Il blog di Italians for Darfur

martedì, luglio 14, 2020

Riprendono le violenze in Sudan, uccisi 9 manifestanti a Fata Borno

Non tutto va bene in Sudan, nonostante le recenti riforme nel campo dei diritti umani. Soprattutto, dopo 17 anni, la popolazione civile del Darfur non trova ancora pace.
Il 13 luglio a Fata Borno, nel Darfur settentrionale, nove manifestanti sono stati uccisi e almeno altri 17 sono rimasti feriti in una strage che chiama in casa una milizia armata affiliata alle forze di sicurezza.
Le proteste a Fata Borno erano iniziate il 6 luglio, con delle richieste del tutto legittime e ragionevoli al governo centrale: maggiore sicurezza, protezione dei raccolti e dimissioni dei funzionari affiliati al regime dell’ex presidente Omar al-Bashir e ancora in servizio.
Amnesty International ha chiesto alle autorità sudanesi l’avvio di indagini indipendenti e approfondite per individuare i responsabili di questa strage.

mercoledì, febbraio 26, 2020

Darfur, a 17 anni dall'inizio del conflitto non c'è ancora pace

Oggi, nell'anniversario dell'inizio de conflitto in Darfur, il 26 febbraio del 2003, proponiamo un reportage (pubblicato su Repubblica) di Antonella Napoli, giornalista e presidente onoraria di Italians for Darfur, che alcuni mesi fa ha visitato alcuni campi che ospitano gli sfollati, che sono quasi due milioni.

Nonostante la caduta di Omar Hassan al Bashir, la situazione nella regione occidentale sudanese non è migliorata. Vi abbiamo raccontato nelle ultime settimane dei nuovi attacchi a El Geneina con decine di vittime.

Italians for Darfur continua a monitorare la situazione e a portare avanti i progetti avviati con le ONG locali. 

Darfur, una crisi umanitaria senza fine 
di Antonella Napoli


Un reticolo di quadrati irregolari senza soluzione di continuità. Un’immensa distesa nel deserto, che da Nyala si estende fino ai confini con il Sud Sudan, di capanne e baracche di  fango e lamiere. Sorvolando in elicottero ‘al Salam’ già solo l’impatto visivo del campo ci racconta della vastità della crisi umanitaria in Darfur che nonostante resti tra le più gravi al mondo è ormai dimenticata da tutti. 

Gli inizi della crisi. La crisi è iniziata con il deflagrare del conflitto fra i ribelli della regione occidentale del Sudan e l’esercito di Khartoum il 26 febbraio del 2013. Il governo sudanese non si è limitato agli attacchi militari verso il Sudan Liberation Army ma ha esteso l’azione repressiva nei confronti di tutta la popolazione del Darfur: oltre 400 mila morti e 2 milioni e 800 mila sfollati, di cui solo un milione ha fatto rientro nelle aree pacificate.A distanza di 16 anni, seppure la guerra ad alta intensità sia limitata ad alcune aree, la situazione per i profughi è più disperata che mai.L’Unamid, la missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2008, ha abbandonato  l’area concentrando le attività nel nord della regione nell’ottica di una smobilitazione progressiva concordata tra l’Onu, con un voto in Consiglio di sicurezza, e il Sudan.

Una crisi umanitaria incancrenita. Sotto il profilo umanitario la situazione appare incancrenita e con la fine della missione le condizioni di vita per la popolazione sfollata sono al limite della sopravvivenza. All'inizio, quando era stata dispiegata nel dicembre del 2007, la missione contava 26 mila caschi blu. Con la risoluzione 2063 del 31 luglio 2012, il Consiglio di sicurezza ha deciso di ridurre la forza delle componenti militari e di polizia portandole a poco più di 23 mila, 19.248 soldati e una componente civile di 4.495 peacekeepers (1.185 membri dello staff internazionale, 340 volontari delle Nazioni Unite e 2.970 membri del personale nazionale). 

