Il blog di Italians for Darfur

domenica, novembre 02, 2014

Aggiornamento su stupro di massa a Tabit: nuova missione Onu



La missione Unamid ha annunciato che effettuerà una nuova indagine sullo stupro di massa di oltre 200 donne nella cittadina diTabit, un villaggio a 45 chilometri dalla capitale del nord Darfur, El-Fasher. Dopo l'ondata di indignazione sui social media che hanno ampiamente diffuso testimonianze sull'episodio, amplificata dall'annuncio la scorsa settimana del team di peacekeeper che aveva indagato sulle accuse rivolte ai militari sudanesi e alle milizie arabe filo governative di non aver trovato prove che dimostrassero la responsabilità dello stupro, l'Onu ha deciso di inviare un nuovo contingente nell'area.


Stupro di massa a Tabit dei militari sudanesi e delle milizie arabe
Oltre 200 tra donne, adolescenti e bambine violentate per ritorsione

Oltre 200 tra donne e bambine violentate nella notte tra venerdì 31 ottobre e il primo novembre nel villaggio di Tabit, vicino a El Fashir, nel Nord Darfur. A denunciarlo Radio Dabanga. Lo stupro di massa sarebbe stato opera di militari governativi e milizie arabe, gli ex janjaweed.
Oltre alla radio indipendente sostenuta da Free Press Unlimited, un’organizzazione olandese che lavora per un’informazione libera nel mondo, ci hanno fornito notizie al riguardo anche i nostri contatti sul posto e i rifugiati sudanesi originari di Al Fasher che vivono a Roma.
Secondo i testimoni, il raid punitivo sarebbe stato conseguenza della scomparsa di un militare della guarnigione dell’esercito governativo nell'area. Ma la missione Onu dispiegata in Darfur non ha potuto fare un sopralluogo e confermare l'episodio.

mercoledì, ottobre 29, 2014

28 Ottobre, On. Scagliusi e altri deputati M5S presentano mozione per il Sudan

Pubblichiamo la mozione, indirizzata alla Camera in data 28 ottobre, dall'On. Scagliusi e da altri deputati del Movimento 5 Stelle, che fa seguito all'audizione del 22 settembre scorso, a cura del Prof. Mukesh Kapila, presso la Commissione affari esteri della Camera, e promossa da Italians for Darfur ONLUS e Aegis Trust.

