Il blog di Italians for Darfur

mercoledì, febbraio 24, 2010

Accordo di pace per il Darfur: è vera gloria?

di Stefano Cera
E’ destino che per il Darfur, il mese di febbraio abbia un significato particolare. Infatti è nel febbraio del 2003 che inizia il conflitto che ha prodotto almeno 300.000 morti (alcuni arrivano a parlare addirittura di 450.000 vittime) e quasi 3 milioni di profughi. E’ sempre nel mese di febbraio (dello scorso anno) che a Doha, nel Qatar, il governo del Sudan ha firmato un accordo con il Justice and Equality Movement (JEM) che, nelle intenzioni delle parti, avrebbe dovuto preparare il terreno a dialoghi successivi per porre fine al conflitto, ma che fallisce in seguito al rifiuto del governo di Khartoum di rilasciare i combattenti del JEM che avevano partecipato agli attacchi alla capitale nel maggio del 2008. Ed è infine di pochi giorni fa la notizia che, sempre a Doha e sempre con il JEM, Khartoum ha firmato il Framework and Ceasefire Agreement, di fatto un pre-accordo che prevede una tregua fino al prossimo 15 marzo, giorno in cui verrà firmata la pace definitiva.

I contenuti dell’accordo

In virtù della firma, il JEM ha ottenuto posizioni di rilievo nell’amministrazione centrale e locale, mentre la situazione amministrativa della regione sarà oggetto di una trattativa separata. Dopo la firma dell’accordo il governo ha liberato 57 combattenti del JEM, di cui 50 precedentemente condannati alla pena capitale e 5 all’ergastolo. La liberazione segue quella di altri detenuti nel periodo precedente (il ministro della giustizia di Khartoum ha commentato di aver «aumentato dal 30 al 50% il numero delle persone liberate»). Nel corso delle trattative il JEM avrebbe anche chiesto al governo di posticipare di un periodo ritenuto congruo le elezioni per meglio preparare la popolazione all’appuntamento, ma senza ottenere alcun risultato.

Le trattative dell’ultimo periodo

Le trattative sono iniziate circa sei mesi fa e si sono svolte anche attraverso i buoni auspici della Comunità di Sant’Egidio che, in un comunicato successivo alla firma dell’accordo, si è "congratulata" con le parti, con il governo del Qatar e con la mediazione congiunta Unione Africana-Nazioni Unite, sottolineando come «il raggiungimento dell'accordo sia un'ulteriore dimostrazione di quanto la sinergia tra realtà istituzionali e non istituzionali possa portare a risultati efficaci». In questo spirito la comunità annuncia che continuerà a impegnarsi affinché anche gli altri movimenti ribelli possano raggiungere un accordo con il governo.

Le motivazioni dell’accordo

Diverse sono le motivazioni che hanno spinto le parti al tavolo negoziale. Per il governo, le pressioni della comunità internazionale, la richiesta di arresto del presidente al-Bashir della Corte Penale Internazionale (CPI) del marzo scorso, ma anche le elezioni presidenziali che si dovrebbero svolgere tra due mesi e il referendum per l’indipendenza della parte meridionale del paese, che si svolgerà nel gennaio del prossimo anno. Per il JEM ha avuto certamente un peso determinante l’accordo precedente tra Chad e Sudan che, di fatto, ha aperto la strada all’accordo di Doha. In particolare il ruolo del Chad è di particolare rilievo, sia perché è considerato il “protettore” del JEM, sia per il ruolo che ha avuto nelle trattative che hanno portato all’accordo di Doha.

Quali speranze per il futuro?