La situazione nella regione.I bisogni più acuti sono stati riscontrati in tutta la regione del Darfur, ma anche negli Stati del Nilo Azzurro, del Sud Kordofan, oltre che nel Sudan orientale e altre aree dove non si registrano fronti aperti di conflitto. Questi bisogni umanitari sono principalmente causati da scontri tra ribelli e milizie del Governo ma anche da tensioni intertribali, che a loro volta causano dislocamento e insicurezza alimentare. 

La fine dei progetti delle ong. Anche le organizzazioni non governative coinvolte negli aiuti umanitari hanno lasciato Nyala decretando la fine di progetti fondamentali di assistenza ma anche di  supporto sanitario e scolastico. Solo il World food program continua a garantire distribuzione di generi alimentari, anche se le forniture sono ridotte ormai al 10% di quelle iniziali. Senza contare la questione sicurezza: non c’e più nessun casco blu a proteggere l’incolumità di questa gente. Ma i rischi per chi esce dal campo restano gli stessi: 700 mila anime abbandonare a loro stesse.

Aumentate la mortalità infantile e la malnutrizione.
Negli ultimi tre anni, il ridimensionamento del contingente Onu e quello conseguente delle ong ha causato l’innalzamento della mortalità infantile e della malnutrizione, ha limitato le capacità di cure, solo grazie a medici volontari sudanesi è stato attivato un ambulatorio fuori dal campo. Praticamente azzerata l’istruzione, le donne del campo capaci di leggere e scrivere fanno da insegnanti ai bambini in ‘classi’ senza sedie e senza banchi. Gli alunni seguono la lezione seduti a terra.

Il racconto degli anziani del campo. 
“Da tre anni cerchiamo di sopravvivere autonomamente - raccontano gli ‘anziani’ del consiglio del campo illustrando il quadro di quanto accaduto dal 2015 ad oggi - il peggioramento delle condizioni di sussistenza per le 1200 famiglie che vivono qui è stato progressivo. Da quando sono finite le scorte di medicinali e di fornitura scolastica nessuno ha provveduto a rifornirci delle stesse.  Abbiamo avviato un’autogestione ma da soli non riusciamo a farcela. Abbiamo bisogno di aiuto. Manca tutto, il cibo è insufficiente, abbiano una sola pompa d’acqua per tutto il campo, non abbiamo scuole e per curarci c’è solo un ambulatorio precario con pochi mezzi e medicinali. Per ciò che riguarda la sicurezza, seppure gli scontri siano sempre più limitati nell’area del Jebel Marra ancora oggi se usciamo dal campo rischiamo rappresaglie e attacchi da parte delle milizie assoldate da Khartoum”. 

Il conflitto non è finito.
Nonostante sia rimasto solo un fronte aperto, nelle aree montuose del Jebel Marra dove sono arroccati i ribelli del Slm, movimento armato guidato da Wahid Al Nour, il conflitto in Darfur non è finito come cerca di propagandare il governo del presidente Omar Hassan al Bashir,   che negli ultimi mesi deve far fronte anche alle rivolte per il rincaro del costo della vita in tutto il Paese. Nell’ultimo anno e mezzo  Khartoum ha deciso di impiegare nel contrasto alla ribellione in Darfur le Popular Defence Force (PDF) ritenute l’ala militare del National Congress Party (NCP) che al pari delle milizie dei famigerati janjaweed, accusati dalla Corte penale internazionale insieme allo stesso presidente sudanese di crimini di guerra e contro l'umanità, continuano a perpetrare violenze anche sui civili.

Resta la carestia a causa dei cambiamenti climatici l‘emergenza più grave. 
L'esigenza degli aiuti umanitari è amplificata anche dalla povertà, dal sottosviluppo e dai fattori climatici che caratterizzano l'intero Stato. Ma nessuno al momento può assicurare ai profughi di ‘al Salam’ né l'assistenza salvavita immediata né la protezione cruciale per la loro sopravvivenza. E non solo per i residenti dei campi. 
Nel 2018, secondo OCHA, 4,8 milioni di persone hanno richiesto assistenza umanitaria in Sudan, tra cui 3,1 milioni nel Darfur.  In tanti, nelle aree inaccessibili ai cooperanti non ricevono alcun aiuto. 





martedì, febbraio 11, 2020

Hassan al-Bashir, accusato di crimini contro l'umanità, presto a processo al Tribunale Penale Internazionale

Tutti a processo; è quanto hanno deciso insieme il nuovo governo sudanese e le principali fazioni dei ribelli armati a proposito dei cinque sudanesi indiziati dalla Corte Penale Internazionale per reati di genocidio e crimini contro l'umanità.

