Italian Blogs for Darfur

giovedì, novembre 19, 2009

50 morti e venti feriti nel Sud Sudan e in Darfur negli ultimi giorni

Dopo l'attentato di poco sventato al vicepresidente del Sud Sudan, domenica scorsa, in cui sono morti 4 uomini della scorta e feriti altri 5, altre 50 persone sono state uccise e una ventina ferite nel sud del Sudan e nel Darfur negli ultimi giorni. 47 persone sono morte negli scontri tra le tribu' Mundari e Dinka. Altre sei persone sono morte in scontri tra le tribu' Rizaiqat e Habbanyah nel distretto di Buram nel Darfur del sud.
L'incrementarsi del numero degli scontri tribali e degli episodi di violenza in Darfur e Sud Sudan fa temere ci possa essere un legame con le elezioni dell'aprile 2010, le prime dopo 24 anni, alle quali seguiranno le consultazioni per il referendum sull'indipendenza del Sud Sudan.

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martedì, novembre 17, 2009

Videoclip "Io bloggo per il Darfur" di Emilio Caccaman con suoni di Anthony Kev (C) TRASHCOMIX

video
STOPPA IL GENOCIDIO IN DARFUR - Emilio Caccaman
suoni ANTHONY KEV (C) TRASHCOMIX


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domenica, novembre 08, 2009

Sudan a un bivio: referendum o guerra?

Il Sud Sudan tra autodeterminazione e armi


da Limes - rivista italiana di geopolitica


Nel 2001 è previsto il voto sul futuro del Sudan meridionale, ma ci sono ancora molti nodi da sciogliere. La nuova politica di Obama.
La notizia è passata quasi in silenzio. Cosa che capita spesso quando si parla di Sudan. Il 16 ottobre, dopo lunghe trattative e qualche cedimento da entrambe le parti, Sud Sudan e governo centrale hanno raggiunto l’accordo sul referendum per l’indipendenza della regione meridionale del paese, che dovrebbe tenersi nel 2011. Il punto più importante, la determinazione del quorum fissato al 75% degli aventi diritto ad esprimersi sul quesito.

Con la definizione delle regole del voto si è scongiurata la ripresa palese delle ostilità tra Khartoum e Sudan People’s Liberation Movement (principale movimento politico-militare del Sud Sudan) che dall’83 hanno combattuto una guerra ultra ventennale che ha causato 2 milioni di morti ed oltre 4 milioni di rifugiati.

Mentre il National Congress Party del presidente Omar al Bashir fa affidamento sulle elezioni generali (slittate di un anno rispetto alla tabella di marcia del Comprehensive Peace Agreement, che sancì la fine al conflitto nel 2005 nda) per legittimare il proprio potere e quello del candidato unico, Bashir appunto (nonostante su di lui penda un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati in Darfur), l’Splm si concentra sul referendum che dovrebbe determinare la separazione tra Sud e Nord Sudan.
I nodi da sciogliere risultano alquanto intricati, come delinea chiaramente Sadig al Mahdi, ex primo ministro e presidente dell’Umma Party. In primis il varo della legge sulla sicurezza nazionale e la contestazione dei dati dell’ultima relazione demografica del governo sudanese.

“Servono regole e metodi che garantiscano un democratico e libero confronto fra le forze politiche – sottolinea Sadiq, seduto su una comoda poltrona di vimini nel gazebo del giardino della sua villa nella periferia di Khartoum.
Nella sua ‘candida’ jalabia, la tipica tunica bianca sudanese, spiega perché l’accordo non delinei chiaramente "come utilizzare i risultati del censimento nazionale del 2008, dati contestati dal Sud perché la popolazione sarebbe stata sottostimata. Se il Cpa rischia di arenarsi è anche a causa della sfiducia crescente tra le parti. Ma il punto è un altro: così com’è strutturato, l’Accordo - insiste Sadiq - non attribuisce alcun ruolo ai partiti minori che non lo hanno firmato e garantirebbe esclusivamente il Sud Sudan, senza tenere conto di altre aree, come l’Est del Paese e il Darfur, penalizzate allo stesso modo.
Per rilanciare il processo di attuazione dell’Accordo è necessario ampliare il confronto sul futuro del Paese. Costituire un’assemblea con tutte le formazioni politiche, comprese quelle dell’opposizione, che abbia il sostegno della Comunità Internazionale che rilancia le riforme in Sudan e garantisca la transizione democratica su basi più ampie e condivise, dando vita a un vero decentramento a vantaggio di tutte le aree finora marginalizzate”.

Ancora più netta la posizione di Hassan Al Turabi, leader del maggiore partito di opposizione del Sudan, il Popular congress party, più volte arrestato per gli aspri attacchi politici rivolti a Bashir.
“Non ho alcuna fiducia nel processo elettorale che dovrebbe portare alle presidenziali e alle legislative del 2010, tanto meno nel referendum – afferma sicuro circondato dalla sua corte di consiglieri e addetti alla sicurezza che per discrezione vengono presentati come ‘colleghi di partito’ – E’ tutto fermo e non credo che le urne saranno mai aperte. Dopo la firma del Cpa il governo sudanese non ha fatto nulla per preservare l’unità del Paese. Anzi. Ha alimentato le tendenze secessioniste dell’Splm che, però, non credo sia capace di governare un Sud Sudan totalmente indipendente. Bashir conta su questo e se può rallentare il processo elettorale e referendario lo farà”.

