Il blog di Italians for Darfur

giovedì, agosto 12, 2021

L'ex dittatore sudanese Omar al-Bashir verrà consegnato alla Corte Penale Internazionale

L'ex presidente e dittatore dello stato del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, 77 anni, potrebbe essere presto consegnato alla Corte Penale Internazionale, insieme ad altri ufficiali, tra cui Ahmed Haroun, accusati nel 2009 e nel 2010 di gravi crimini contro l'umanità, che l'associazione Italians for Darfur ONLUS ha da sempre denunciato: oltre trecentomila morti e due milioni e mezzo di sfollati, stupri di massa e persecuzioni etniche, in particolare alla popolazione del Darfur e Kordofan, a partire dal 2003.

Il governo di transizione sudanese si è infatti accordato per inviare l'ex-leader, deposto nel 2019 e da allora in prigionia, davanti ai giudici del Tribunale Penale Internazionale, come ha affermato ieri il Ministro degli Esteri sudanese Mariam al-Mahdi ai microfoni dell'agenzia sudanese SUNA. 

E' l'impegno più forte fino ad oggi preso dal governo sudanese sorto dopo la deposizione di Bashir ad opera dei militari nel corso delle imponenti manifestazioni di massa e scontri civili contro il regime nel corso del 2019. Non una decisione facile, in quanto nel governo di transizione siedono anche ex collaboratori del regime, e che per la sua portata - conferma Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale dopo un incontro con esponenti politici e militari sudanesi - genera finalmente ottimismo.


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giovedì, dicembre 21, 2017

Il Sudan elogia la posizione del Ruanda contro la ICC

Il presidente sudanese Omer al-Bashir ha elogiato il sostegno del Ruanda al Sudan nei forum regionale ed internazionale e per la sua ferma posizione contro la Corte Penale Internazionale (ICC).

Il presidente ruandese Paul Kagame, accompagnato da una delegazione di alto livello, è arrivato a Khartoum mercoledì per una visita ufficiale di due giorni per tenere colloqui sui rapporti bilaterali con il Governo del Sudan.

Nel suo discorso prima della sessione di apertura dei colloqui sudanesi-ruandesi nel Palazzo presidenziale, al-Bashir ha invitato i leader africani a ritirarsi dalla ICC secondo la decisione dell'Unione Africana.

L'Unione africana accusa costantemente la ICC di scagliarsi in modo sproporzionato  contro i Paesi africani. Diversi di essi tra cui Kenya, Sudan, Eritrea, Uganda, Zimbabwe e Libia hanno richiesto il ritiro di massa delle nazioni africane dalla Corte Penale Internazionale.

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lunedì, gennaio 30, 2012

Ibrahim Gambari fotografato insieme al Presidente del Sudan, criminale di guerra e contro l'umanità.

L'inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, è stato fotografato a un ricevimento insieme a Omar Hassan al Bashir, su cui pende un mandato di arresto internazionale per genocidio e crimini contro l'umanità, in Chad.
La cosa in sè desta sconcerto e scalpore, ancor di più se contestualizzata. Gambari e Bashir presenziavano al matrimonio della figlia del leader dei famigerati janjaweed, Musa Hilal, con Idriss Deby, presidente ciadiano.
Ibrahim Gambari è a capo della commissione congiunta per la pace in Darfur.

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mercoledì, novembre 16, 2011

Al-Arabya: la Corte Penale Internazionale contro il Ministro della Difesa sudanese

La tv Al-Arabya ha rivelato che la Corte Penale Internazionale avrebbe raccolto le prove dei crimini di guerra del Ministro della Difesa Abdel.Rahim Mohamed Hussein, e si starebbe accingendo a richiederne l'arresto.
Se tali voci venissero confermate, Hussein sarebbe il quarto alto rappresentante sudanese per il quale verrebbe spiccato un mandato di arresto internazionale, dopo Ali Kushayb e Ahmad Harun e lo stesso Presidente del Sudan.

Leggi anche: Inchiesta Onu sui bombardamenti in Sud Sudan

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lunedì, gennaio 17, 2011

USA: Khartoum non aiuta Joseph Kony

Joseph Kony, il leader sanguinoso del Lord's Resistance Army ha fatto rientro in Congo, dopo essere stato in Sudan a partire da ottobre scorso, dove sembrerebbe che sia stato appoggiato dal governo centrale, come abbiamo denunciato nel nostro blog di Italians for Darfur ONLUS.

A confutare le ipotesi dei militari ugandesi e dei ribelli sudanesi sui possibili aiuti di Khartoum a Kony, arriva ora una dichiarazione della diplomazia USA, riportata da Associated Press: non vi sarebbero legami tra i due ricercati per crimini di guerra, Kony e al Bashir.

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martedì, luglio 13, 2010

La Corte Penale Internazionale emana nuovo mandato di arresto per il Presidente sudanese. E' genocidio in Darfur.

Omar Hassan Ahmad Al Bashir, Presidente del Sudan, è nuovamente sotto accusa dal Tribunale Penale Internazionale. Un secondo mandato di arresto, dopo quello del 4 marzo scorso, è stato infatti emanato lo scorso 12 luglio con le accuse di genocidio delle tre etnie principali del Darfur, Fur Masalit e Zaghawa.

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sabato, marzo 06, 2010

A distanza di un anno dal suo mandato di arresto, Bashir mette in fuga altre 7000 persone: l'UNAMID, impotente, dà i numeri.

Il comando della missione di pace in Darfur delle Nazioni Unite, UNAMID, ha fatto sapere ieri che oltre settemila sfollati fuggono dal Jebel Marra, a causa degli scontri tra i soldati sudanesi e i ribelli di Abdel Wahid.
A un anno dal mandato di arresto per il Presidente sudanese Al-Bashir per crimini di guerra e contro l'umanità, e a poco più di un mese dalle prime elezioni presidenziali del Paese, che vedrà il Darfur uscire in ogni caso perdente vista l'impossibilità per milioni di cittadini di esercitare il diritto al voto, la guerra, la fame, le malattie non conoscono tregua. Via dai villaggi di Nierteti, Golo, Tour, via da Timu, Bomboge, Sara Woumly, Allu, Tire, Diberna, Deribat: 7000 persone, il cui nome e la cui storia si perdono nella lotteria melanconica dell'ufficio stampa delle Nazioni Unite.
M.A.