Atto di indirizzo:
"La III Commissione, premesso che: 
in data 22 settembre 2014, il Comitato permanente per i diritti umani istituito presso la Commissione affari esteri della Camera dei deputati, ha audito l'audizione il professor Mukesh Kapila, rappresentante speciale per l'Aegis Trust per la prevenzione dei crimini contro l'umanità; 
sono ormai trascorsi più di dieci anni dall'inizio del conflitto, nel 2003, ed è tuttora difficile calcolare esattamente il numero dei morti di questo genocidio di cui si è reso responsabile il Governo sudanese; 
l'attuale situazione nel Sudan occidentale è tuttora segnata da diffusa violenza e impunità. Nonostante due accordi di pace, il Darfur è ancora lontano da una vera pace e la regione è segnata invece da miseria e consistenti ondate di profughi che tentano di lasciare il Darfur; 
la situazione attuale nei Monti Nuba appare molto più drammatica di quella in Darfur di 10 anni fa. I livelli di violenza in Darfur erano certamente elevati, ma i modi di portare avanti il conflitto erano più rudimentali: i Janjaweed (letteralmente «demoni a cavallo», un gruppo di miliziani arabi reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara) si muovevano a dorso di cammelli con bombe di tipo rudimentale. Oggi, sotto altro nome, guidano Land Cruisers, sono armati di caccia bombardieri che lanciano missili balistici, bombe a grappolo, mine e anche carri armati; dunque, confrontando il Sudan di oggi con quello di 10 anni fa se ne può concludere che la violenza è aumentata e si è espansa ad altre regioni oltre al Darfur, dove la violenza continua, ovvero ad altre regioni di confine abitate da popolazione di origine tribale nera africana: la regione del Nilo Blu, dei Monti Nuba e di Abiey; 
nella regione dei Monti Nuba, un milione di persone vive dentro a grotte, poiché i bombardamenti sono costanti. I quattro ospedali nella zona controllata dai ribelli sono stati tutti bombardati dal Governo sudanese nel mese di giugno 2014. Questa è una chiara violazione della legge umanitaria internazionale, è un crimine di guerra e un attacco alla dignità umana. Cose simili accadono anche nella regione del Nilo Blu. Poiché si è registrato in questi anni un fallimento dell'intervento internazionale in Darfur, il regime sudanese si è ovviamente sentito incoraggiato a perpetrare i suoi crimini; 
in Sudan ci sono approssimativamente 7 milioni di persone coinvolte da un tentativo di pulizia etnica in diverse zone del Paese; ciò significa che la criticità della situazione umanitaria in termini di diritti umani in Sudan risulta essere tra le peggiori al mondo. In Darfur ci sono 2 milioni di persone incarcerate in campi per rifugiati interni, dove vivono come prigionieri. Le donne che escono dal campo vengono stuprate costantemente e sistematicamente ormai da dieci anni; 
le missioni di peacekeeping dell'ONU in Sudan hanno fallito gravemente nella protezione dei civili e i processi politici in Sudan risultano frammentati. Parte attiva di alcuni processi sono le Nazioni Unite, mentre di altri processi è l'Unione africana. C’è un processo separato per la regione di Abiey, un processo separato per il Darfur, un processo separato per il resto del Sudan e il presidente sudanese Omar al Bashir, di fatto non coopera né con l'Unione africana né con le Nazioni Unite, perché nel momento in cui dovesse essere adottato un approccio onnicomprensivo, egli dovrebbe rispondere di tutto quello che ha fatto; 
al momento, il Sudan è una minaccia per la sicurezza dell'Africa, e del mondo in generale, poiché nel regime del Sudan proliferano terrorismo, malattie e armi leggere. Anche la pace in Sud Sudan è altamente dipendente dalla pace in Sudan. La situazione nella Repubblica centroafricana (RCA) è anch'essa legata al Sudan, poiché il regime di Khai-tounn offre rifugio ai combattenti più estremisti della RCA; 
il Sudan oggi è in grado di permettersi l'acquisto di aerei moderni e armi moderne, alcuni dei quali fabbricati in Sudan, ma per la maggior parte importati. Le sanzioni applicate dagli Stati Uniti e da parte dell'Unione europea risultano essere non chiare, vaghe e facilmente eludibili; infatti, diversi Paesi promuovono singolarmente diverse azioni commerciali, alcuni segretamente, altri addirittura ignorano completamente e pubblicamente le sanzioni. Vengono inoltre tenute conferenze che incoraggiano il commercio tra il Sudan e i Paesi dell'Unione europea; 
ci sono molte organizzazioni umanitarie che non portano aiuto nelle aree dove l'accesso viene negato dal regime sudanese. Tali organizzazioni, temendo il regime, non intendono infrangere le restrizioni del Governo sudanese con il risultato che i fondi raccolti vanno a finanziare l'organizzazione invece che l'assistenza alla popolazione,

impegna il Governo:

a promuovere, nelle sedi internazionali, un approccio onnicomprensivo verso i processi politici in Sudan al fine di unificare e risolvere tutti i problemi assieme dal momento che non è possibile risolverli singolarmente; 
a supportare i mandati di arresto della Corte criminale internazionale contro Omar al-Bashir e altri esponenti del regime di Khartoum; 
a promuovere presso le Nazioni Unite, sanzioni economiche, finanziarie, commerciali e sugli armamenti contro il Sudan per favorire la riduzione dei mezzi del regime sudanese utilizzati per fare guerra al proprio popolo e per assicurare che il regime di Khartoum non continui a rafforzarsi attraverso le risorse che derivano dal petrolio e da altri mezzi, grazie alle quali può approvvigionarsi di armi per il controllo del suo popolo; 
a ritirare l'ambasciatore italiano a Khartoum e, al fine di isolare dal punto di vista diplomatico il regime sudanese, ad adoperarsi affinché tutti gli Stati membri dell'Unione europea avviino un'analoga azione che preveda il ritiro gli ambasciatori europei in missione diplomatica sostituendoli con ufficiali incaricati di minor livello, per mandare un segnale politico molto forte, facendo capire al regime che i Paesi europei non sono più disposti a tollerare il comportamento tenuto nell'ultimo decennio; 
a promuovere, nelle opportune sedi internazionali, iniziative umanitarie indirizzate anche alle aree meno accessibili, assicurando che i fondi raccolti siano utilizzati per assistere la popolazione con particolare attenzione alle persone maggiormente in difficoltà.