Su quest’ultimo punto anche gli osservatori esterni hanno qualche dubbio: non sono in pochi a ritenere che il regime sudanese possa attuare un subdolo ostruzionismo per far slittare la data del referendum. Cosa che di fatto decreterebbe la fine dell’Accordo e potrebbe riaccendere il conflitto. Eppure gli ultimi avvenimenti farebbero pensare il contrario. E Khartoum lo rivendica con decisione. Esponenti di spicco del governo, negli incontri con gli inviati della diplomazia internazionale. anche nelle ultime settimane hanno espresso valutazioni positive sulle prospettive di piena attuazione del Cpa.
Dal ministero degli Esteri hanno più volte fatto filtrare la convinzione che “le questioni in sospeso possano essere risolte dalle parti entro la fine dell’anno”.

Osman Hussein Mudawi, responsabile delle Relazioni internazionali del Parlamento, si spinge oltre sottolineando come “lo svolgimento delle elezioni e del referendum sia un obbligo costituzionale e malgrado oggettive difficoltà di carattere logistico-operativo il Governo sudanese stia profondendo il massimo impegno affinché sia garantito un processo elettorale il più ‘inclusivo’ e democratico possibile”. Eppure, nonostante le rassicurazioni di Khartoum, lo scetticismo di esperti e analisti resta forte. Per comprenderne i motivi è necessario fare un passo indietro e capire cosa sia successo negli ultimi quattro anni e quali prospettive (reali) abbia la totale attuazione del Cpa.

“Con l’Accordo Globale di Pace sottoscritto a Nairobi il 9 gennaio 2005 dal Governo di Khartoum e dall’Splm – spiega Mauro Annarumma, vice presidente di Italians for Darfur, l’associazione italiana che da anni si batte per la difesa dei diritti umani in Sudan e Darfur e che ha recentemente partecipato a una missione nel paese subsahariano con l’Intergruppo parlamentare Italia – Darfur - furono tracciati nuovi parametri della distribuzione del potere politico ed economico nel Paese, garantiti dalla nascita di un Governo semi-autonomo del Sud Sudan con capitale Juba. Fu stabilito che il presidente designato assumesse anche la carica di Primo vice presidente del Sudan (il primo a ricoprire questo ruolo fu John Garang, morto in un sospetto incidente di elicottero in Uganda, al quale successe Salva Kiir che è tuttora in carica nda). Punti fondamentali dell’accordo, la suddivisione al 50% dei proventi petroliferi dei pozzi sud sudanesi, la definizione dei confini e il ‘diritto di autodeterminazione del Sud’ attraverso un referendum previsto per la fine di un periodo interinale di cinque anni. Il 2011. Ed è proprio il rischio che questo termine ultimo non venga rispettato a suscitare la preoccupazione della Comunità Internazionale”.

In questo contesto geopolitico è maturata e ha preso corpo nelle ultime settimane la nuova policy, nei confronti del Sudan, dell’amministrazione Obama fatta di ‘incentivi e disincentivi’, la classica politica ‘del bastone e della carota’.
Obiettivo degli States: accelerare l’attuazione dell’Accordo e convincere Khartoum a sospendere attacchi e azioni che violino i diritti umani sia in Sud Sudan sia in Darfur, utilizzando per quest’ultima area di crisi il termine ‘genocidio’.
Sull’annuncio della nuova strategia americana si sono animate non poche polemiche e l’atteggiamento del governo sudanese è stato alquanto freddo, infastidito soprattutto dalla definizione, assai sgradita, usata da Obama.
Dal regime sono arrivati velati avvertimenti su come “assumendo atteggiamenti punitivi nei confronti del Sudan, come sanzioni e mancata cancellazione del debito, si metterebbero a rischio sia la riconciliazione in Darfur sia lo sviluppo di altre aree depresse del Paese come l’Est Sudan”.

Nonostante le criticità siano numerose, l’elemento più preoccupante resta l’instabilità dell’accordo di pace, in bilico fino a quando non sarà attuata una precisa e incontestabile definizione e delimitazione dei confini tra Nord e Sud Sudan, fondamentale per potere dare attuazione agli altri punti del Comprehensive Peace Agreement.
Tra le aree contese Abyei, ricca di petrolio e posta proprio al confine tra Nord e Sud (attualmente ha uno status amministrativo autonomo) e Sud Kordofan.
Il referendum per l’autodeterminazione del Sudan meridionale, nel 2011, sarà l’occasione per Abyei di pronunciarsi sul mantenimento del proprio status speciale rimanendo nel Nord o sulla sua inclusione nel Sud.
Le tensioni nell’area non mancano essendo abitata sia dagli autoctoni Dinka, etnia vicina all’Splm, sia da gruppi nomadi, in particolare Misseriya e Nuer, filogovernativi. Proprio a causa delle divergenze etniche, ma anche per ll controllo di acqua e terra destinata alle attività agricole e pastorali, si sono susseguiti negli ultimi mesi violenti scontri (il più grave poche settimane fa, oltre 400 vittime in poche ore) che non hanno risparmiato donne e bambini.
Per cercare di dare un freno alle violenze nella regione nel giugno 2008 i governi di Khartoum e Juba hanno delineato una road map per la risoluzione dei problemi dell’area. Ma tale iniziativa non ha sortito gli effetti sperati.
Le speranze, ora, sono affidate al protocollo proposto dalla Corte Permanete di Arbitrato dell’Aja, che investita della questione ha determinato la posizione dei campi petroliferi in Sud Kordofan (dove nel frattempo è stato nominato governatore Ahmed Harun, ex ministro per gli Affari umanitari del gabinetto di Bashir, anch’egli incriminato dal Tribunale penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità) e ha parzialmente ridefinito, lo scorso 22 luglio, i confini dell’area di Abyei, aumentando le zone attribuite al Nord. La decisione è stata accettata dalle parti politiche, ma non ha placato il malcontento della popolazione locale.