L’accordo sembra finalmente aprire spiragli per il futuro. Innanzitutto, perché ha visto la firma, su basi completamente nuove rispetto al passato, del principale movimento di opposizione del Darfur. Poi, perché è stato rifiutato solo la fazione dello SLA di Abdel Wahid al-Nur, che continuando a ribadire il principio “no conflict resolution without conflict suspension”, sulla base del quale chiede al governo quale pre-condizione per il dialogo di disarmare le milizie dei janjaweed e di porre fine agli attacchi ai civili. Mentre altre dieci fazioni, appartenenti ai gruppi di Tripoli (riuniti attraverso la mediazione della Libia) e Addis Abeba (riuniti attraverso la mediazione dell’inviato speciale USA Scott Gration) si sono uniti nel Liberation Movement for Justice, guidato da El Tijani El-Sissi, già governatore del Darfur. Nel corso di una conferenza-stampa, il gruppo ha dichiarato che inizierà a breve dei colloqui di pace separati con il governo del Sudan. La Lega Araba, l’Organizzazione dei Paesi islamici (OIC), i vertici dell’UNAMID, la missione di peacekeeping “ibrida” ONU-Unione Africana che ha iniziato la sua attività in Darfur nel 2007 e molti paesi hanno salutato l’accordo come l’inizio di un nuovo periodo per il Darfur. La speranza è che sia davvero così e che non si ripeta quanto accaduto in passato, quando gli accordi per il cessate-il-fuoco sono stati sistematicamente disattesi. Se sarà un’era nuova per il Darfur, ce lo dirà certamente il prossimo periodo. Le condizioni sembrano finalmente esserci.

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giovedì, agosto 27, 2009

Articolo sul Darfur di Mahmood Mamdani

Le presunte "distorsioni" delle associazioni internazionali
L’articolo (dal titolo L’emergenza sotto i riflettori, comparso sul britannico New Statesman e ripreso da Internazionale, n. 809 del 21 agosto 2009) sottolinea che a differenza del conflitto nel Sudan meridionale, quello nel Darfur in realtà è sempre stato al centro dell’attenzione della stampa internazionale, anche grazie all’attività di alcune associazioni (Mamdani cita Save Darfur), che tuttavia avrebbe prodotto anche alcune pericolose distorsioni, come dimostra, secondo l’autore, la denuncia di un numero di morti superiore a quello effettivo nel periodo 2003-2004 (l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di meno di 120.000 morti mentre Save Darfur e diverse fonti giornalistiche hanno parlato invece di oltre 400.000 morti).
Gli aspetti significativi
Ma aldilà di questo (ricordiamo che le cifre ufficiali dell’ONU, sicuramente per difetto, parlano ormai di 300.000 morti e di quasi 3 milioni di profughi dall’inizio del conflitto), l’articolo di Mamdani è significativo almeno per altri due aspetti. Il primo riguarda una riflessione sulle origini del conflitto (seconda metà degli anni ’80), dovuto soprattutto a un salto di qualità nelle dispute territoriali che hanno periodicamente riguardato le popolazioni nomadi e le tribù agricole stanziali. Infatti, in seguito alla progressiva desertificazione (il Sahara si è esteso di 100 km in quarant’anni) le popolazioni nomadi dedite alla pastorizia (di origine prevalentemente araba) sono state costrette a migrare da nord a sud entrando in contrasto con le tribù agricole (di origine africana) per il possesso delle terre più fertili. Questo in un