(7-00501) «Scagliusi, Manlio Di Stefano, Di Battista, Spadoni, Sibilia, Del Grosso, Grande».

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sabato, ottobre 25, 2014

Bashir ci ripensa e si ricandida alle presidenziali del 2015

Nel 2012, nel pieno della Primavera araba,il presidente sudanese Omar al Bashir, ricercato per crimini di guerra e genocidio dalla Corte penale internazionale, aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato. E invece, giovedì scorso, l'assemblea del National Congress Party lo ha rieletto leader del partito e sarà quindi ricandidato alle presidenziali nell'aprile del 2015. Ad annunciarlo il suo consigliere, Ibrahim Ghandour mentre Bashir era impegnato in una visita ufficiale in Egitto.
L'ex generale, arrivato al potere con un colpo di stato nel 1989, è stato eletto con 266 voti su 522.

martedì, ottobre 07, 2014

Testimonianza di un dottore di Msf: il dramma Darfur è più grave che mai

Dieci anni di guerra, metà popolazione tra sfollati, rifugiati e morti. Dopo la tregua del 2011, in Darfur sono ricominciati gli scontri tra l'esercito sudanese, le milizie paramilitari alleate e i gruppi indipendentisti "neri": dall'inizio del 2014, sono 385mila i civili che hanno perso la casa, raggiungendo i due milioni di profughi già nei campi.
Tutto ciò che denunciamo da mesi, come fatto negli ultimi otto anni, lo conferma la testimonianza di uno psicologo di Medici senza Frontiere, il dottore Fabio Gianfortuna.
Prosegue il conflitto in Darfur, dove la minoranza araba detentrice del potere a Khartoum è opposta ai gruppi indipendentisti (Slm, Sla, Jem) delle etnie "nere" di questa zona occidentale del Sudan. L'ultimo scontro, il 6 ottobre, quando sono stati uccisi 16 militari in un attacco dei ribelli alla guarnigione di Guldo. Nel frattempo, nel Nord Darfur è stato proclamato lo Stato di Emergenza, vietando tra l'altro il kadamool, il turbante locale che copre gran parte della faccia.
Ma lo stillicidio è costante e quotidiano: secondo le Nazioni Unite, solo dall'inizio dell'anno 385mila civili hanno dovuto lasciare le loro case, soprattutto per gli attacchi delle forze paramilitari nella zona di Nyala. In un paese di 6 milioni di abitanti, dal 2003, anno in cui iniziò la guerra civile, si contano 400mila morti, più di 2 milioni di sfollati interni e 300mila rifugiati all'estero. In Darfur, oggi tutta la popolazione è divisa in sfollati, comunità di accoglienza e popolazioni rurali tagliate fuori dagli aiuti. Non ci sono alternative a queste tre categorie di vita. È una sorta di prigione a cielo aperto, perché è vietata la libertà di movimento al di fuori della propria area di insediamento.
Così fa il punto Fabio Gianfortuna, psicologo di Medici senza Frontiere che ha coordinato un progetto di salute mentale nel campo di Shanguil Tobaya: "In Darfur, la situazione è sempre incerta, si alternano tregue più o meno ufficiali a periodi di conflitto aperto. Dopo la firma del trattato di Doha del 2011 e la costituzione del Comitato misto Nazioni Unite/Unione Africana per il cessate il fuoco, la situazione sembrava più calma, ma nel 2013 il Governo ha intensificato i bombardamenti e le milizie arabe (Janjaweed) hanno ripreso ad attaccare campi di sfollati e villaggi, proteste pacifiche sono state soppresse nel sangue e sono ripresi gli arresti sistematici, mentre i vari gruppi ribelli si son nuovamente mobilitati". Human Rights Watch e un report di Foreign Policy hanno recentemente accusato di totale inefficacia la missione internazionale di peacekeeping, forte di 20mila soldati. Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon si è detto "preoccupato" e ha aperto un'inchiesta. In ogni caso, oggi la situazione non è quella del 2004, con centinaia di migliaia di morti, ma le speranze del 2011 sono tornate a essere solo speranze.
Gianfortuna racconta come gli abitanti del Darfur vivano da un decennio in uno stato di pericolo costante e di violazione dei diritti umani. Shanguil Tobaya, nel pieno del Sahara, è solo uno delle decine di campi sorti nel Paese: "È vicino all'incrocio tra le due principali strade del Nord; dieci anni fa, la popolazione in fuga si è fermata lì per stanchezza, dopo un cammino di settimane. E negli anni successivi i profughi sono continuati ad arrivare, con alle spalle storie di violenza nei villaggi di origine e lungo il cammino". Tutto dipende da aiuti esterni: il Pam delle Nazioni Unite per il cibo, Oxfam per l'acqua, Medici senza Frontiere per la salute. Shanguil è stato completamente distrutto tre volte. Racconta Gianfortuna, che era là durante un bombardamento: "Le milizie girano intorno al campo, uccidendo gli uomini che escono e violentando le donne che cercano di raggiungere una misera fonte d'acqua distante un chilometro".
A fine settembre, nel campo di Nierteti e Nyala, piogge torrenziali hanno distrutto 3.700 abitazioni di fortuna e bloccato le strade. Gli sfollati, senza più nulla, si proteggono ora da pioggia e sole con sacchi di plastica. Nei campi, la stragrande maggioranza dei profughi sono bambini e ragazzi di meno di 12 anni, talvolta separati dalle loro famiglie. Non ci sono scuole, né spazi di incontro, niente che possa aiutarli a crescere. Spiega lo psicologo di Msf: "I genitori, se ci sono, sono spesso bloccati psicologicamente". Molte donne sono vittime di violenza, in Darfur lo stupro è usato come arma di guerra.
 Nei campi, dove la salute non è un diritto, Medici senza Frontiere ha costruito dei presidi sanitari. Gianfortuna si è occupato dell'aspetto psicologico, tentare di alleviare i traumi e disturbi derivanti dallo stress e dalle violenze subite da un lato, provare a salvaguardare un minimo di strutture comunitarie e familiari dall'altro. "Mi ricordo - racconta - una bambina di sette anni che non dormiva da mesi perché il suo villaggio era stato attaccato da truppe appartenenti ad un'altra etnia che parlavano un dialetto estremamente riconoscibile. Nel campo c'erano molti appartenenti alla stessa etnia e lei, ogni volta che sentiva il dialetto degli assalitori, cominciava a piangere e gridare di paura. Purtroppo questo succedeva di continuo, di giorno e di notte, e la bambina era veramente allo stremo delle sue energie psichiche. Sei mesi di lavoro quotidiano con lei, sono stati premiati da un sorriso e da un pupazzetto costruito con la sabbia che ho ancora in camera mia".
Accanto alla sofferenza delle persone, c'è anche un dato economico che spiega l'assurdità di questa guerra. Secondo Hamed El Tijani, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell'Università americana del Cairo, il conflitto in Darfur costa 23 volte di più rispetto alle spese sanitarie dell'intero Sudan. Il professore ha calcolato che la guerra decennale è costata 50 miliardi di dollari, 5 all'anno, cioè il 23% del Pil a fronte dell'1% rappresentato dagli investimenti nella sanità.