La situazione, dunque, è tutt’altro che sotto controllo. E poco o nulla può fare la missione di pace dell’Onu, Unmis (United Nation Mission in the Sudan), istituita con la Risoluzione 1590 del 24 marzo 2005 (8.400 soldati e 680 poliziotti) per sostenere l’assistenza umanitaria e garantire il rispetto dei diritti umani.
Lo stato della crisi, visto il costante deterioramento delle condizioni umanitarie e di sicurezza, desta grandi preoccupazioni in tutta la comunità internazionale. Dall’inizio dell’anno i morti sarebbero circa 3mila.

E il contesto non può che peggiorare. Continua infatti a registrarsi un flusso di carichi di armi che, attraverso Port Sudan, arrivano nelle mani dei militari dell’Splm. E’ di pochi mesi fa la notizia del sequestro, ad opera dei pirati somali, della nave cargo ucraina ‘MV Faina’ che trasportava 33 carri armati, 150 lanciarazzi e 6 sistemi missilistici antiaerei destinati al Sudan meridionale. I marinai a bordo dell’imbarcazione hanno dichiarato e mostrato la bolla merci e il contratto relativo al carico a un giornalista della Bbc che ha documentato tutto in un’inchiesta smentita sia dal governo di Juba, sia dal Kenya che avrebbe effettuato l’acquisto per conto del Sud Sudan. Secondo la Bbc i carri armati e il resto del materiale, dissequestrati a seguito del pagamento di un riscatto, erano parte di una lunga serie di carichi bellici destinati a riarmare (clandestinamente visto che in Sudan è in vigore l’embargo della vendita di armi) l’esercito di Juba.
Insomma, nel caso che il referendum non avesse mai luogo, l’esercito sudsudanese sarebbe pronto a conquistarsi con la forza l’indipendenza negata.

Antonella Napoli

Gruppo Espresso, 6 novembre 2009

sabato, novembre 07, 2009

Il dottor Ibrahim ci racconta il Darfur visto dalle corsie dell'ospedale di El Fasher.

Dal 2003, migliaia di persone continuano a perdere la vita a causa di malattie, fame e sete, conseguenti ai frequenti scontri armati tra ribelli e forze governative che hanno caratterizzato gli ultimi anni.
Questa volta abbiamo voluto raggiungere direttamente il Dott. Ibrahim Abdelrahman Ahmed, medico del Darfur. In Darfur, il Dott. Ibrahim è sposato e ha un figlio, e ha lavorato come medico presso l’El Fashir Teaching Hospital, al centro di maternità dell’ospedale di El Fashir, nonché nelle cliniche dell’International Rescue Committee (IRC) che forniscono assistenza medica ai profughi di diversi campi del Nord Darfur.