Tra di essi spicca il nome di Omar Hassan al-Bashir, 76 anni, ex presidente e dittatore del Sudan dal 1989, in carcere a Khartoum dalla fine della sommossa popolare e del golpe militare che ne portò alla detronizzazione l'anno scorso.

La Corte Penale Internazionale emise un mandato di arresto internazionale per Bashir già nel 2009, eppure, anche grazie alla complicità di diversi Paesi dell'Unione africana, è sempre sfuggito al processo. E' accusato di aver determinato, per il tramite di uccisioni indiscriminate di civili ad opera delle famigerate milizie janjaweed, circa 300 mila morti, oltre 4 milioni di sfollati e la diaspora di migliaia di sudanesi nel mondo.

Per ora non sono note le modalità e i tempi con i quali si darà seguito a tale accordo, il primo passo prevede anche la creazione di una corte speciale per il Darfur che avrà il compito di investigare i casi non denunciati dal Tribunale Penale Internazionale.

mercoledì, febbraio 05, 2020

Caos Darfur, tribù arabe attaccano gli sfollati di origine africana nei campi di El Geneina.

Ashraf Eissa, portavoce dell'UNAMID non fa giri di parole: i civili di etnia africana sono oggetto di ripetuti attacchi da parte di tribù arabe che si contendono i territori del Darfur occidentale, e lo fanno nel peggiore dei modi, colpendo uomini, donne e bambini dei campi sfollati di El-Geneina.

Il bilancio, a cura dell'UNHCR, pubblicato a fine gennaio, conta numerosi feriti, alcuni dei quali trasferiti a Khartoum per le cure del caso e altrettanti morti, oltre 11 mila profughi nel vicino Ciad e 46 mila sfollati, 4 mila nella sola scorsa settimana.

Nonostante il cambio di regime, e il tentato processo di pace tra governo e unità armate ribelli del Darfur, le condizioni della martoriata regione del Sudan stentano a mutare,  con la popolazione ancora schiacciata dal peso delle conflittualità etniche, religiose ed economiche mai risolte.




lunedì, dicembre 09, 2019

Il Sudan abolisce le leggi sull’ordine pubblico, passo avanti per i diritti delle donne

Il 29 novembre il governo di transizione del Sudan ha annunciato l’abolizione delle leggi sull’ordine pubblico che regolavano, tra le altre cose, la presenza delle donne negli spazi pubblici e che hanno causato arresti, pestaggi e condanne di tantissime attiviste e semplici cittadine, “colpevoli” di aver ballato in feste private, venduto merce in strada o mendicato.
È un passo avanti importante verso lo smantellamento di un sistema normativo discriminatorio che per decenni ha limitato l’esercizio dei diritti alla libertà di manifestazione e di espressione delle donne sudanesi.
C’è tuttavia altro da fare. In primo luogo, modificare il codice penale del 1991 abrogando soprattutto gli articoli 77 e 78 (sul consumo di bevande alcooliche) e gli articoli dal 145 al 158 sulla “morale” riguardanti i rapporti sessuali consensuali, il codice d’abbigliamento e altri comportamenti individuali in luoghi privati.
E poi, ratificare i trattati regionali e internazionali sui diritti delle donne, quali ad esempio il Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa e la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne.

domenica, agosto 18, 2019

Firmato accordo tra militari e società civile: al via da settembre il governo di transizione

E' una notizia che ha quasi dell'incredibile, dopo la caduta del dittatore Bashir e la svolta reazionaria della giunta militare, l'accordo siglato ieri a Khartoum tra i militari e la rappresentanza dei manifestanti all'opposizione che a gran voce chiedevano da mesi un processo democratico per il Paese.