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lunedì, luglio 13, 2009

Diplomazia e real-politik: la pronuncia dell’Unione Africana sulla vicenda-Bashir

di Stefano Cera
La decisione, da molti temuta, è arrivata: il 4 luglio, nel corso del vertice svoltosi a Sirte (in Libia), l’Unione Africana (UA) ha dichiarato di non voler cooperare con la richiesta di arresto per il Presidente del Sudan al-Bashir emessa dalla Corte Penale Internazionale (CPI) all’inizio del marzo scorso. Il testo della risoluzione è stato introdotto dal leader libico Gheddafi (Presidente dell’organizzazione degli stati africani) ed è stato approvato, per decisione consensuale, nel corso della riunione dei ministri degli esteri.
Le motivazioni della decisione e le reazioni contrarie
La decisione arriva al termine di un periodo in cui l'UA ha più volte richiesto il differimento dell’iniziativa contro Bashir, attraverso il ricorso all’art. 16 dello Statuto della Corte, che prevede la possibilità, su richiesta del Consiglio di Sicurezza ONU, di sospendere per un anno (rinnovabile) la procedura della CPI. I motivi sono legati alla preoccupazione che la richiesta di arresto possa indebolire gli sforzi per il processo di pace nel Darfur; per questo motivo, secondo il presidente del Ghana
John Atta Mills, la decisione dell’UA rappresenta “il meglio per l’Africa”: “Abbiamo bisogno di una soluzione durevole per il Darfur e il presidente del Sudan è una parte importante della soluzione. Con lui fuori, sarebbe molto difficile raggiungere una soluzione al conflitto nella regione. Per questo abbiamo richiesto il differimento della procedura della Corte”. Nonostante l’approvazione della risoluzione, nel vertice UA si sono registrate parecchie manifestazioni di dissenso; il ministro degli esteri del Benin Jean-Marie Ehozou (Sudan Tribune, 4 luglio 2009) ha commentato: “Consenso di solito significa unanimità, ma in questo caso si è registrato parecchio dissenso alla decisione”, riferendosi soprattutto ai tentativi di opposizione del Botswana e del Chad. Il primo è stato il primo a dissentire pubblicamente dalla decisione dell’organizzazione dei paesi africani (seguito dopo qualche giorno dall’Uganda), sottolineando di non voler osservare una risoluzione imposta da Gheddafi.
Significato della decisione e possibili sviluppi
L’impressione è che la risoluzione sia stata adottata in conseguenza di due forti spinte coincidenti. Innanzitutto le pressioni di Gheddafi affinché si adottasse una decisione favorevole a Bashir: per il leader libico infatti la Corte rappresenta una “nuova forma di terrorismo mondiale” e nei giorni precedenti la richiesta di arresto aveva minacciato di far ritirare tutti gli stati africani firmatari dallo Statuto della Corte, dimostrando poi particolare solerzia sia nell’esprimere solidarietà al presidente sudanese che nel riceverlo in visita dopo la richiesta di arresto. Inoltre, ha avuto un peso considerervole la preoccupazione di molti leader di stati africani che l’iniziativa contro Bashir fosse in realtà solo la prima di una serie di iniziative simili contro di loro.
In sintesi, la decisione dell’UA sembra essere un duro colpo al ruolo di mediazione svolto fino ad oggi dall’organizzazione, che d’ora in poi difficilmente potrà apparire come terzo neutrale, indipendente e imparziale nei colloqui di pace tra il governo e le forze di opposizione. Inoltre, potrebbe costituire un pericoloso precedente, in grado di indebolire la credibilità della stessa Corte; infatti, stabilendo una presunta “negoziabilità dei diritti umani”, metterebbe in secondo piano le responsabilità di Bashir nei confronti delle persecuzioni dei civili, che anzi potrebbero continuare anche grazie al “clima” di impunità creatosi. Infine, potrebbe colpire la credibilità di iniziative “parallele”, come ad es. il panel di esperti presieduto dall'ex presidente sudafricano Thabo Mbeki (promosso dall’UA nel febbraio di quest’anno) che mira a trovare meccanismi giudiziari alternativi alla CPI in grado di garantire in maniera efficace la punizione dei responsabili delle violazioni dei diritti umani in Darfur. Per questo motivo Mbeki, nei giorni precedenti l’incontro di Sirte, avrebbe tentato, senza successo, un’azione per evitare la decisione dell’UA.

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mercoledì, giugno 10, 2009

Gheddafi a Roma

Nel giorno della visita di Gheddafi in Italia vorrei ricordare che questo "campione di libertà" (come lo ha definito il nostro Presidente del Consiglio) è colui che, oltre a violare sistematicamente i diritti umani nel proprio paese, come Presidente dell'Unione Africana ha più volte minacciato il ritiro di tutti i paesi africani dalla Corte Penale Internazionale in caso di condanna di al-Bashir.
Poi, dopo la richiesta di arresto emessa dalla Corte (nel marzo di quest’anno - per crimini di guerra e crimini contro l'umanità), si è dimostrato uno dei più attivi nell'esprimere la propria solidarietà al presidente sudanese (che secondo le prove raccolte è responsabile della morte di almeno 35 mila civili e del trasferimento forzoso di un numero di persone compreso tra 80 e 265 mila, che sono state sradicate dalle loro case).
A tale fine voglio ricordare le parole dell’Arcivescovo Desmond Tutu (Premio Nobel per la pace 1984) che mi piace pensare possano essere il punto di riferimento per quanti (forse ormai pochi) credono ancora che la libertà e la pace siano “valori assoluti” e non “mezzi di scambio” da sacrificare in nome della realpolitik: "Per quanto dolorosa e scomoda possa essere la giustizia, abbiamo preso atto che l'alternativa - lasciare che ci si dimentichi di far sì che chi commette reati risponda del proprio operato - è di gran lunga peggiore".