M:Dott. Ibrahim di cosa si occupa all’ospedale di El Fasher?
Attualmente lavoro al pronto soccorso delle cliniche universitarie di El Fasher, mi occupo di emergenze cliniche e pediatriche in qualità di medico generico.
Ho a che fare con diversi tipi di casi di medicina generale, chirurgici e traumatici. Le malattie più comuni sono la malaria, la febbre tifoide, le malattie del tratto respiratorio, le epatiti virali, malattie gastrointestinali di varia eziologia, tubercolosi, malnutrizione in bambini sotto i cinque anni, diabete, ipertensione, infarti. insufficienza renale e tante altre.
Le più comuni tra le cause di accesso alla struttura sono appendicite acuta, colecistite acuta e cronica, fratture, e ferite da arma da fuoco e da taglio.
M:Sulla base della tua esperienza, al Saudi Maternity Hospital e al Teaching Hospital di El Fasher, quali sono le patologie più frequentemente causa di mortalità nella popolazione del Nord Darfur e che richiedono maggiore assistenza?
La causa più importante di morbilità e mortalità nel Nord Darfur sono le infezioni sistemiche, seguite dalle ferite di guerra. E’ importante un’appropriata e tempestiva pianificazione del trattamento per i casi di aborto, ma anche assistenza pre e post-natale clinica e farmacologica.
La malaria in gravidanza è uno dei problemi più gravi.
Le cause principali di morte delle gestanti sono:
-Emorragie massive legate alla gravidanza;
-Eclampsia e preeclampsia;
-Sepsi.
Nel corso della mia attività al Teaching Hospital di El Fasher, ho riscontrato un’elevata casistica per quanto riguarda malaria, dissenteria, epatiti, meningiti, febbre tifoide, tubercolosi, leishmaniosi, pneumonia, ma anche malnutrizione infantile e ferite e traumi da armi da fuoco o da taglio.
Al Saudi Maternity Hospital i casi più frequenti riguardavano invece quelli di malaria in corso di gravidanza, aborti spontanei in urgenza, ipertensione e rischi correlati in gravidanza, fistole vescicovaginali e retto vaginali legate al travaglio difficile.
M: L’accesso alle cure e ai servizi ospedalieri è garantito a tutta la popolazione del Darfur? Il personale sanitario proviene da tutto il Sudan o origina prevalentemente dal Darfur?
L’assistenza ospedaliera è per tutti gli abitanti della città così come per quelli che affluiscono dai centri di assistenza dei campi profughi dell’area.
Per quanto riguarda il personale, i medici vengono selezionati dal Ministero federale della salute da tutte le parti del Sudan, e in considerazione della loro ridotta disponibilità, un considerevole numero di essi proviene comunque dallo stesso Darfur. Infermieri, levatrici e altre figure professionali sono Darfuri. Diversi tecnici di laboratorio giungono da altre parti del Sudan.
M: Pochi mesi fa, hai frequentato con successo il master “Doctors for Africa” del Centro Universitario per Cooperazione Internazionale di Parma.
Crediamo che la collaborazione tra Europa e Africa debba fondarsi proprio sulla formazione tecnica del personale già impiegato in Africa, come medici e infermieri, attraverso corsi intensivi che abbiano un impatto sulla realtà dello Stato da cui provengono.
Crediamo, quindi, che il master “Doctors for Africa” sia un meraviglioso esempio di cooperazione.
Nessuno può aiutare l’Africa meglio di se stessa, ma spesso gli africani non sono liberi abbastanza per poterlo fare. Cosa ne pensi?
Quello che dici è verissimo, come ho potuto vedere c’è una differenza enorme tra Europa e Africa nella disponibilità di medici specialisti (per esempio specialisti in cardiologia, malattie infettive, endocrinologia, nefrologia, gastroenterologia, pneumologia etc..). Noi abbiamo essenzialmente medici di medicina generale, chirurgia generale e pediatria. Non c’è un solo specialista medico o chirurgico in tutto il Nord Darfur.
Per esempio, dal mio punto di vista, i corsi sono buoni ma sarebbe meglio concentrarsi su esercitazioni mediche di tipo specialistico per incisivi cambiamenti sul terreno. So che tu puoi capirmi in quanto medico. Non c’è un solo medico o chirurgo specialista in tutto il Nord Darfur.
Il master è stata una buona esperienza.
Quello che stai dicendo è verissimo. Gli africani giocano un grande ruolo a questo proposito ma, come sai, dipende principalmente da chi dirige la politica e l’economia.
M: I mezzi di informazione e le organizzazioni umanitarie hanno promosso a livello internazionale campagne sulle problematiche del Darfur, dovute alla guerra tra ribelli e governo sudanese in corso dal 2003 e che ha ucciso migliaia di civili.
Come sono le condizioni della popolazione in questo periodo? Quali sono le principali preoccupazioni a carattere sanitario per i prossimi mesi?
Come hai detto non c’è ancora pace in Darfur. Ci sono molti campi profughi, rifugiati in Chad e persone ferrite o traumatizzate dalla guerra, tutte queste persone hanno perso le loro risorse e dipendono dagli aiuti internazionali. In generale le criticità di tipo sanitario per i prossimi mesi restano le stesse di ora. Tuttavia, così come la sicurezza è frequentemente incerta è veramente difficile predire cosa possa accadere.
M: E per finire, last but not least.. hai gradito il tuo soggiorno in Italia?
Certamente è stato interessante. Ho molti buoni amici lì.
M:Grazie mille, Dr. Ahmed Ibrahim e buon lavoro!

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L'attivista Abdelmageed Salih, in cella da 73 giorni

Sono trascorsi 73 giorni dall'arresto dell'attivista per i diritti umani Abdelmageed Salih. Il co-fondatore del Darfur Democratic Forum era detenuto nel braccio politico del carcere di Kobar, rendendone in tal modo impossibile la visita di parenti e colleghi, fino a pochi giorni fa, quando è stato trasferito nella prigione con i criminali comuni.

Link: Abdelmageed Salih, attivista darfuriano, in carcere per aver denunciato stupri

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sabato, ottobre 31, 2009

Nuovi scontri, almeno 50 morti in Darfur

Nuovi scontri, nelle ultime ore, hanno causato la morte di decine e decine di persone nel Nord Darfur. Un nuovo massacro di donne e bambini si è consumato sotto lo sguardo inerme dei peacekeeper dispiegati nella regione sudanese per proteggere la popolazione. Le vittime sarebbero almeno una cinquantina. Sembra che si sia riaccesa la tensione interetnica tra le tribù dei Burgud e Zaghawa che si sono scontrati senza esclusione di colpi e coinvolgendo anche persone inermi. La notizia è stata annunciata oggi dal portavoce della forza mista di pace (Unamid). Questo a conferma che la guerra e gli scontri fra frazioni contrapposte in Darfur non sono finiti...

mercoledì, ottobre 28, 2009

Si riaccende la lotta per l'accesso all'acqua in Darfur

Fonti ufficiali dell'UNAMID, la missione delle Nazioni Unite e dell'Unione Africana in Darfur, riconducono gli ultimi scontri tribali nel Nord Darfur alla lotta per l'accesso alle fonti d'acqua .