L'evento storico, e dal forte impatto emotivo per chi da anni racconta e opera civicamente per una soluzione alla crisi del Paese, come fa da oltre dieci anni in Italia l'associazione Italians for Darfur Onlus, è stato raccontato in presa diretta da Antonella Napoli, giornalista e presidente dell'associazione Italians for Darfur Onlus, oggi di rientro dalla capitale sudanese.

La dichiarazione costituzionale appena siglata porterà alla nomina di un nuovo Primo Ministro del governo di transizione, prevista per martedì prossimo, e alla creazione di un Consiglio misto tra militari e civili che dovrebbe portare il Paese a un governo civile dopo tre anni.

Se il potente generale Mohammed Hamdan Dagolo "Hemeti" cederà davvero le redini del Paese al popolo lo vedremo nei prossimi anni, intanto Khartoum festeggia. 

lunedì, giugno 03, 2019

Scontri tra militari e manifestanti a un sit-in a Khartoum.

Al Jazeera riporta scontri in corso tra militari, armati anche con gas lacrimogeno, e i manifestanti a Khartoum. Dal 14 maggio scorso le trattative tra il Consiglio Militare post Bashir e i civili per la fase di transizione a un governo di unità nazionale sono in stallo.

Un manifestante, Mohammed Elmunir, - riporta Il Post- "ha detto che l’esercito ha bloccato le vie di fuga dalla zona del sit-in prima di cominciare a sparare e ha dato fuoco alle tende dei manifestanti. L’Associazione dei Professionisti del Sudan (SPA), una delle principali organizzazioni dietro al sit-in, ha invitato la popolazione a scendere in strada per protestare. I manifestanti del sit-in hanno eretto una barricata sulla strada principale di Khartoum per difendersi".

Sui social si moltiplicano gli appelli a resistere nella protesta, mentre da settimane tanti p giovani pubblicavano foto delle barricate costruite lungo le vie della capitale.

lunedì, aprile 22, 2019

Graffiti e proteste nella capitale Khartoum, non si placa la sete di democrazia in Sudan


Si riuniranno il 24 aprileap principali Paesi africani, in un vertice dell'Unione Africana al Cairo, per discutere di quanto avviene in Sudan. Egitto, Sudafrica e Rwanda, infatti, seguono con preoccupazione gli eventi nel Paese, strategico per le risorse petrolifere e per la gestione del flusso migratorio (nel 2016 anche il governo italiano strinse accordi di rimpatrio con il presidente sudanese, sebbene vi pendesse un mandato di arresto internazionale per crimini contro l'umanità).

 Nelle strade, intanto, lontano dai potenti, si moltiplicano le iniziative di protesta delle associazioni civili che hanno sospeso le trattative con i vertici militari, accusate di "temporeggiare". Sempre più numerosi appaiono i graffiti lungo le mura della capitale, dalle riproduzioni di Banksy ai più originali disegni locali, come quello dell'artista Ammar Jammaa con il suo ragazzo "Sabeenaha" ("che non si muove, che rimane sul posto"), qui riprodotto.

sabato, aprile 13, 2019

Cambio di guardia ai vertici del Consiglio militare, ma manifestanti restano in piazza: no a un altro regime