sabato, settembre 20, 2014

Sudan, Bashir licenzia vertici radio e tv. Verso unificazione media

Il presidente del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, ha licenziato i vertici dei media statali rimuovendo il direttore di Sudan Tv Mohammed Hatem Suleiman e quello di Sudan Radio Muatassim Fadl.
Bashir ha anche disposto la formazione di una Commissione generale per la Radio e la Televisione e nominato al-Samaw'al Khalafalla a dirigerla, con Zubair Osman Ahmed come vice. L'obiettivo è quello di nominare un unico direttore per la radio e per la tv.
Il presidente sudanese ha inoltre emesso un decreto per formare una commissione che riveda la struttura organizzativa e funzionaria della Commissione per la radio e la televisione guidata dal sottosegretario del ministero delle Finanze.
La commissione rivedrà anche il numero degli impiegati e il lavoro necessario per i due media.

giovedì, settembre 18, 2014

Sudan, ex inviato Onu in Italia per denunciare crimini mai finiti

Mukesh Kapila, invitato da Italians for Darfur, terrà conferenze e incontrerà istituzioni 

Mukesh Kapila, ex inviato Onu e primo a denunciare il genocidio compiuto in Darfur, sarà in Italia su invito di "Italians for Darfur" per una serie di incontri istituzionali e conferenze universitarie.