Almeno 10 persone della tribù Birgid sono state uccise nella giornata di eri con alcuni uomini della comunità Zaghawa nei pressi di Shangil Tobaya, a circa 70 Km da El Fasher.




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martedì, ottobre 27, 2009

Palazzo Madama ospita il Darfur, per non dimenticare

Presentata una mostra patrocinata dalla Commissione per i Diritti Umani del Senato

Una mostra per non dimenticare il Darfur, è quanto si propone la Commissione per i diritti umani del Senato, presieduta dal senatore Pietro Marcenaro, che patrocina l’iniziativa promossa
dall’associazione Italians for Darfur Onlus.
La mostra, presentata a Palazzo Madama il 26 ottobre, sarà aperta al pubblico dal 10 novembre fino al 10 dicembre 2009.
Nel corso della conferenza è stata illustrata una mozione, che sarà presentata nell’ambito del rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, attraverso cui si chiederà un nuovo intervento del Governo italiano a sostegno della missione di pace dispiegata nella regione sudanese.
Sono intervenuti, oltre al presidente della Commissione, il senatore Marcenaro che ha illustrato la mozione, la testimonial della campagna per il Darfur, Monica Guerritore, Esam Elhag, rappresentante dei rifugiati del Darfur e portavoce dell’Slm Juba Unity, movimento per la liberazione del Darfur e la presidente di Italians for Darfur, Antonella Napoli – giornalista e autrice del libro “Volti e colori del Darfur”, Ed. Goree - rientrata da pochi giorni da una missione in Sudan, che ha illustrato la situazione della crisi umanitaria in corso in Darfur dal 2003.
"Nel mio recente viaggio in Darfur - ha ricordato la Napoli, che è anche autrice delle foto della mostra - pur non trovando una situazione alimentare al tracollo ho potuto constatare gravi carenze. Se è vero che nonostante l'espulsione di 13 ong che garantivano la distribuzione del cibo e l’assistenza sanitaria a oltre un milione di profughi il sistema del Programma alimentare mondiale abbia retto, la crisi è ancora pressante, incancrenita nella sua mancata soluzione. Per di più l'area continua a non essere sicura. In particolare sono venuti meno progetti di educazione sanitaria e di igiene, sostegno psicologico a donne e bambini traumatizzati e, sotto l'aspetto del sostentamento primario, manca l'acqua. Ed è proprio questa, con l’esigenza di maggiore protezione, la richiesta più prestante. Non a caso i capi tribali di Zam Zam camp smentiscono quanto sostenuto dagli esponenti del governo del Sudan che hanno annunciato il rientro di molti profughi nei propri villaggi".
"Nessuno - ha ribadito il presidente di Italians for Darfur - potrà mai tornare nella propria casa se prima non saranno garantite le minime condizioni di sicurezza. Basta parlare con i cooperanti presenti nella provincia di Al Fasher per comprendere che i timori di nuovi attacchi e violenze siano più forti che mai. Nonostante il contingente di Caschi Blu schierato (non del tutto ma solo al 75% dei 26mila uomini previsti) per proteggere la popolazione darfuriana, e chi in questa arida regione del Sudan è arrivato per portare aiuto, contninuano a suseguirsi attacchi ai villaggi, rapimenti e violenze".