Nuovo colpo di scena in Sudan. Il capo del Consiglio militare transitorio, l’ex ministro della Difesa Ahmed Awad Ibn Auf, ha annunciato in serata le sue dimissioni, a poco più di 24 ore dalla sua designazione.
Legato agli islamisti, Auf deve rispondere dell’accusa di essere stato il collegamento fra il passato governo e le  milizie  Jajaweed, i cosiddetti “diavoli a cavallo” responsabili delle atrocità perpetrate in Darfur, regione occidentale sudanese insanguinata da un conflitto iniziato nel 2003 che ha causato oltre 300 mila vittime e 2 milioni e mezzo di sfollati..
“Annuncio le mie dimissioni e la scelta di affidare l’incarico ad Abdul Fatah al Burhan, nominato nuovo capo del Consiglio militare di transizione” ha detto Auf in un discorso trasmesso dalla televisione governativa. Luogotenente generale, Burhan sembra avere un curriculum più  ‘pulito’  rispetto al predecessore e agli altri ufficiali delle forze armate, non essendo stato  coinolto in crimini di guerra né in mandati della Corte penale internazionale.
L’opposizione e l’Associazione dei professionisti sudanesi avevano dichiarato di non riconoscere l’ex ministro alla Difesa quale nuova guida del Paese e aveva annunciato di voler proseguire le proteste nonostante il rovesciamento del presidente Omar al Bashir.
Neanche le rassicurazioni del generale Zinel Abdine, vicino ai leader delle rivolte, il quale aveva affermato che l’azione dell’esercito non era un colpo di stato militare “ma una decisione a favore della gente alla quale seguirà un dialogo con i partiti politici per discutere su come gestire il Sudan” avevano convinto i manifestanti a lasciare le piazze.
Ma se le dichiarazioni dell’alto ufficiale fossero confermate dal neo presidente potrebbe essere possibile la nascita di un governo civile senza  la presenza di militari. Ciò che chiede a gran voce il popolo sudanese.
Intanto a New York si è riunito il Consiglio di sicurezza dell’Onu che ha tenuto  un incontro di emergenza sul  Sudan conclusosi dopo un’ora di colloqui a porte chiuse e senza una dichiarazione finale.
Secondo fonti di Focus on Africa al Palazzo di vetro , la Russia, la Cina, il Sudafrica, la Guinea equatoriale e, in misura minore, l’Indonesia si sono opposti a un testo congiunto del Consiglio di sicurezza. La riunione era stata chiesta dagli Stati Uniti e dai cinque membri europei del Consiglio di sicurezza: Francia, Regno Unito, Germania, Polonia e Belgio. Ma è evidente che l’incontro non sia andato a buon fine. La politica dei veti contrapposti continua.

giovedì, aprile 11, 2019

Omar al Bashir si dimette, militari avviano consultazioni per transizione

Fonti governative hanno annunciato che Omar Hassan al Bashir, presidente del Sudan si sarebbe dimesso.
Avviate le consultazioni tra vertici militari per periodo di transizione. Militari dispiegati intorno ai principali edifici governativi. 

mercoledì, aprile 10, 2019

La foto che racconta la protesta in Sudan

Foto di Mahmoud Ahmad
Per il quarto mese consecutivo, centinaia di migliaia di persone manifestano a Khartoum chiedendo le dimissioni del presidente sudanese Omar al Bashir.
La foto riprende un giovane manifestante al sit-in di stamattina 10 aprile al davanti al Quartier Generale dell' Esercito. Le Forze Armate rimangono  fedeli al governo anche se si registrano diverse defezioni in favore del movimento di protesta nato a causa del rincaro dei beni di prima necessità.
#sudaneseuprising

giovedì, febbraio 21, 2019

Brutalità e arresti arbitrari minano i colloqui distensivi tra Sudan e USA

Gli Stati Uniti potrebbero sospendere le trattative con Omar Hassan al Bashir sull'uscita del Paese africano dalla lista degli Stati canaglia a causa dell'uso della violenza e delle forze governative durante le proteste nella capitale in corso dal 19 dicembre scorso. 
Osservatori e ONG accusano il Governo sudanese di usare forze paramilitari, eccessiva violenza, torture e detenzione arbitraria per contenere le manifestazioni scoppiate a seguito dei rincari di beni di prima necessita come il pane, il cui prezzo è triplicato. 
Sarebbero 31 i morti registrati, centinaia gli arresti e i giovani interrogati dal NISS.