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mercoledì, maggio 13, 2009

La Corte Penale Internazionale accusa il presidente del Sudan: un drammatico "Valzer con Bashir"?

di Stefano Cera

Nel luglio 2008 il Procuratore della Corte Penale Internazionale (attivata con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1593/2005) Luis Moreno Ocampo accusa il Presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, chiedendo l’emissione di un mandato d’arresto.
Secondo le prove raccolte il presidente sudanese avrebbe diretto e applicato un piano per distruggere in modo sostanziale i gruppi africani Fur, Zaghawa e Masalit sulla base della loro etnia: «Per cinque anni le forze armate e la milizia Janjaweed, sotto gli ordini di Bashir, hanno attaccato e distrutto villaggi. Poi attaccavano i sopravvissuti nel deserto. Quelli che raggiungevano i campi erano soggetti a condizioni messe in atto in modo calcolato allo scopo di distruggerli». Secondo Ocampo «i suoi motivi erano largamente politici, il suo alibi è stato l'insurrezione, il suo intento è stato il genocidio». Le «forze e gli agenti» che agivano sotto il controllo di Bashir avrebbero ucciso direttamente almeno 35.000 civili e causato la morte di un numero di persone compreso tra 80 e 265.000, sradicate dai loro villaggi.
Il 4 marzo, dopo oltre sette mesi dalla presentazione delle accuse, attraverso una decisione inedita nella storia della Corte (perché per la prima volta riguarda un presidente in carica) la Camera preliminare uno della Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto nei confronti di Bashir, riconoscendo i capi d’imputazione per crimini contro l’umanità e per crimini di guerra, ma non quelli riguardanti le accuse di genocidio (con la maggioranza di due giudici su tre).
Il confronto nella Comunità Internazionale
Dalla presentazione delle accuse, inizia un acceso dibattito nella comunità internazionale, che prosegue, con rinnovato vigore, dopo la richiesta di arresto. Indicativo è il commento di Antonio Cassese (che nel 2005 ha presieduto l’ICID, la «Commissione internazionale incaricata di investigare le violazioni dei diritti umani e l’accertamento dell’eventuale genocidio»), secondo cui l’iniziativa della Corte è importante soprattutto per «scuotere l’attenzione del pubblico», ma servirebbe a poco in termini pratici e anzi potrebbe rivelarsi un boomerang in grado di vanificarne il lavoro, considerata la difficoltà di rendere effettivo il mandato di arresto. Per questo motivo sarebbe stato preferibile richiedere un ordine di comparizione: «in tal modo il Presidente sudanese, volendo far valere le proprie ragioni, avrebbe potuto presentarsi alla Corte da uomo libero, per contestare le accuse» (la Repubblica, 5 marzo 2009).
All’interno della Comunità internazionale, si confrontano due diverse priorità: fare giustizia, attraverso il rispetto del mandato, e favorire il processo di pace, dando la priorità al ruolo ipotetico che Bashir potrebbe avere nei negoziati, trascurando le sue responsabilità nei massacri compiuti nel Darfur. Chi sostiene la seconda, teme soprattutto le ripercussioni negative che la condanna di Bashir potrebbe avere sulla situazione in Darfur. Si sottolinea, ad esempio, il rischio di una «polarizzazione» delle posizioni delle parti. Da una parte i movimenti di opposizione, che hanno più volte affermato il rifiuto del dialogare con un ricercato internazionale (come dimostrato anche dall’abbandono del JEM – Justice and Equality Movement – del processo di pace intrapreso a Doha solo due mesi fa). Dall’altra il Presidente Bashir, che potrebbe ostacolare il già lento dispiegamento della missione di peacekeeping UNAMID e il lavoro delle organizzazioni umanitarie (come dimostrato dall’espulsione di tredici organizzazioni non governative all’indomani della richiesta di arresto), con conseguenze drammatiche per la popolazione. Inoltre, un governo centrale solido è ritenuto necessario per garantire il progresso dei colloqui di pace.
Pertanto, la richiesta di molti (Lega Araba, Unione Africana, Movimento dei paesi non allineati, Organizzazione della Conferenza islamica, il Consiglio per la Cooperazione nel Golfo e, all’interno del Consiglio di Sicurezza ONU, Cina - principale partner commerciale del Sudan - e Russia) è la sospensione della procedura previsto dall’articolo 16 dello Statuto della Corte, secondo il quale il Consiglio di Sicurezza ONU ha il potere di sospendere (con voto unanime dei cinque membri permanenti) per un periodo rinnovabile di dodici mesi le indagini del Procuratore o un qualsiasi procedimento penale in atto. Sono a favore della sospensione anche alcuni esperti di questioni sudanesi, come ad es. Alex De Waal (già consulente dell’Unione Africana durante la mediazione che ha portato al Darfur Peace Agreement del maggio 2006), che motiva l’applicazione dell’art. 16 sulla base del timore che il National Congress Party del presidente Bashir potrebbe ostacolare non solo il processo di pace in Darfur, ma anche il Comprehensive Peace Agreement, sottoscritto con il Sudan meridionale nel gennaio 2005, con conseguenti rischi di instabilità in tutto il paese (Sudan Tribune, 29 gennaio 2009). Altri, come Eric Reeves, non credono invece all’efficacia di un’eventuale sospensione: «Per quale motivo l’impunità dovrebbe portare alla pace in Darfur? I sostenitori del processo di pace ci chiedono di aver fiducia in un governo brutale e cospiratore, che in venti anni di potere non ha mai rispettato alcun accordo con gli altri partiti. Ci chiedono di credere che questa volta le cose andranno diversamente» (Internazionale, n. 784, 27 febbraio 2009).
L’ipotesi di sospensione “condizionata”
L’International Crisis Group ha evidenziato che, in funzione della particolare situazione del paese, l’ipotesi di sospensione dovrebbe essere sottoposta a precise condizioni; tra queste, garanzie per evitare ogni tipo di rappresaglia nei confronti del personale diplomatico e civile. Inoltre, è necessario che si realizzi un vero cambiamento della politica del governo che passi attraverso alcune tappe: la costituzione di un serio ed efficace sistema interno d’indagini nei confronti dei responsabili dei crimini commessi nel Darfur, come rilevato dallo stesso Segretario Generale ONU Ban Ki-Moon; un impegno credibile nei confronti del processo di pace, per esempio tramite l’allargamento della partecipazione ai colloqui anche agli altri movimenti di opposizione; infine l’impegno di Bashir a non presentare la propria candidatura alle prossime elezioni presidenziali (purtroppo disatteso dallo stesso presidente che ha recentemente presentato ufficialmente la propria candidatura per le elezioni del febbraio del prossimo anno). Tuttavia, per fare questo è necessario che i paesi e le organizzazioni internazionali più vicini al Sudan (per i legami economici Cina e Russia e per i legami politici soprattutto Egitto, Libia, Unione Africana e Lega Araba) non si limitino a fare da eco alle richieste di Khartoum, ma cerchino di utilizzare i propri legami per stimolare i cambiamenti necessari, puntando soprattutto sul rischio d’isolamento per il paese.
Le argomentazioni dai fautori del mandato di arresto
Louise Arbour, già procuratore del Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, ha spesso affermato che osservare un imperativo di giustizia non significa sabotare la pace, ma anzi contribuire a essa. Questa è l’opinione di chi ritiene la sospensione un rischio, per diversi motivi. Innanzitutto perché costituirebbe un pericoloso precedente, in grado di minare la credibilità della Corte e della stessa ONU; infatti, stabilendo una presunta «negoziabilità dei diritti umani», metterebbe in secondo piano le responsabilità di Bashir nei confronti delle persecuzioni dei civili, che anzi potrebbero continuare anche grazie al clima di impunità creatosi. Inoltre, è forte il timore che la sospensione finisca per annullare gli sforzi della Corte, secondo il principio «justice delayed, justice denied». Infine, perché il mandato di arresto potrebbe costituire un efficace mezzo di pressione, in grado di provocare cambiamenti anche all’interno dello stesso regime, comunque diviso da tensioni interne. Tuttavia, per fare questo è necessario che tutti gli stati diano il loro sostegno, forte e senza ambiguità, all’attività della Corte.
in Meridiano 42 (http://lnx.meridiano42.org/index.php?option=com_content&task=view&id=66&Itemid=40)
(Anno III, numero 4 – aprile 2009)