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venerdì, ottobre 23, 2009

Missione in Darfur 2009


Reportage da un inferno già visto,
che si vuole mascherare da purgatorio


Tante volte dalle pagine di questo blog vi abbiamo parlato di Darfur, dei soprusi subiti da una popolazione vittima di un sanguinoso conflitto iniziato nel 2003: un conflitto e una crisi umanitaria troppo spesso dimenticate.
Italians for Darfur che nel 2006 ha lanciato una campagna e una raccolta di firme affinché si accendessero i riflettori sugli orrori di questa guerra coinvolgendo altre associazioni come Articolo 21, Amnesty International, Giovani ebrei d’Italia e molti altri, ha fornito un importante contributo a una causa che col tempo ha raccolto adesioni sia del mondo dello spettacolo e della politica sia della società civile.
Questa volta, però, andiamo oltre. Di ritorno da una missione in Sudan (la seconda in due anni) organizzata e promossa insieme all’Intergruppo parlamentare Italia Darfur, la consapevolezza - e passo a raccontarvi impressioni, emozioni e frustrazioni in prima persona - che tutto quello che si è riusciti a fare finora non sia sufficiente, che bisogna fare di più, è più forte che mai... e vi spiego il perché.
Rispetto al 2007, quando insieme a una delegazione della Commissione Esteri della Camera avevo visitato ‘Al Salam Camp’, nel nord Darfur, non ho trovato volti scavati dalla fame, fantasmi senza futuro che non avevano neanche la forza di chiedere aiuto. Stavolta non sono state le migliaia di persone che pelle e ossa vagavano per il campo con gli occhi sbarrati dal panico o le agghiaccianti testimonianze delle ragazze che raccontavano il terrore degli stupri subiti a segnarmi profondamente. Questa volta è bastato il ‘contesto’... Il degrado umano dilagante, l'assenza di ogni barlume di speranza negli sguardi che ti scrutano nel profondo, la delusione trasformata in rassegnazione di non poter cambiare uno ‘status’ incancrenito, che ti porta a perdere dignità e futuro.
E’ vero, la situazione alimentare non è al tracollo. Nonostante l'espulsione di 13 organizzazioni internazionali che garantivano la distribuzione del cibo e l’assistenza umanitaria a oltre un milione di profughi il sistema del Programma alimentare mondiale ha retto. Ma la rabbia repressa e il dolore immane per un’esistenza ai limiti della sopravvivenza e del decoro, hanno ‘inciso’ un marchio indelebile sulla pelle di questa gente. Avrei preferito trovarli con qualche chilo di meno addosso piuttosto che deturpati da una ferita aperta che neanche il tempo riuscirà a guarire.
Quando bambini di quattro – cinque anni si azzuffano e calpestano i fratellini di pochi mesi pur di strappare dalle mani di chi li porge quaderni e matite che probabilmente non useranno mai, comprendi che per loro il presente e il futuro sono segnati da abbandono, disinteresse e violenza.
Tutto questo e molto di più, o di peggio, è ancor oggi il Darfur. Eppure ci dicono che la fase critica è passata, che ai trecentomila morti causati dal conflitto che ha spinto alla fuga due milioni e mezzo di persone non si aggiungeranno altre vittime perché la guerra è finita!
E allora se la guerra è davvero ‘finita’ perché negli ultimi dieci mesi la popolazione di Zam Zam Camp, il centro di accoglienza visitato pochi giorni fa con il presidente del’Interparlamentare Italia – Darfur, Gianni Vernetti, è praticamente raddoppiato passando dai circa 60mila del 2008 agli oltre 100mila di quest’anno? E non è l’unico punto di approdo di questa marea di disperati che non si arresta in tutta la regione.
A spingerli lontani dai loro villaggi non sarà più la paura dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’ – che secondo la Corte penale internazionale, hanno compiuto massacri indicibili sotto la guida del regime di Khartoum - ma la mancanza di sicurezza, che espone sia la popolazione locale sia gli operatori umanitari e gli stessi peacekeeper della missione Onu – Ua che dovrebbe garantire ad essi protezione, lo è di certo!
La crisi umanitaria, già gravissima, rischia di diventare incontrollabile a causa delle continue incursioni di gruppi criminali armati che sequestrano indifferentemente civili, militari e cooperanti persino nelle loro abitazioni e/o sedi di lavoro.
Nonostante la complessità della situazione che si è delineata nel corso delle ultime visite degli osservatori delle Nazioni Unite e le preoccupazioni esternate dagli operatori delle Ong ‘superstiti’, il governo sudanese - interpellato nel corso della visita - non è sembrato affatto preoccupato. Anzi. Il Governatore del Darfur ha annunciato che è in atto un flusso di rientro dei profughi nelle proprie abitazioni e che i villaggi abbandonati in passato per timori di attacchi, si stiano ripopolando.
Peccato che i capi tribali di Zam Zam, ai quali abbiamo chiesto informazioni in merito, abbiano smentito quanto sostenuto dagli esponenti governativi incontrati poco prima. Non hanno esitato un attimo nel confermare che nessuno potrà mai tornare nella propria casa se prima non saranno garantite le minime condizioni di sicurezza per rendere i rientri possibili. Basta parlare con i cooperanti presenti nella provincia di Al Fasher e i rifugiati per comprendere che i timori di nuovi attacchi e violenze siano più forti che mai. Nonostante il contingente di Caschi Blu schierato (ancora non completamente, siamo ancora al 75% dei 26 mila uomini previsti) per proteggere la popolazione darfuriana e chi in questa arida regione del Sudan è arrivato per portare aiuto.
Girando tra le capanne e le tende di Zam Zam è facile rendersi conto di quanto l’emergenza sia ancora pressante.
Dopo gli ultimi arrivi dell’estate scorsa non c'è più posto. Non viene più accettato nessuno.
Il messaggio degli sfollati e di chi li assiste è forte e chiaro. ''Abbiamo bisogno di voi più di prima”.
Il dramma che si vive qui è lo stesso di tanti altri centri di accoglienza: poca acqua, cibo appena sufficiente, rifugi di fortuna e tutt’intorno il nulla.
L’appello di aiuto viene pronunciato da tutti gli interlocutori che si incontrano. Un'invocazione che si legge sul volto delle donne e degli uomini assiepati nell’accampamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza. E invece non è così.
Una situazione disperata, che coinvolge sempre più persone inermi, ataviche, prive di ogni interesse per la vita, che ormai chiedono elemosina per inerzia (aspetto paradossale di questa tragedia nella tragedia) anche se nel campo non dovrebbe mancargli nulla.
Sono soprattutto i bambini a tendere le mani, a tirarti per la giacca e a chiedere… ‘money?’, l’unica parola in inglese conosciuta.
Sono proprio loro le vittime maggiori di questa crisi umanitaria, crisi che ormai sembra cronicizzata, congelata nella sua mancata soluzione. Tutto ciò lascia davvero poche possibilità a questi piccoli di vivere, un giorno, un’esistenza migliore dei loro padri e delle loro madri.