quadro regionale confuso in cui il Chad è diventato una delle pedine del confronto tra i “blocchi” (Stati Uniti, Francia e Israele da un lato e Unione Sovietica e Libia dall’altro). Il secondo aspetto significativo riguarda invece le due “direttrici” lungo le quali si è sviluppata la violenza nella regione: quella da nord a sud che, come abbiamo detto, ha contrapposto popolazioni nomade e tribù agricole stanziali e quella da est a ovest, che ha riguardato invece le sole tribù nomadi. Secondo Mamdani, le associazioni e la stampa internazionale si sono concentrati solo sull’asse “nord-sud”, nel tentativo di concentrare l’attenzione sul tradizionale dominio degli arabi sugli africani (tesi nata nel periodo del colonialismo inglese) e sul conseguente contrasto arabi-africani, mentre alla base del conflitto ci sarebbe soprattutto la ricerca della terra e la crescente crisi ambientale. L’autore conclude l’articolo profilando per il Darfur due possibili scenari: il c.d. “paradigma di Norimberga” per cui “vittime e carnefici non dovranno convivere nello stesso paese e i sopravvissuti ricostruiranno una nuova identità in uno stato separato, come è successo nel caso di Israele” e il “modello del dopo apartheid” in cui tutti, vittime e autori dei crimini, dovranno imparare a sopravvivere sul modello di quanto accaduto in altri contesti, ad es. in Sud Africa.
Commenti
Certamente Mamdani, autore del volume Saviors and survivors: Darfur, politics and the war on terror (Pantheon, 2009) ha il merito di toccare temi al centro del conflitto del Darfur, in qualche caso dando anche spunti originali (come ad es. le tensioni del “fronte arabo”, elemento importante tanto è vero che una delle direttrici della mediazione congiunta ONU/Unione Africana mira proprio a ristabilire il dialogo al suo interno); tuttavia, a mio avviso, va fatta qualche considerazione. La prima riguarda il fatto che il censimento britannico della metà degli anni ’50 (che ha diviso la popolazione tra dominatori “arabi” e nativi “africani”) da solo non è sufficiente a spiegare le crescenti tensioni della seconda metà degli anni ’80, dovute anche alla decisione del regime del presidente del Sudan Nimeiri di cancellare il sistema di “native administration” che aveva regolato il sistema di proprietà della terra e di amministrazione locale, nonché all’affermarsi dell’”arabismo”, ideologia razzista che esaltava la “nazione” araba (a cui ha contribuito la presenza di militari libici che hanno usato il Darfur come retroguardia durante il conflitto con il Chad). Inoltre definire, come alcuni hanno fatto, il conflitto del Darfur come il primo esempio di conflitto per cause “ambientali”, come affermato anche dal segretario generale ONU Ban Ki-Moon fa correre il rischio di sminuire il triste peso del regime di Khartoum che invece, come dimostrato dalle incriminazioni della Corte Penale Internazionale, ha precise responsabilità nell’escalation del conflitto e nelle iniziative contro la popolazione civile.
Per chi volesse approfondire, riporto l’elenco dei volumi sul Darfur disponibili in lingua italiana:
- Stefano Cera, Le sfide della diplomazia internazionale, LED Edizioni, 2006
- Daoud Hari, Il traduttore del silenzio, Piemme, 2008
- Luca Pierantoni, Darfur, Chimienti, 2008
- Antonella Napoli, Volti e colori del Darfur, Edizioni Goreè, 2009