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sabato, aprile 25, 2009

No del neoeletto Zuma alla visita di Bashir in Sud Africa

Il nuovo Presidente del Sud Africa, Jacob Zuma, secondo indiscrezioni della stampa inglese, non inviterà al Bashir alle cerimonie di inaugurazione della sua presidenza, che sarà confermata dal parlamento nei prossimi giorni.

Un segnale importante che fa sperare in una nuova direzione della politica sudafricana nei confronti del Sudan, il cui Presidente è stato formalmente accusatodi crimini di guerra e contro l'umanità il 4 marzo scorso. La decisione della Corte Penale Internazionale non era stata accolta con entusiasmo dal Sud Africa, il Paese economicamente e politicamente più forte dell'Africa, mentre Eritrea, Egitto e Libia avevano accolto nei propri palazzi il presidente sudanese pochi giorni dopo la sua incriminazione.

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venerdì, aprile 17, 2009

Genocidio o crimini di guerra e contro l’umanità?

E' sempre vivo il dibattito internazionale sul genocidio nel Darfur. A tal fine ospitiamo un commento di Flavia Piccari, neo-laureata in Scienze Politiche (Facoltà Roma Tre) con la tesi dal titolo "Identità, violenza e genocidio" (Nota di Stefano Cera).

Uno dei punti essenziali per comprendere se in Darfur è in atto un genocidio è verificare l’intenzione di compierlo, o dolus specialis, poiché ciò che succede sul terreno da solo non costituisce una prova sufficiente: il valore discriminante è la volontà di chi compie il crimine.
A questo proposito, nel 2004 la risoluzione 1564 del Consiglio di Sicurezza Onu ha istituito la Commissione incaricata di investigare le violazioni dei diritti umani e l’accertamento dell’eventuale genocidio (ICID), presieduta dall’italiano Antonio Cassese e composta da altri quattro qualificati esperti internazionali: l’egiziano Mohammed Fayek, il pakistano Hina Dilani, il sudafricano Dumisa Ntsebeza e il danese Therese Striggner-Scott. La Commissione termina il suo lavoro nel Gennaio 2005 riconoscendo che il Governo sudanese non ha perseguito una politica di genocidio nella regione, essendo assente dunque “l’elemento cruciale”, ovvero l’intenzione di compierlo. Dichiarazioni analoghe sono state effettuate anche dall’Unione Africana e dall’ex Segretario Generale ONU, Kofi Annan, che nel Giugno 2004 dichiara che non si può parlare di genocidio, sebbene ci siano state massicce violazioni del diritto internazionale umanitario. La Commissione ha compilato una lista di 51 persone da sottoporre ad inchiesta per atti criminali: 10 elementi di rilievo del governo centrale, 17 funzionari del governo locale, 14 membri delle milizie dei janjaweed, 3 ufficiali di eserciti stranieri e infine 7 comandanti delle forze ribelli. Inoltre, nel rapporto sono state presentate due importanti raccomandazioni che, cosi come le conclusioni del verdetto, non sono piaciute a molti: incaricare il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja di perseguire i presunti colpevoli e creare una commissione per il risarcimento delle vittime. Gli USA avrebbero voluto una condanna più decisa e per questo hanno fatto pressioni per l’incriminazione delle autorità sudanesi, ma non davanti a quella Corte Penale Internazionale che non hanno mai riconosciuto. Una delle proposte dell’ex Presidente americano Bush è stata quella di ampliare le competenze del Tribunale Penale per il Ruanda. Cina e Russia, due paesi permanenti del Consiglio di sicurezza ONU che intrattengono ottimi rapporti commerciali con il Sudan, hanno voluto evitare problemi al Governo di Khartoum, soprattutto ora che l’accusa di genocidio non ha trovato conferma nel rapporto.
L’UE ha invece proposto di attivare il Tribunale Penale Internazionale, accettata poi con la risoluzione 1593 del Marzo 2005 con undici voti a favore e l’astensione di Cina, Brasile, Usa ed Algeria. Secondo Cassese, è sbagliato ritenere che l’accusa di genocidio faccia scattare meccanismi di garanzia o di protezione diversi da qualunque altro tipo di intervento previsto in caso di quest’ultima tipologia di crimine. Inoltre, sostiene che ogni volta che si verifica l’uccisione di migliaia di persone si debba necessariamente parlare di genocidio, ma dal punto di vista del diritto internazionale c’è una Convenzione e delle norme consuetudinarie che richiedono non solo che vengano compiuti degli atti (dall’omicidio fino all’impedimento delle nascite di un gruppo determinato di persone), ma anche che questi siano compiuti nei confronti di quattro tipi di gruppi: razziale, religioso, etnico o nazionale. Il terzo elemento da dimostrare è il dolus specialis.
Il 14 luglio del 2008 il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha chiesto alla Camera Preliminare di emanare un mandato d’arresto a carico del presidente sudanese Al Bashir con l’accusa di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Secondo il procuratore, vi sarebbero prove sufficienti a dimostrare che Al Bashir ha progettato e messo in opera un piano per distruggere i gruppi Fur, Masalit e Zaghawa, giustificando le operazioni come contro-insurrezione, ma perseguendo in realtà un intento genocidiario. Dopo aver considerato per quasi otto mesi le prove presentate dal procuratore a sostegno della propria richiesta, il 4 Marzo scorso la I Camera Preliminare ha emesso un mandato d’arresto a carico del Presidente sudanese per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, mentre i tre capi d’accusa per genocidio non sono stati confermati. Un fatto rilevante da ricordare è l’opinione dissenziente di uno dei tre giudici, Anita Uša-cka; nonostante ciò, la Camera Preliminare ha ritenuto che le prove presentate dal Prosecutor non fossero sufficienti ad attestare la sussistenza di un dolus specialis.
Il portavoce del ministero degli esteri sudanese, Ali al Sadig, ha affermato che il Sudan non riconosce nulla di ciò che proviene dal Tribunale Penale Internazionale, mentre il secondo vicepresidente della Repubblica, Ali Osman Taha, altro possibile indagato della Corte, ha definito “politiche” le accuse mosse a Bashir. Un’altra fonte del governo, anonima e citata dal sito d’informazione arabo “Elaph”, ha invece sostenuto che le reazioni dell’esecutivo nei confronti della comunità internazionale “saranno durissime”, tra cui l’impedimento del lavoro di tutte le organizzazioni internazionali in Darfur, come sta avvenendo attualmente.
Flavia Piccari