Antonella Napoli
Presidente di Italians for Darfur

mercoledì, ottobre 21, 2009

SPLM lancia ultimatum a Khartoum

Il Sudanese People's Liberation Movement (SPLM) minaccia di abbandonare il Parlamento sudanese, del quale fa parte a seguito degli accordi di pace del 2005(CPA) se non ci saranno nuovi provvedimenti del Governo che spianino la strada a una libera consultazione popolare per il referendum del 2011 e per le elezioni presidenziali del prossimo anno.

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Comunicato

DARFUR: ASSOCIAZIONE, DA OBAMA PIU' PRESSIONI MENO INCENTIVI

(ANSA) - ROMA, 20 OTT - L'associazione Italians for Darfur auspica che, all'indomani della nuova strategia di ''pressioni e incentivi'' annunciata ieri dal presidente Usa Barack Obama nei confronti del Sudan, ''vengano attuate innanzitutto le maggiori pressioni, e non i promessi incentivi, in caso di una mancata risposta alle richieste rivolte al governo sudanese e, tra queste, oltre alla cessazione del 'genocidio e degli abusi', l'organizzazione di elezioni credibili nell'aprile prossimo (gia' rinviate due volte) e la collaborazione nel contrasto del terrorismo internazionale''. Lo si legge in una nota dell'associazione che da anni si occupa della campagna in favore del Darfur. La nuova strategia della Casa Bianca, avverte pero' l'associazione, ''rappresenta ancora un'incognita, soprattutto perche' l'uso stesso della parola 'genocidio' potrebbe intralciare con la politica dialogante intrapresa da Washington''. ''Di certo auspichiamo che ora si passi dalle azioni ai fatti e che innanzitutto gli Usa si impegnino a mantenere il dossier Darfur in cima all'agenda politica e umanitaria internazionale: solo non spegnendo i riflettori su questo conflitto - conclude la nota - sara' possibile avviare un'azione piu' determinata di quanto non sia stato finora da parte della comunita' internazionale nei confronti del regime guidato dal presidente Al Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l'umanita'''.(ANSA).

COM-KVI

sabato, ottobre 17, 2009

Boom dell'edilizia e degli investimenti a Khartoum, ma nel resto del Paese si sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali.

Le immagini della immane crisi umanitaria in Darfur e i numeri dell'imponente impegno del Programma alimentare mondiale e delle ONG in quelle stesse aree, così come nelle altre periferie del Sudan, se viste e letti a Khartoum, la capitale, sembrano appartenere a un altro Paese, a terre lontane.

Negli ultimi anni, la capitale sudanese è, infatti, in pieno boom demografico ed edilizio, con agenzie ONU, uffici e sedi di aziende e multinazionali europee e dell'est asiatico che investono milioni di dollari nelle terre ricche di petrolio del Sudan.
Nel centro di Khartoum, un terreno edificabile tra i 400 e i 1000 mq vale 1-2 milioni di dollari. Un bilocale è affittato a non meno di 800-1000 dollari al mese.
Grandi complessi abitativi stanno sorgendo tutto intorno al centro della città e le banche offrono, per la prima volta nella storia del Paese, mutui fino a 15 anni.
Anche confrontando il prezzo degli appartamenti e dei terreni con altre città africane e straniere, come fa il Sudan Tribune, emerge un dato chiarissimo: il loro costo è altissimo.
Il valore di un appartamento a Khartoum è pari a quello di due o tre appartamenti a Il Cairo o a un trilocale a Chicago.

