del tutto inefficiente ed ha finito per peggiorare la situazione, in quanto non è stato sottoscritto da alcune fazioni dello SLA/M, dal JEM e da altre forze significative nella regione (ad esempio il Sudan Federal Democratic Alliance, SFDA, di Diraige e Harir). Con l’importante eccezione di Wahid, quasi tutte le forze contrarie al DPA si sono successivamente riunite nel National Redemption Front (NRF), contro cui, a partire dal mese di settembre 2006, il governo di Khartoum ha iniziato una offensiva militare, a cui sono associati i sempre più frequenti attacchi da parte delle milizie dei janjaweed. Il conflitto, che ha già provocato oltre 200.000 morti e due milioni di profughi (su una popolazione totale stimata di 7 milioni), rischia al momento di estendersi ad altri paesi, fra questi il Chad (dove si registrano tensioni sempre più forti con il governo di Khartoum) e la Repubblica Centro-africana.
La missione dell’Unione Africana
Nell’aprile del 2004 inizia la missione dell’Unione Africana nel Darfur; il mandato inizialmente è solo quello di proteggere il gruppo di 120 osservatori del cessate il fuoco sottoscritto nel mese di aprile 2004 e nulla è previsto per l’aiuto alla popolazione civile del Darfur. Successivamente il mandato viene ampliato attraverso la definizione di misure di confidence-building (di “costruzione della fiducia” tra le parti), la protezione dei civili che si trovano sotto minaccia imminente e nelle immediate vicinanze (resta inteso però che la protezione della popolazione civile è di precisa responsabilità dello stato) e tutte le attività necessarie per contribuire alla creazione di un ambiente sicuro per gli aiuti umanitari e per permettere il ritorno degli sfollati interni e dei rifugiati. La missione, rinnovata nel novembre del 2006 per un periodo di sei mesi, presenta numerosi punti deboli in quanto il mandato, per quanto ampliato, appare ancora inadeguato rispetto alle esigenze reali del Darfur; inoltre la missione manca di risorse significative e dipende troppo dalla volontà di cooperazione del governo di Khartoum (e dal momento che il governo non ha mai mantenuto l’impegno di porre un freno alle violenze, esistono forti perplessità circa l’effettiva volontà del governo di cooperare con la missione).
La proposta di missione ONU
Il 31 agosto 2006 il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato la Risoluzione 1706, attraverso la quale ha esteso alla regione del Darfur il mandato della missione ONU in Sudan (UNMIS), chiamata a monitorare l’accordo di pace tra Nord e Sud del paese del gennaio 2005; la risoluzione prevede il dispiegamento di una forza di oltre 20.000 uomini, con un mandato che rientra nel quadro del Capitolo VII della Carta ONU, per il rispetto del DPA e per la protezione dei civili, del personale ONU e degli operatori umanitari. Il regime continua tuttavia a rifiutare la presenza di truppe ONU, preferendo continuare a ragionare secondo una logica “africana”; la posizione ufficiale di Khartoum è che la presenza della forza ONU determinerebbe una profonda instabilità nella regione, con la conseguenza di attrarre molti militanti di al-Qaida. Gli analisti invece mettono in evidenza che il rifiuto è determinato soprattutto dal timore che la sua presenza ONU potrebbe facilitare l’incriminazione da parte della Corte Penale Internazionale (ICC) di esponenti del governo e dei capi delle milizie dei janjaweed. Per mobilitare l’opposizione popolare contro il dispiegamento della forza militare, il regime utilizza la retorica nazionalista e anti-occidentale, con argomentazioni di stampo religioso.

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1 Comments:

  • Appello Urgente alla Stampa per il Darfur: uccisi a Khartum dieci uomini del Sudan Liberation Mouvement (SLM) – la situazione è drammatica