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martedì, aprile 07, 2009

Il mandato di arresto per Bashir e la reazione della Comunità internazionale

di Stefano Cera
Pubblicato su medarabnews: http://www.medarabnews.com/2009/03/25/il-mandato-di-arresto-per-bashir-e-la-reazione-della-comunita-internazionale/
Il 4 marzo 2009, la Camera preliminare uno della Corte Penale Internazionale (CPI) ha accolto la richiesta del procuratore Luis Moreno-Ocampo di emettere un mandato di arresto nei confronti del presidente del Sudan al-Bashir (la prima nei confronti di un capo di stato in carica), riconoscendo sette dei dieci capi d’imputazione presentati dal procuratore (cinque per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra). Secondo le prove raccolte in oltre tre anni d’indagini le “forze e gli agenti” che agivano sotto il controllo di Bashir, hanno ucciso almeno trentacinque mila civili e causato la morte di un numero di persone calcolato tra 80.000 e 265.000, che sono state sradicate dalle loro case. Tuttavia, i tre giudici della Camera non hanno raggiunto un accordo sulle accuse di genocidio, riguardanti la volontà del Presidente di distruggere in modo sostanziale i gruppi africani Fur, Zaghawa e Masalit sulla base della loro etnia; i giudici hanno comunque affermato di poter riprendere in considerazione la questione in caso di nuovi elementi.
La risposta di Khartoum
La televisione di stato ha bollato come “neocolonialista” la decisione e nella capitale centinaia di persone sono scese in piazza in segno di protesta. Il governo ha espulso tredici organizzazioni non governative, accusandole di aver collaborato con la Corte. L’espulsione è stata criticata dal leader dello Justice and Equality Movement (JEM), Khalil Ibrahim, secondo cui viola apertamente quanto stabilito dall’accordo di pace sottoscritto con il governo a Doha il 17 febbraio scorso. Inoltre Bashir, in segno di sfida nei confronti della Corte, nei giorni scorsi ha fatto visita al presidente eritreo Issaias Afeworki e ha dichiarato di voler partecipare al summit annuale dei paesi arabi che si svolgerà a fine marzo in Qatar. A tal proposito giungono notizie contrastanti da Khartoum, poiché alcuni organi di stampa hanno affermato che Bashir non parteciperà all’incontro. La verità è che il presidente sta subendo forti pressioni (dei paesi arabi e all’interno del paese) affinché diserti il summit, legate all’eventuale imbarazzo che la sua presenza potrebbe creare al Qatar e agli altri paesi arabi, ma anche al timore che l’aereo del presidente possa essere intercettato da velivoli stranieri che lo costringano ad atterrare in uno stato firmatario dello Statuto della Corte, dove il mandato di arresto potrebbe poi essere reso esecutivo. I movimenti all’estero del presidente del Sudan pongono l’attenzione su un aspetto importante, che riguarda il comportamento degli stati non firmatari dello Statuto della CPI. Infatti, se per i paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma è previsto uno specifico obbligo di rendere esecutivo il mandato, non esistono invece vincoli particolari per i paesi non firmatari (come ad esempio l’Eritrea o il Qatar). Tuttavia, i funzionari della CPI hanno fatto presente che potrebbero comunque trasmettere a un paese non firmatario la richiesta di rendere esecutivo il mandato di arresto. Anche perché, così come dichiarato dalla portavoce della Corte dell’Aja, Laurence Blairon, se è vero che alcuni paesi non hanno firmato lo Statuto di Roma, è altrettanto vero che sono paesi membri ONU e, come tali, hanno l’obbligo di applicare quanto stabilito dalla risoluzione 1593/2005 del Consiglio di Sicurezza ONU che, nel trasferire all’attenzione della Corte la situazione del Darfur, chiede a tutti gli Stati di cooperare con essa. Tale opinione è tuttavia confutata da Antonio Cassese (che ha presieduto la Commissione ONU incaricata di investigare le violazioni dei diritti umani e l’accertamento dell’eventuale genocidio in Darfur), che evidenzia che la risoluzione 1593 non ha posto uno specifico obbligo per i paesi non firmatari, limitandosi a chiedere cooperazione a tutti i paesi. Infine, il governo di Khartoum ha iniziato una “offensiva” diplomatica, inviando delegazioni con alti funzionari dello stato (tra cui il secondo vice-presidente Taha, i consiglieri presidenziali Nafi Ali Nafi, Mustafa Ismail e Ghazi Suleiman, il Direttore dell’Intelligence Salah Gosh, e il ministro delle Finanze Awad Al-Jaz) presso i paesi del Consiglio di Sicurezza ONU (con l’unica eccezione degli Stati Uniti), per spiegare la posizione del Sudan e per cercare alleati contro il mandato di arresto.
Il confronto nella Comunità internazionale
Nella Comunità internazionale si fronteggiano due opposti schieramenti. Da una parte Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia che difendono la richiesta di arresto, chiedendo che venga resa esecutiva; dall’altra Unione Africana (UA), Lega Araba, Movimento dei non allineati, Organizzazione della conferenza islamica, Consiglio per la Cooperazione nel Golfo e, all’interno del Consiglio di Sicurezza ONU, Cina e Russia, che esprimono invece una posizione contraria, rifiutando la richiesta e sottolineando la necessità di sospendere l’azione contro Bashir attraverso il ricorso all’art. 16 dello Statuto della Corte.Chi difende la sospensione considera il mandato di arresto un grave pericolo per il processo di pace che, come anticipato, nel febbraio scorso ha registrato un importante risultato con l’accordo di Doha (sottoscritto dal governo e dal JEM), che ha stabilito un preciso impegno delle parti in vista di un successivo accordo per la soluzione del conflitto nel Darfur. L’accordo, che ha avuto l’appoggio dell’UA, della Lega Araba e di alcuni importanti paesi arabi (Egitto, Libia, Siria e Arabia Saudita), sembra ora indebolito dalla recente decisione del leader JEM Ibrahim di