Approfondisci: Un morto e sei feriti per una scodella di sorgo in Darfur

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giovedì, ottobre 08, 2009

Rapporto di Amnesty International

Donne senza pace in fuga dal Darfur
vittime di aggressioni e stupri in Ciad
Le donne del Darfur sono destinate a non trovare pace. Fuggite in Ciad per scampare alle violenze nella regione sudanese subiscono la stessa drammatica sorte nei campi profughi nel paese confinante. Nonostante la presenza delle forze delle Nazioni Unite. schierate proprio per proteggere la popolazione. gli stupri continuano a essere perpetrati impunemente nel territorio ciadiano. A denunciarlo, in un rapporto presentato a Londra il 30 settembre scorso, Amnesty International che accusa la polizia del Ciad. sostenuta dai Caschi blu, di fare ben poco per impedire che donne, ragazze e bambine siano vittime di aggressioni sessuali da parte degli abitanti dei villaggi confinanti i campi profughi e, in alcuni casi, degli operatori umanitari e degli stessi soldati ciadiani che dovrebbero tutelare la loro incolumità. Amnesty ha riferito che la popolazione femminile a rischio è composta da oltre 142mila unità, su 260mila rifugiati che hanno lasciato il Darfur negli ultimi sei anni e che sono ospitati in 12 centri di accoglienza ai confini con il Sudan. Tawanda Hondora, vicedirettore del Programma Africa di Amnesty International, ha sottolineato che “se è un fatto risaputo che le rifugiate del Darfur rischiano di subire aggressioni e stupri quando escono dai campi per raccogliere legna e acqua, si ignora che la situazione all’interno delle strutture dove dovrebbero essere al sicuro non è migliore, giacché quelle stesse donne rischiano la violenza anche da parte dei familiari, di altri rifugiati, dei militari dell’esercito regolare del Ciad e del personale delle organizzazioni umanitarie».Secondo il rapporto di Amnesty International il pericolo proviene principalmente dagli abitanti dei villaggi situati nelle vicinanze dei campi. A garantire l’incolumità di queste persone dovrebbe essere l'Unità integrata di sicurezza, un reparto speciale di polizia sostenuto dalla Missione dell'Onu nella Repubblica centrafricana e nel Ciad.
Ma possono bastare 800 agenti, dispiegati in tutta l’area che ospita le istallazioni umanitarie, a proteggere 260mila persone, la maggior parte dei quali sono donne e bambini?“Gli agenti del Dis - si legge ancora nel rapporto di Amnesty - sono diventati bersagli della violenza locale ma si sono resi anche responsabili di violazioni dei diritti umani. Molte donne rifugiate affermano che questi agenti pensano solo a proteggere se stessi e che hanno fatto ben poco per garantire la sicurezza dei rifugiati”. Le fonti dell’organizzazione internazionale che ha stilato questo desolante resoconto hanno segnalato, inoltre, violenze ancor più, se possibile, vili e subdole. Sono state accertate, infatti, molestie da parte di insegnanti che abusano delle loro alunne promettendo voti alti in cambio. “Alcune bambine hanno dovuto lasciare le scuole – afferma con rammarico Tawanda Hondora - per questa ragione. Il propagarsi della violenza sessuale è, putroppo, dovuto alla cultura dell'impunità, profondamente radicata nel Ciad orientale. L'uso del metodo tradizionale del «negoziato» per risolvere le dispute e i conflitti mostra tutta la propria pericolosità quando si tratta di casi di stupro”."No place for us here: violence against refugee woman in eastern Chad", traccia quindi un quadro ben più drammatico di quello che vogliono ‘mostrare’ le Nazioni Unite e le organizzazioni coinvolte in progetti di cooperazione in Ciad.Il portavoce della missione Onu – Minurcat, Michel Bonnardeaux, ha ammesso con riluttanza la perpetrazione di atti di violenza contro le donne e ha difeso la polizia sostenendo che la situazione della sicurezza stia migliorando.Ovviamente dal Palazzo di Vetro contestano questi dati, affermando che la Dis ha ricevuto uno speciale addestramento per i casi di stupro, e che il documento "è un po' affrettato e basato su un campione molto piccolo e su una breve visita".Ma abbiamo già avuto modo, purtroppo, di verificare e denunciare che tra i caschi blu non mancano individui privi di scrupoli che approfittano del loro ruolo per compiere impunemente atti orribili. Congo, Ruanda e Uganda insegnano.
Antonella Napoli
Presidente di Italians for Darfur

mercoledì, ottobre 07, 2009

La guerra in Darfur non è finita

Come abbiamo più volte denunciato noi negli ultimi mesi, anche Human Rights Watch (HRW) afferma che la "guerra in Darfur non è finita".
L'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, contraddicendo le recenti affermazioni dei responsabili della missione di pace nella regione dell'ovest del Sudan, teatro di una guerra civile, denuncia che ''nel Darfur gli scontri tra le Forze armate sudanesi guidate dal partito al potere a Khartoum e i ribelli e i bombardamenti alla cieca dimostrano che la guerra non si è conclusa".
Human Rights Watch ha anche esortato le autorità sudanesi ad impegnarsi nelle riforme per garantire il rispetto dei diritti fondamentali in vista delle elezioni nell'aprile 2010 e ha chiesto loro di mettere fine "agli arresti arbitrari" degli attivisti dell'opposizione. "Il Sudan è a un crocevia", scrive HRW, "può decidere di rispettare al meglio i suoi impegni o permettere che la situazioni si deteriori con le pratiche repressive", sottolinea Georgette Gagnon, direttore dell'organizzazione per l'Africa,.
In questi giorni, intanto, si è aperta a Mosca una riunione sul Darfur cui partecipano i rappresentanti di Sudan, Russia, Stati uniti, Cina, Francia, Regno unito e Unione europea ai quali è stata inviata una lettera aperta, firmata da varie organizzazioni non governative tra cui la nostra associazione, attraverso la quale si chiede un maggiore impegno nei confronti delle emergenze in Darfur e Sud Sudan, dove la tensione è sempre più alta. Il comandante uscente delle operazioni militari della FOrza Onu-Ua (Unamid) in Darfur, Martin Luther Agwai, aveva affermato a fine agosto che la fase di guerra era terminata: secondo le ultime stime Onu in Darfur sono morte 300mila persone e 2,7 milioni sono state costrette ad abbandonare le loro case.

(fonte afp)

domenica, ottobre 04, 2009

SLM: attacco dei governativi in Nord Darfur

Ahmed Abdel Shafi, leader di una delle fazioni dello SLM nel Nord Darfur, accusa il governo di aver attaccatto, giovedì scorso, una loro postazione vicino a Moo, con 56 veicoli armati, 4 elicotteri e due Antonov, uccidendo 28 persone, trai quali civili.
Ahmed Abdel Shafi è una delle parti coinvolte nelle trattative portate avanti da Scott Gration, inviato speciale degli USA per il Darfur, e finalizzate alla unificazione del fronte ribelle. (Sudan Tribune)

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