giovedì, dicembre 27, 2018

Rivolta in Sudan, anche in Italia manifestazione contro Bashir

Mentre si amplia la protesta popolare in Sudan con decine di morti e centinaia di arresti anche la comunità dei sudanesi a Roma ha manifestato davanti all’Ambasciata in via Panama. 
Intanto nel Paese sono iniziati sciopero in diverse città e settori socio sanitari contro l'aumento del prezzo del pane. 
Il movimento in atto viene considerato come una delle contestazioni più significative contro il presidente Omar Hasan Ahmad al Bashir, al potere da 30 anni. 
L'appello a scioperare è stato lanciato ieri da un raggruppamento professionale in diversi settori, mentre manifestazioni erano in corso in diverse localita' sudanesi, tra cui Omdurman, città gemella della capitale Khartoum. Tra i primi ad aderire allo sciopero sono stati gli ospedali, sin dalle ore 8. In un comunicato diffuso dal Comitato dei medici del Sudan vengono chieste ufficialmente le "dimissioni immediate del presidente in risposta alla volontà del popolo sudanese e la formazione di un governo di transizione". 
Lo sciopero, come i sit-in organizzati da esponenti della diaspora sudanese in tutto il
mondo, rientrano nel movimento di contestazione popolare che ha già raggiunto una decina di località. Mercoledì scorso centinaia di persone si sono radunate sul mercato di Um Rawaba, nello stato del Nord Kordofan, chiedendo la "caduta del regime". Stessa scena a Atabare (est), città in cui il movimento è nato. In sei giorni di proteste, secondo il dato ufficiale fornito dalle autorità, otto persone sono morte negli scontri tra manifestanti e gli agenti anti sommosse. Ma per Amnesty International le vittime sono sono almeno 40. Anche il capofila del principale partito di opposizione Sadek al-Mahdi - ultimo primo ministro eletto democraticamente in Sudan, cacciato dal potere col colpo di stato compiuto da Bashir nel 1989, esiliato più volte e rientrato in patria nei giorni scorsi - ha invece riferito di 22 morti, denunciando la "repressione armata contro un movimento di contestazione legittimo". Oltre la motivazione economica contro il carovita in un Paese allo stremo, secondo diversi analisti le radici della crisi sono politiche, motivo per cui la popolazione sta chiedendo la fine del regime di Bashir, riprendendo slogan della primavera araba del 2011. "Errori, cattiva gestione e fallimento delle politiche governative spiegano la rabbia della popolazione" ha commentato Abdellattif al-Buni, docente sudanese di scienze politiche. Il partito al potere del Congresso nazionale ha assicurato di aver capito il malcontento popolare di fronte alla situazione economica, accusando però i "partiti di sinistra che vogliono destabilizzare lo Stato" e Israele di "essere all'origine delle proteste" ha accusato il suo portavoce Ibrahim el-Sadik. Il ministero degli Esteri sudanese  ha convocato l'ambasciatore del Kuwait a Khartoum dopo che il paese del Golfo aveva invitato i propri connazionali a lasciare il Sudan. Già nel gennaio 2018 manifestazioni contro il caro cibo si erano verificate in Sudan, represse anche in quel caso dalle autorità che avevano fatto arrestare leader dell'opposizione e militanti. Il paese deve far fronte ad un'inflazione vicina al 70% e al crollo della sterlina sudanese sul dollaro. 






domenica, dicembre 23, 2018

Giovani in strada contro carovita chiedono cambo di regime

Nel link la petizione pubblica lanciata da giovani attivisti sudanesi che dal 19 dicembre scorso protestano contro la politica economica del governo, che non riesce a far fronte alla grave crisi economica. L'inflazione alle stelle, oltre il 70%, e la mancanza di pane, carburante e generi di prima necessità, nonché l'ultima pesante tassazione, ha portato molti giovani sudanesi nelle strade del Paese, chiedendo il cambio di regime. Il Sudan ha perso oltre il 75% delle riserve petrolifere a seguito dell'indipendenza del Sud Sudan nel quale erano concentrati i principali pozzi di estrazione.
Le forze di polizia hanno reagito pesantemente, come testimoniano video che circolano in rete, sebbene secondo fonti ufficiali l'attività di controllo della folla sarebbe stata  scatenata dalla presenza di infiltrati antigovernativi che prenderebbero di mira palazzi istituzionali: numerosi i morti e i feriti nelle principali città sudanesi,  Atbara, Port Sudan, Gadaref e Alnuhud, ma la pesante risposta di Omar Bashir ha rinvigorito ulteriormente il movimento, che ha sta conquistando eco internazionale.  Nel 2013, in simili proteste, avevano perso la vita 170 persone.