sospendere la partecipazione al processo di pace fino a quando il Sudan non avrà ritirato l’ordine di espulsione dal paese delle organizzazioni non governative. Il mandato di arresto inoltre potrebbe portare a un “collasso” di tutto il Sudan, con nuovi pericoli per la popolazione civile del Darfur, la missione congiunta ONU/UA UNAMID, le attività delle ambasciate occidentali, quelle del personale delle ONG ancora presenti nel paese e la stessa implementazione del Comprehensive Peace Agreement del 2005, che ha messo fine a oltre venti anni di guerra civile tra Nord e Sud del paese. L’UA, allo scopo di operare una difficile riconciliazione tra l’esigenza di colpire quanti hanno commesso crimini nel Darfur e la sospensione dell’azione della Corte, ha promosso la costituzione di un panel di esperti africani, presieduto dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki. Tuttavia, la sua attività è ancora all’inizio e non è ancora chiaro se il panel (che presenterà un primo rapporto all’UA il prossimo mese di luglio) avrà il potere di compiere indagini per proprio conto, se affiancherà i giudici sudanesi incaricati di compiere le indagini, oppure si limiterà a monitorare le procedure giudiziarie locali.Chi è contrario alla sospensione la ritiene soprattutto un rischio perché costituirebbe un pericoloso precedente, in grado di indebolire la credibilità della Corte e della stessa ONU; infatti, stabilendo una presunta “negoziabilità dei diritti umani”, metterebbe in secondo piano le responsabilità di Bashir nei confronti delle persecuzioni dei civili, che anzi potrebbero continuare anche grazie al “clima” di impunità creatosi. Inoltre, è forte il timore che la sospensione finisca per annullare gli sforzi della Corte, secondo il principio “justice delayed, justice denied”. Al riguardo, Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, ha preso una posizione netta, affermando che “per quanto dolorosa e scomoda possa essere la giustizia, abbiamo già preso atto che l’alternativa – lasciare che ci si dimentichi di far sì che chi commette reati risponda del proprio comportamento – è di gran lunga peggiore” (la Repubblica, 5 marzo 2009). Infine, chi è contrario alla sospensione sottolinea che il mandato di arresto potrebbe costituire un efficace mezzo di pressione, in grado di provocare cambiamenti anche all’interno dello stesso regime, lacerato da tensioni interne. Tuttavia, per fare questo occorre che tutti gli stati diano il loro sostegno, forte e senza ambiguità, all’attività della CPI.
La posizione dei paesi arabi
La Lega Araba, in prima fila nell’impegno di sospendere l’azione della Corte dell’Aja, riconosce tuttavia che ci sono esigenze di giustizia che non possono essere trascurate; per questo, secondo il segretario Amr Moussa, la soluzione migliore è che sia lo stesso Sudan a garantire la condanna dei responsabili dei crimini commessi nel Darfur, attraverso un efficace sistema giudiziario interno. Il Sudan ha espresso una disponibilità di massima rispetto alla proposta. L’Egitto da parte sua ha proposto di svolgere una conferenza internazionale che riunisca i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) e tutti i paesi potenzialmente coinvolti, allo scopo di definire una visione comune sulla questione. La Conferenza dovrebbe raggiungere un importante obiettivo, ossia integrare, riconciliandole, le questioni politiche e giuridiche alla luce della decisione della CPI. L’idea, per la verità, è stata lanciata dalla Lega Araba fin dall’estate scorsa, dopo la presentazione delle accuse da parte del procuratore Moreno-Ocampo, ma è stata sempre rifiutata da Khartoum perché la conferenza significherebbe “internazionalizzare” la questione del Darfur. La diplomazia egiziana inoltre sta agendo nei confronti di Khartoum per annullare l’espulsione delle ONG, anche in questo caso incontrando la ferma opposizione del regime. Per alcuni alti funzionari del Cairo il Sudan rischia l’isolamento internazionale, in modo del tutto analogo a quanto fece Saddam Hussein prima della guerra del 2003. La Libia, la cui posizione è importante sia perché Gheddafi è di recente divenuto il Presidente dell’UA sia perché il paese è membro temporaneo del Consiglio di Sicurezza ONU, ha minacciato (per la verità senza alcun seguito) il ritiro della ratifica dello Statuto della CPI da parte di tutti i paesi africani. L’Iran ha dato pieno appoggio a Bashir, come dimostrato dalla visita a Khartoum del portavoce del Parlamento di Teheran, Ali Larijani. Di grande interesse è anche la posizione dell’Arabia Saudita, sia perché potrebbe orientare quella di altri paesi arabi, sia per il più vasto quadro delle relazioni regionali in Medio Oriente. Il governo di Riyadh si è detto “disturbato” dalla richiesta di arresto, sebbene nei mesi precedenti abbia più volte rifiutato la richiesta di Khartoum di utilizzare la sua amicizia con Washington per favorire la sospensione dell’azione della Corte. Nei mesi scorsi, peraltro, l’Arabia Saudita è stata uno dei pochi paesi arabi ad aver ricevuto la visita del procuratore Moreno-Ocampo. Di conseguenza, pur criticando la richiesta di arresto, la posizione dell’Arabia Saudita nella vicenda è comunque di grande equilibrio e il suo interesse è evitare che un grande paese arabo come il Sudan possa entrare (dopo la Siria) nella sfera delle amicizie dell’Iran. Infine, un discorso a parte merita la Giordania, che ha assunto una posizione diversa rispetto agli altri paesi arabi. Infatti, non solo il paese è, insieme a Gibuti e alle Isole Comore, il solo fra quelli arabi ad aver firmato lo Statuto della Corte, ma, nei giorni scorsi, ha anche espresso un chiaro favore al mandato di arresto, affermando di voler agire in rispetto dei trattati e delle organizzazioni internazionali e chiedendo più volte al Sudan di presentare le prove per confutare la richiesta di arresto emessa dalla CPI.