Durante la sua visita nel Paese, il professore Kapila terrà lezioni all' Università 'La Sapienza' (19 settembre, h17) ed all'Università Roma Tre (23 settembre, h15).
Kapila parlerà delle sue esperienze in Sudan dove è stato a capo delle Nazioni Unite dieci anni fa.
I suoi interventi sono basati sul suo libro "Against a Tide of Evil", un racconto senza restrizioni che  rivela per la prima volta le "scioccanti profondità del male creato da coloro che progettarono ed

orchestrarono la soluzione finale in Darfur".         
Condividerà la sua visione sul perché la comunità internazionale abbia fallito nel fermare il primo genocidio del 21esimo secolo in Darfur, nonostante la lezione dell'ultimo genocidio del 20esimo secolo – in Rwanda – di cui egli stesso è stato testimone.
Appena tornato da un lungo tour in Sudan, Sud Sudan e Rwanda che lo ha visto impegnato tutto agosto, il professor Kapila incontrerà diverse personalità istituzionali e impegnate nella protezione dei diritti umani.

La visita organizzata da Voice for Nyala, campagna britannica che supporta "Italians for Darfur", è finalizzata a denunciare le violenze e l'intensità del conflitto in Sudan dove continuano a essere compiuti crimini contro l'umanità nel silenzio della Comunità internazionale.


Per saperne di piu' www.mukeshkapila.org



Per ulteriori informazioni contattare Elena elena@people4sudan.org


+44 (0) 7592834456

lunedì, settembre 15, 2014

CRIMINI IN DARFUR, NUOVO MANDATO DI ARRESTO DELLA CPI PER CAPO RIBELLI

La Corte Penale Internazionale ha amessso un mandato di arresto contro Abdallah Banda Abaker Nurain, capo ribelle del Darfur accusato di crimini di guerra per un attacco contro un contingente della missione di pace dell'Unione Africana, costato la vita nel 2007 a 12 militari. Nurain era stato finora citato a comparire in tribunale, cosa che aveva fatto una sola volta nel 2010: da allora la sua assenza ha costretto i giudici dell'Aia a rimandare il processo e infine ad emettere un mandato di cattura. Il tribunale penale internazionale, che non dispone di una propria forza di polizia, ha chiesto la cooperazione del governo sudanese per ottenere la cattura di Banda, cooperazione che al momento "non è in corso" anche perché lo stesso tribunale ha emesso un mandato di cattura nei confronti del presidente sudanese Omar al Bahsir, che non riconosce la legittimità della Corte.

mercoledì, luglio 23, 2014

L'88% delle donne sudanesi subisce la mutilazione genitale

Secondo i dati forniti da Unicef, l'88% delle donne tra i 15 e i 49 anni in Sudan subisce l'infibulazione, l'orribile pratica della mutilazione genitale femminile che costituisce un vero e proprio trauma per la psiche e per la salute delle giovani donne.

Proprio in questi giorni se ne parla a Londra, in un summit internazionale contro la FGM.

venerdì, luglio 18, 2014

Allarme sanitario in Darfur, Croce Rossa ancora senza accesso ai campi profughi

Dall'inizio dell'anno sono oltre 397000 gli sfollati in Darfur, che si aggiungono agli oltre 2 milioni fuggiti dalle aree di guerra dal 2003.

È quanto emerge dall'ultimo bollettino OCHA, nel quale si ricorda anche la grave condizione del sistema sanitario in Darfur, in particolare dopo la sospensione forzata delle attività della Croce Rossa Internazionale dallo scorso febbraio, come già vi avevamo scritto in questo blog, che assisteva i circa 206000 civili che non hanno accesso a cure.

venerdì, luglio 11, 2014

Inondazioni in Darfur causano vittime e danni tra gli sfollati. Allarme sanitario

È scattato l'allarme rosso nel Sud Darfur dopo i primi importanti rovesci, che nei giorni scorsi hanno causato l'inondazione dei principali campi profughi.

La già stremata popolazione, 6 mila nuovi arrivi a Al Salam a Nyala solo nei due mesi scorsi, è a rischio alimentare e igienico-sanitario.




giovedì, luglio 03, 2014

Come aiutare Meriam Ishag e famiglia a sostenere le spese processuali e le cure mediche


Meriam è formalmente libera ma non potrà lasciare il Sudan fino al termine di un nuovo processo. 
La famiglia ha sostenuto ingenti spese processuali e necessita di accertamenti e cure. Domenica ITALIANS FOR DARFUR la incontrerà: aiutiamo Meriam e famiglia con una donazione.