    Il 24 marzo 2007 la polizia di Beshir ha ucciso dieci uomini del Sudan Liberation Mouvement (SLM) che si trovavano a Khartum per curarsi di gravi ferite della recente (e non ancora finita) guerra del Darfur ed alloggiavano in un appartamento nel quartiere di Omdurman (vicino a cui si trova un importante ospedale, il più grande ospedale militare del Sudan).
    Il tutto era iniziato il giorno prima (23/3/07) quando due poliziotti per ordine del Ministro degli Interni si erano recati davanti al palazzo dove –suddivisi in più appartamenti- abitano diverse decine di militanti dell’SLM, confluiti nella capitale sudanese dopo gli accordi di pace di Abuja del 5 maggio 2006, con lo scopo –come detto sopra- di curarsi. I poliziotti avevano aggredito verbalmente i due militanti che stavano di guardia al caseggiato dicendo loro che persone del Darfur non potevano vivere in un quartiere così benestante e che avrebbero dovuto sgombrare entro 24 ore! Passate le 24 ore, a mezzogiorno del 24 marzo, sono arrivate decine e decine di carri armati (sembra fossero 100, o forse addirittura più di 100; qualcuno ha detto che quel giorno Ondurman sembrava la Somalia) e dopo aver ucciso uno dei due uomini di guardia hanno attaccato l’intero caseggiato radendolo al suolo. Il tragico bilancio di questa vigliacca aggressione (dentro gli appartamenti c’erano uomini feriti, alcuni dei quali impossibilitati a muoversi) è stato di dodici morti, dieci militanti dell’SLM e due poliziotti, e decine e decine di feriti.
    Il Presidente dell’SLM, Minni Minnawi, avvertito della strage che era avvenuta, ha subito cercato di mettersi in contatto con il Ministro degli Interni (dal momento che il presidente Beshir si trovava a Ryad per un incontro dei paesi arabi) ma non è stato possibile reperire né il Ministro né alcun altro.
    Nei giorni seguenti ci sono state le retate: tutti i militanti dell’SLM -tranne il Presidente suddetto e pochissimi suoi collaboratori- sono stati incarcerati e tenuti dentro per una settimana dopo la quale una parte di loro è stata liberata, ma rimangono ancora in carcere circa 30 persone. Tutte le case del militanti dell’SLM sono state circondate da cordoni di polizia. Fra le persone ancora prive di libertà c’è il portavoce dell’SLM a Khartum, Al-Fadil Al-Tiyani, che si trova in questo momento con una gamba fratturata. Fra i militanti che sono al momento fuori del carcere lasciamo il recapito del Presidente degli studenti del Darfur nell’Università di Khartum, Mohammed ‘Abdurahman: 00249911632500.
    Al momento la situazione è molto incerta e pericolosa per i militanti dell’SLM che si trovano a Khartum: quelli che non sono stati colpiti temono per la loro sorte prossima. Dopo questa strage a tradimento la “pace” che era stata stipulata circa otto mesi fa è ormai compromessa per sempre. E nel Darfur stesso la situazione è tragica e in progressivo peggioramento: dal maggio 2006 non è stato fatto assolutamente niente per i! milioni di persone che hanno riparato nei campi del Ciad (circa 400.000 famiglie) né per quelli che si trovano nei campi dentro al territorio stesso del Darfur: nel solo campo di Kalma, vicino a Nyala, ci sono più di 800.000 persone, e poche meno nei due campi vicino alla città di Al Fashir –Abushuk e Zamzam- ; oltre a diversi altri campi più piccoli raccolti intorno alle altre grandi città del Darfur. Degli 8 milioni di abitanti che il Darfur raggiungeva prima della guerra circa 5 milioni si trovano nei campi profughi fuori e dentro il Sudan, o sono espatriati o sono morti. Nei villaggi del Darfur non ancora rasi al suolo dalla violenza janjaweed unita ai bombardamenti non c’è tuttora alcuna sicurezza dal momento che ancora avvengono incursioni da parte degli stessi janjaweed che compiono razzie, violenze e assassinii. E negli stessi campi profughi –sia in Darfur che in Ciad- arrivano anche lì gli orrendi janaweed ad aggredire e violentare le donne che si allontanano per fare legna.
    Così stanno le cose, e sono molto gravi. Il mondo non ne parla (c’è stata un’apertura di interesse due anni fa ma è durata poco e poi tutto ha taciuto). La notizia della strage di Ondurman l’ha data solo Al-Jezzira, e nessuna televisione occidentale l’ha ripresa. Io chiedo ai giornalisti italiani che si occupano delle notizie estere che diano ogni mese almeno due notizie sul nostro paese, il Darfur. Lo chiedo come rifugiato che ha avuto asilo politico in Italia nonché come Presidente dell’SLM in Italia e della Comunità Zagawa in Italia. Lo chiedo anche perché l’Italia –fra tutti i paesi d’Europa- è quello con il più alto numero di rifugiati politici provenienti dal nostro martoriato paese. Dò a mia volta la disponibilità ad incontrare il vostro giornale per interviste, approfondimenti, recapiti di persone più informate sulle notizie dell’ultim’ora:
    Suliman Ahmed:
    cell: 3487937982 e-mail: kois2778@maktoob.com

    Roma, 10 a! prile 2007

    By Blogger Ivan, at 2:01 PM  

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