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venerdì, marzo 27, 2009

Bashir in giro per i paesi africani...

La notizia è di quelle importanti; il presidente del Sudan Bashir, a dispetto del recente mandato di arresto dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, ha effettuato nei giorni scorsi una serie di viaggi in alcuni paesi africani (Eritrea, Egitto e Libia), annunciando inoltre di volersi recare al prossimo summit dei paesi arabi, che si svolgerà alla fine del mese in Qatar. La questione è piuttosto complessa sia per l'importanza dei paesi in questione (per il peso specifico che hanno nei confronti del contesto regionale e del processo di pace), sia perchè nessuno di questi ha firmato lo Statuto della CPI e, come tali, non hanno uno specifico obbligo nei confronti del presidente Bashir.
Tuttavia, i funzionari della CPI hanno fatto presente che potrebbero comunque trasmettere a un paese non firmatario la richiesta di rendere esecutivo il mandato, anche perché, così come dichiarato dalla portavoce della Corte dell’Aja, Laurence Blairon, i paesi non firmatari sono comunque paesi membri ONU e avrebbero pertanto l’obbligo di applicare quanto stabilito dalla risoluzione 1593/2005 del Consiglio di Sicurezza ONU che, nel trasferire all’attenzione della Corte la situazione del Darfur, ha chiesto a tutti gli Stati di cooperare con essa.
In breve, la situazione appare piuttosto ingarbugliata ed esiste, purtroppo, il rischio che la pronuncia della Corte diventi una sentenza scritta sulla sabbia, soprattutto se l'esempio dei paesi citati verrà seguito da altri, con spregio (l'ennesimo) del rispetto dei diritti della popolazione del Darfur, da anni martoriata da una guerra senza fine che si svolge in un clima di impunità.
Stefano Cera

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giovedì, marzo 05, 2009

Intervista all'Agenzia AMI

Nel sito dell'AMI - Agenzia Multimediale Italiana (link
http://www.agenziami.it/articolo/2842/Sudan+la+Cina+contro+l+Aja+no+ad+arresto+Bashir/) trovate il video dell'intervista che mi hanno fatto oggi relativa alla richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti del Presidente al-Bashir.
Buona visione!
Stefano Cera

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mercoledì, marzo 04, 2009

La Corte Penale Internazionale ha accusato il presidente Bashir

Il Presidente del Sudan Omar al-Bashir è stato formalmente accusato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) di crimini di guerra e crimini contro l'umanità in Darfur, ma non di genocidio, così come invece richiesto nel luglio scorso dal Procuratore Luis Moreno-Ocampo. La portavoce della CPI, laurence Blairon, ha detto che la Corte trasmetterà quanto prima al governo del Sudan la richiesta di arresto.
Fonte: Sudan Tribune

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martedì, febbraio 24, 2009

Incriminazione Bashir: il 4 Marzo lo deciderà la Corte Penale Internazionale

La Corte internazionale dell'Aja deciderà il 4 marzo sull'arresto del presidente sudanese Omar al Bashir, per il genocidio in Darfur, ma il governo sudanese ha già annunciato che non riconoscerà la giurisdizione della Corte penale internazionale, di cui non è membro.
Il JEM ha fatto sapere, intanto, che una eventuale incriminazione del Presidente sudanese sarà letta come la perdita di legittimità della sua carica e nel caso egli non dovesse collaborare con la Corte gli scontri si intensificheranno.
Il JEM è ritenuto il più forte dei movimenti ribelli, anche se il meno popolare, e vicino ad Hassan Al Turabi leader dell'islamismo radicale sudanese.

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lunedì, febbraio 02, 2009

La Russia annuncia il suo "ritorno" in Africa

La Russia annuncia un ritorno della sua ingerenza politica in Africa, in particolare sulla crisi in Darfur.
Le parole di Mikhail Margelov, inviato della Federazione Russa in Sudan, da ieri in Sudan, “Russia is back in Africa” (Reuters), segnano una svolta, non proprio positiva, del processo politico e diplomatico della crisi in Darfur. La Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, potrebbe imporrre il veto, come piu volte richiesto dalla Cina, all'articolo 16 per sospendere l'attività investigativa della Corte Penale Internazionale sui crimini contro l'umanità del Presidente sudanese Al-Bashir. Per questo la diplomazia russa annuncia di volersi muovere in Europa e Stati Uniti per "lavorare alla propria posizione" sulla crisi in Darfur.

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martedì, novembre 18, 2008

Darfur, il nuovo cessate-il-fuoco seguirà la sorte dei precedenti?