 Aiutiamola, ecco come fare, in occasione della visita di Italians for Darfur ONLUS domenica prossima: 
per sostenere le iniziative di Italians for Darfur ONLUS a favore di MERIAM e della sua famiglia, potete donare tramite PAYPAL, inviando una donazione a info@italiansfordarfur.it o tramite Banca Etica:
BANCA ETICA, IBAN IT78W0501803200000000128424, intestato a Italians for Darfur Onlus, Via Mauriac 30, 00143 Roma (RM)

Grazie

Italians for Darfur Onlus incontrerà Meriam Ishag in Sudan

ITALIANS FOR DARFUR FARA' VISITARE MAYA. DOMENICA SARO' IN SUDAN
Presto partirò per il Sudan e vedrò Meriam e la sua famiglia, oggi sarà il vice ministro Lapo Pistelli a incontrare i suoi avvocati e forse lei e la sua famiglia dopo i colloqui con gli espionenti del governo sudanese a cui ribadirà che l'Italia auspica che possa finalmente concludersi la dolorosa vicenda che ha coinvolto questa giovane sudanese colpevole di non aver rinnegato la fede cristiana.
Ho parlato con lei e Daniel, che ha tradotto per me dall'inglese all'arabo, e ho chiesto se potevo portare con me un pediatra che visitasse Maya per capire quali siano state le conseguenze del parto e se possano in futuro impedirle di camminare.
Domenica sarà una giornata importante, non solo abbraccerò Meriam, Daniel e i loro bambini ma farò in modo, se dalla visita risultasse davvero che la bimba ha riportato danni alla nascita, di aiutarli in ogni modo, e sono certa che tutti voi, ancora una volta, ci sosterrete.
Antonella Napoli
Presidente Italians for Darfur ONLUS
Per sostenere le iniziative di Italians for Darfur ONLUS a favore di MERIAM e della sua famiglia, potete donare tramite PAYPAL, inviando una donazione a info@italiansfordarfur.it o tramite Banca Etica:
BANCA ETICA, IBAN IT78W0501803200000000128424, intestato a Italians for Darfur Onlus, Via Mauriac 30, 00143 Roma (RM)

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sabato, giugno 21, 2014

La Commissione per i diritti umani del Sudan notifica al governo l'incostituzionalità della condanna a morte di Meriam

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(Fonte: Tempi.it) Articolo tratto dall’Osservatore Romano – La Commissione nazionale per i diritti umani del Sudan ha ritenuto incostituzionale la condanna a morte inflitta lo scorso 15 maggio da un tribunale di Khartoum a Meriam Yahia Ibrahim Ishag, la donna giudicata colpevole di apostasia in quanto definita appartenente all’islam perché figlia di un musulmano, ma in realtà cristiana da sempre. Meriam è infatti cresciuta nella religione della madre, una cristiana ortodossa etiope, abbandonata dal marito sudanese dopo la sua nascita (qui la sua storia completa e qui tutti gli articoli di tempi.it sulla sua vicenda, ndr).

Il parere della Commissione è stato riferito da Italians for Darfur, l’organizzazione non governativa che si è particolarmente mobilitata sulla vicenda. Secondo la Commissione, l’interpretazione della sharia, la legge coranica in vigore in Sudan dal 1983, fatta propria dal tribunale contrasta con l’articolo 38 della Costituzione del 2005 che garantisce a tutti i cittadini piena libertà di culto. La Commissione, che ha comunque un ruolo solo consultivo, interviene sulle segnalazioni di violazioni dei diritti e della libertà.
A consegnare a Italians for Darfur il testo del parere della Commissione è stata l’ambasciatore sudanese in Italia, Amira Daoud Gornass, la quale si è detta convinta e che sia stato imboccato un percorso che porterà all’annullamento della sentenza del 15 maggio.

Antonella Napoli, presidente dell’organizzazione non governativa italiana, ha riferito che la Commissione ha tenuto la scorsa settimana un incontro straordinario sul caso di Meriam e ha inviato le conclusioni al presidente sudanese Omar Hassam el Bashir. Nel documento si suggerisce al Governo del Sudan di adempiere ai testi dei trattati e delle convenzioni costituzionali e internazionali dei quali è firmatario per garantire l’applicazione dei diritti umani. Napoli ha aggiunto che «la Commissione ha rilevato una gestione non professionale del caso di Meriam da parte di specifici organi. Il giudice d’appello non dovrà quindi tenere conto del giudizio in primo grado e dovrà basarsi solo sulla Costituzione».
Meriam Yahia Ibrahim Ishag, da mesi in carcere insieme con il figlio Martin, di venti mesi, ha partorito a fine maggio all’interno della prigione la sua secondogenita,Maya.