lunedì, dicembre 03, 2018

Per Natale con un regalo solidale doni due volte

Cari amici, in vista delle festività natalizie con un regalo solidale raddoppia la vostra solidarietà. Sostenendo la nostra associazione, acquistando attraverso il nostro sito oppure con una piccola donazione, contribuirete al crowdfunding per il progetto dello sportello di assistenza ai rifugiati e richiedenti asilo di Italians for Darfur Onlus
Italians for Darfur è un'associazione nata nel 2006 per sensibilizzare sulla crisi umanitaria nel Darfur, regione del Sudan, insanguinata da un conflitto iniziato nel 2003. 
Dal 2008 si occupa di assistenza e supporto ai  rifugiati in Italia per motivi umanitari.
Dal 2015 il progetto dello “Sportello di integrazione e di assistenza legale per rifugiati e richiedenti asilo”, realizzato a Romain via dei Volsci a San Lorenzo, nel III Municipio, e nel quartiere Eur, nell’ambito delle attività promosse dal Segretariato Sociale del Municipio IX in Viale Ignazio Silone 100, con il cambio di amministrazione a Roma è stato sospeso.  Le convenzioni per tali progetti non sono state rinnovate nonostante per gli enti si trattasse di una piattaforma a costo zero.
Lo sportello trovava la sua forza nell’essere una piccola comunità, sempre aperta, che si alimentava delle storie e dello spirito dei suoi partecipanti, quasi tutti impegnati a titolo volontario, con l’obiettivo principale di far sì che le persone acquisissero anche la capacità di poter essere d’aiuto agli altri, mettendo così in circolo una catena virtuosa di supporto sociale.
Oggi più che mai, a fronte del decreto sicurezza che limita l’accesso al sistema Sprar e al Fondo Nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, al quale possono accedere, nei limiti delle risorse disponibili, gli Enti locali che prestano servizi finalizzati all’accoglienza dei richiedenti asilo e alla tutela dei rifugiati e degli stranieri destinatari di altre forme di protezione umanitaria, questo progetto può davvero fare la differenza per coloro che sono in possesso dei requisiti richiesti per l’accesso al sistema di protezione ma che senza adeguata assistenza difficilmente vedranno accolte le loro richieste.
Per coprire le spese di gestione e mantenimento della struttura, dall’affitto del locale alle utenze, abbiamo necessità di fonti di finanziamento diffuse e stabili soprattutto per l’indipendenza di un progetto mutualistico totalmente indipendente al momento unico nel suo genere.

Chi donerà dai 10 ai 30 euro riceverà la tessera socio dell'associazione che da' diritto al 10% di sconto sul merchandising solidale per gli acquisti dal sito.
Chi donerà dai 30 ai 50 euro oltre alla tessera riceverà un libro a scelta tra quelli acquistabili sul sito.
Chi donerà oltre 50 euro riceverà la tessera e, a scelta, la nuova maglietta dell'associazione o il cd di Tony   Esposito "Sentirai".

Sarete costantemente aggiornati sulle attività del progetto attraverso il blog del nostro sito. Grazie a voi doneremo una possibilità a persone che fuggono da conflitti e crisi umanitarie, nel rispetto dei principi della nostra Costituzione.
Potete donare attraverso il sito oppure attraverso il nostro sito http://www.italianblogsfordarfur.it/ oppure dalla piattaforma https://www.gofundme.com/sportello-per-rifugiati-e-richiedenti-asilo?member=1160858.
Vi ringraziamo per quanto potrete fare.