di Stefano Cera
Pubblicato su Articolo 21 - link: http://www.articolo21.info/4531/editoriale/darfur-il-nuovo-cessateilfuoco-seguira-la-sorte.html
Il 12 novembre il presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir, al termine del “Forum delle popolazioni del Sudan”, ha annunciato un cessate-il-fuoco unilaterale, immediato e incondizionato nel Darfur, la definizione di un meccanismo di controllo dello stesso e la campagna per il disarmo di tutti i gruppi armati.
La dichiarazione unilaterale sarebbe stata “suggerita” al leader di Khartoum dalle conclusioni del forum (a cui ha partecipato anche il presidente dell’Eritrea Isayas Afeworki), che hanno evidenziato alcune iniziative ritenute essenziali per risolvere il conflitto nel Darfur: concreto supporto alla missione congiunta ONU/Unione Africana UNAMID prima della ripresa dei colloqui di pace con i movimenti di opposizione, creazione di un fondo di compensazione per le vittime del conflitto, agevolazioni per il ritorno degli sfollati ai loro villaggi e liberazione dei detenuti politici.
Incerta è invece la proposta di accorpare le tre regioni in cui è diviso il Darfur in un’unica regione amministrativa (come era prima della riforma amministrativa degli anni ’90); Bashir infatti ha sottolineato che verrà formata un’apposita commissione per realizzare studi specifici. Così come il presidente non si è impegnato su altri temi, come il rilascio delle persone coinvolte negli attacchi del JEM a Khartoum nel mese di maggio e la possibilità di creare una nuova carica di vice-presidente, specifica e rappresentativa del Darfur a livello nazionale. Il forum riunisce esponenti politici del Sudan (non dei movimenti di opposizione del Darfur) e personalità straniere ed è stato costituito da Khartoum all’indomani della richiesta di condanna del presidente sudanese da parte del procuratore della Corte Penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo.
E’ legittimo avere delle riserve sulle dichiarazioni di Bashir e il timore è che anche questo cessate-il-fuoco possa seguire la sorte dei precedenti (sottoscritti dal governo e dai movimenti di opposizione) e rimanere una bella affermazione di principio, rispetto al quale tuttavia non c’è stato alcun seguito. Infatti, esiste il sospetto che la dichiarazione del presidente sia “strumentale” rispetto alla volontà di attrarre a sé alcuni esponenti dei movimenti di opposizione, così come accaduto nel 2006 con il Darfur Peace Agreement (sottoscritto, tra le forze ribelli, solo dalla fazione del Sudan Liberation Army/Movement – SLA/M di Minni Minawi che, in virtù della firma dell’accordo, è diventato la quarta carica dello stato). Inoltre, le dichiarazioni potrebbero essere frutto della volontà del presidente di creare un ambiente internazionale favorevole che incida sulla richiesta di condanna della Corte Penale Internazionale. Le perplessità sono confermate dagli attacchi dei giorni scorsi alle forze ribelli vicino al confine del Chad, che secondo fonti ONU e il JEM sarebbero stati compiuti dall’esercito regolare del Sudan. Secondo il portavoce del JEM, Ahmed Hussein Adam, “questa è un’altra prova delle reali intenzioni del regime di Khartoum che continua a comportarsi sempre allo stesso modo. […] Il cessate-il-fuoco è solo una grande bugia e un’attività di pubbliche relazioni”. Analoghe critiche provengono da Abdel Wahid, esponente di punta dello SLA/M, uno dei fondatori del movimento e leader riconosciuto nel Darfur (soprattutto all’interno dei campi-profughi) che, dopo un periodo passato in “isolamento “ volontario è ritornato sulla scena della regione. La sua presenza e il suo contributo sono considerati importanti ai fini di un accordo politico.
A prescindere dal fatto che le dichiarazioni di Bashir siano di facciata o meno, la Francia ha già dichiarato che queste, nonostante siano promettenti, non sono comunque sufficienti a persuadere Parigi ad opporsi alla possibile incriminazione di Bashir da parte della Corte Penale Internazionale, se non è accompagnato da una modifica di atteggiamento più generale (es. supporto convinto al processo di pace, consegna di Ali Kushayb e Mohamed Harun, i due esponenti del regime incriminati dalla Corte, ecc.).
Peraltro, la dichiarazione francese mette in evidenza un argomento molto importante, che riguarda le relazioni tra la comunità internazionale e il presidente sudanese. Infatti, sostenere che in caso di cambiamento di atteggiamento da parte del presidente ci potrebbe essere un “occhio di riguardo” nei confronti della sua situazione con la Corte, lascia intendere, fra le righe, una sorta di “mutua concessione” (del tipo “tu dai una cosa a me, io do una cosa a te”), quasi che le accuse a Bashir (tra cui, ricordiamo, la più grave di tutte, quella di genocidio) fossero in qualche modo “negoziabili”. E’ vero che la volontà e la collaborazione di Bashir sono fondamentali per il buon esito di alcune attività (su tutti l’efficacia dell’UNAMID); tuttavia l’obiettivo della comunità internazionale è di ottenere un comportamento efficace a prescindere da eventuali “sconti” al regime di Khartoum.
In conclusione, le perplessità, all’interno del Darfur come a livello internazionale, riguardano non tanto la dichiarazione sul cessate-il-fuoco e il disarmo delle milizie dei janjaweed (che restano elementi considerati prioritari per arrivare ad una soluzione del conflitto, tanto che lo stesso Wahid sottolinea che l’attività di “conflict resolution” sarà possibile solo dopo quella di “conflict suspension”), quanto piuttosto l’effettiva volontà di darvi seguito, visto che già in passato (a partire dal 2004) sono stati firmati tanti accordi in tal senso, nessuno dei quali ha avuto un seguito concreto. Le questioni che riguardano il conflitto nel Darfur sono molteplici (basti pensare alle notevoli difficoltà della missione UNAMID) e su tutte Khartoum può fare qualcosa per convincere tutti, all’interno del Darfur e a livello internazionale, che stavolta “si fa sul serio”. Non resta, evidentemente, che aspettare (e sperare), consapevoli tuttavia che la speranza da sola non basta.

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martedì, ottobre 21, 2008

I rifugiati ci chiedono un aiuto: due autobus per la giustizia, 31 ottobre

Il giorno 31 OTTOBRE i rifugiati del Darfur in Italia dovrebbero unirsi agli altri rifugiati del Darfur presenti in altri Paesi europei per manifestare insieme a L'AIA, nei Paesi Bassi in favore dell'incriminazione del Presidente sudanese Al Bashir di crimini di guerra e contro l'umanità.

Per fare questo, ci dice Suliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati in Italia, occorrono i soldi necessari al noleggio di due autobus e relativi autisti.

Suliman ci chiede un aiuto. Abbiamo già espresso internamente alla nostra associazione dubbi circa la reale efficacia di simili inziative, considerando appunto il costo di una simile trasferta. Eppure, non si può negare che niente di più autentico e vigoroso si può chiedere a un uomo dello slancio che lo anima ad attraversare un continente per dare voce alle proprie aspirazioni di giustizia e pace. Parliamo degli attori veri del dramma del Darfur: i rifugiati del Darfur non chiedono altro che poter dare alla propria speranza anche una sola possibilità di concretizzarsi. Se anche non dovesse cambiare niente per il Darfur, i figli del Darfur ci avranno comunque provato. E noi con loro.

Per informazioni su come donare, contattateci al più presto. Per chi ci conosce sin dall'inizio, sa che la nostra scelta è stata di non chiedere mai soldi confidando nelle potenzialità dei singoli, ed è per questo che, ingenuamente, abbiamo rinunciato ad aprire uno specifico spazio per le donazioni. Se la fiducia in noi può compensare questa mancanza, metteremo per ora a disposizione un riferimento unico, seppur ancora personale, per i vostri contributi per gli autobus dei rifugiati.

Scrivete a blog[at]italianblogsfordarfur o info[at]italianblogsfordarfur.it entro il 28 OTTOBRE.

Cordiali saluti

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