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mercoledì, giugno 18, 2014

Nuovi raid aerei in Sudan, colpito ospedale di Medici senza frontiere

Riprendono i bombardamenti delle forze armate sudanesi e durante un attacco aereo contro un villaggio del Sudan, è stato colpito e parzialmente distrutto un ospedale gestito dall'organizzazione medico-umanitaria Medici senza Frontiere nella regione del Sud Kordofan, già devastata dalla guerra, privando i civili di assistenza medica cruciale.
A darne notizia la stessa organizzazione che attraverso un comunicato ha riferito che lunedì 15 giugno sono state sganciate numerose bombe sul villaggio di Farandalla, due hanno colpito l'ospedale. Il raid ha causato il ferimento di cinque persone, mentre un operatore di Msf è stato colpito all'ospedale. Le equipe dell'organizzazione hanno curato le persone colpite e organizzato il trasferimento di tre feriti gravi in un altro ospedale.
"Siamo scioccati dal fatto che una struttura medica possa essere bombardata, soprattutto perché era identificata in modo molto chiaro da una bandiera e da una croce sul tetto", ha detto Brian Moller, capomissione Msf nel paese.
"Avevamo anche comunicato preventivamente la posizione dell'ospedale alle autorità di Khartoum", ha aggiunto. Al momento dell'attacco lo staff dell'ospedale ha evacuato i pazienti in luoghi vicini, poi i medici sono tornati per curare le persone ferite durante il bombardamento.
Msf chiede il rispetto di pazienti, staff e strutture mediche nel Sud Kordofan. Diverse altre strutture mediche nell'area sono state bombardate nelle ultime settimane. Le bombe hanno distrutto il pronto soccorso, la sala per le medicazioni, la farmacia e la cucina dell'ospedale.
"I danni all'ospedale di Farandalla sono significativi ma Msf continuerà a lavorarci", ha aggiunto Moller.
La struttura Msf, che comprende sia reparti per visite ambulatoriali che per ricoveri, ha iniziato le attività nel 2012. Da allora sono state effettuate circa 65 mila consultazioni mediche, oltre a circa 2.300 ricoveri. Msf è una delle poche organizzazioni che forniscono cure mediche nel Sud Kordofan. Oltre a gestire la struttura di Farandalla, l'organizzazione supporta cinque centri sanitari nella zona.

lunedì, giugno 16, 2014

Mohamed Salah, attivista detenuto e torturato in Sudan, rischia la propria vita in carcere

Un altro caso scuote l'opinione pubblica sudanese, dopo quello di Meriam, la donna cristiana, madre di due figli, ancora agli arresti per apostasia e per la quale tutto il mondo si è mobilitato (www.italianblogsfordarfur.it/petizione).

Da un mese circa, ma la notizia è trapelata solo in questi giorni, Mohamed Salah, attivista per i diritti politici e civili è stato arrestato dai servizi di sicurezza governativi a breve distanza dall'ultima detenzione, da marzo ad aprile scorso. L'attivista, secondo i testimoni, è stato fermato a un posto di blocco nei pressi dell'Università di Khartoum.

Ogni richiesta di visita dei familiari alla sua cella è stata respinta per settimane, senza motivazioni, dal NISS, contrariamente a quanto previsto dalla legge sudanese. 

La famiglia ci ha scritto che è riuscita a vedere il ragazzo dopo 32 giorni nella prigione di Kober, a Bahri, Khartoum, due giorni fa, il 14 giugno scorso. Secondo il racconto dei familiari, Mohamed avrebbe perso, per giorni, la facoltà di camminare, forse per le percosse subite dai carcerieri. Numerosi erano i segni delle percosse e le ferite sul volto e sulle mani, ricoperte di bende e garze. Anche il suo occhio destro avrebbe subito gravi limitazioni nella visione.

Italians for Darfur Onlus rilancia immediatamente l'appello dei familiari, affinchè Mohamed Salah, attivista sudanese, venga rilasciato e vengano accertate le responsabilità per le torture e i metodi inumani di detenzione e durante l'interrogatorio. 


Firmano l'appello la madre Zainab, il padre Mohamed e i fratelli Baderldin e Walaa.


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