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lunedì, luglio 13, 2009

Diplomazia e real-politik: la pronuncia dell’Unione Africana sulla vicenda-Bashir

di Stefano Cera
La decisione, da molti temuta, è arrivata: il 4 luglio, nel corso del vertice svoltosi a Sirte (in Libia), l’Unione Africana (UA) ha dichiarato di non voler cooperare con la richiesta di arresto per il Presidente del Sudan al-Bashir emessa dalla Corte Penale Internazionale (CPI) all’inizio del marzo scorso. Il testo della risoluzione è stato introdotto dal leader libico Gheddafi (Presidente dell’organizzazione degli stati africani) ed è stato approvato, per decisione consensuale, nel corso della riunione dei ministri degli esteri.
Le motivazioni della decisione e le reazioni contrarie
La decisione arriva al termine di un periodo in cui l'UA ha più volte richiesto il differimento dell’iniziativa contro Bashir, attraverso il ricorso all’art. 16 dello Statuto della Corte, che prevede la possibilità, su richiesta del Consiglio di Sicurezza ONU, di sospendere per un anno (rinnovabile) la procedura della CPI. I motivi sono legati alla preoccupazione che la richiesta di arresto possa indebolire gli sforzi per il processo di pace nel Darfur; per questo motivo, secondo il presidente del Ghana
John Atta Mills, la decisione dell’UA rappresenta “il meglio per l’Africa”: “Abbiamo bisogno di una soluzione durevole per il Darfur e il presidente del Sudan è una parte importante della soluzione. Con lui fuori, sarebbe molto difficile raggiungere una soluzione al conflitto nella regione. Per questo abbiamo richiesto il differimento della procedura della Corte”. Nonostante l’approvazione della risoluzione, nel vertice UA si sono registrate parecchie manifestazioni di dissenso; il ministro degli esteri del Benin Jean-Marie Ehozou (Sudan Tribune, 4 luglio 2009) ha commentato: “Consenso di solito significa unanimità, ma in questo caso si è registrato parecchio dissenso alla decisione”, riferendosi soprattutto ai tentativi di opposizione del Botswana e del Chad. Il primo è stato il primo a dissentire pubblicamente dalla decisione dell’organizzazione dei paesi africani (seguito dopo qualche giorno dall’Uganda), sottolineando di non voler osservare una risoluzione imposta da Gheddafi.
Significato della decisione e possibili sviluppi
L’impressione è che la risoluzione sia stata adottata in conseguenza di due forti spinte coincidenti. Innanzitutto le pressioni di Gheddafi affinché si adottasse una decisione favorevole a Bashir: per il leader libico infatti la Corte rappresenta una “nuova forma di terrorismo mondiale” e nei giorni precedenti la richiesta di arresto aveva minacciato di far ritirare tutti gli stati africani firmatari dallo Statuto della Corte, dimostrando poi particolare solerzia sia nell’esprimere solidarietà al presidente sudanese che nel riceverlo in visita dopo la richiesta di arresto. Inoltre, ha avuto un peso considerervole la preoccupazione di molti leader di stati africani che l’iniziativa contro Bashir fosse in realtà solo la prima di una serie di iniziative simili contro di loro.
In sintesi, la decisione dell’UA sembra essere un duro colpo al ruolo di mediazione svolto fino ad oggi dall’organizzazione, che d’ora in poi difficilmente potrà apparire come terzo neutrale, indipendente e imparziale nei colloqui di pace tra il governo e le forze di opposizione. Inoltre, potrebbe costituire un pericoloso precedente, in grado di indebolire la credibilità della stessa Corte; infatti, stabilendo una presunta “negoziabilità dei diritti umani”, metterebbe in secondo piano le responsabilità di Bashir nei confronti delle persecuzioni dei civili, che anzi potrebbero continuare anche grazie al “clima” di impunità creatosi. Infine, potrebbe colpire la credibilità di iniziative “parallele”, come ad es. il panel di esperti presieduto dall'ex presidente sudafricano Thabo Mbeki (promosso dall’UA nel febbraio di quest’anno) che mira a trovare meccanismi giudiziari alternativi alla CPI in grado di garantire in maniera efficace la punizione dei responsabili delle violazioni dei diritti umani in Darfur. Per questo motivo Mbeki, nei giorni precedenti l’incontro di Sirte, avrebbe tentato, senza successo, un’azione per evitare la decisione dell’UA.

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mercoledì, giugno 10, 2009

Gheddafi a Roma

Nel giorno della visita di Gheddafi in Italia vorrei ricordare che questo "campione di libertà" (come lo ha definito il nostro Presidente del Consiglio) è colui che, oltre a violare sistematicamente i diritti umani nel proprio paese, come Presidente dell'Unione Africana ha più volte minacciato il ritiro di tutti i paesi africani dalla Corte Penale Internazionale in caso di condanna di al-Bashir.
Poi, dopo la richiesta di arresto emessa dalla Corte (nel marzo di quest’anno - per crimini di guerra e crimini contro l'umanità), si è dimostrato uno dei più attivi nell'esprimere la propria solidarietà al presidente sudanese (che secondo le prove raccolte è responsabile della morte di almeno 35 mila civili e del trasferimento forzoso di un numero di persone compreso tra 80 e 265 mila, che sono state sradicate dalle loro case).
A tale fine voglio ricordare le parole dell’Arcivescovo Desmond Tutu (Premio Nobel per la pace 1984) che mi piace pensare possano essere il punto di riferimento per quanti (forse ormai pochi) credono ancora che la libertà e la pace siano “valori assoluti” e non “mezzi di scambio” da sacrificare in nome della realpolitik: "Per quanto dolorosa e scomoda possa essere la giustizia, abbiamo preso atto che l'alternativa - lasciare che ci si dimentichi di far sì che chi commette reati risponda del proprio operato - è di gran lunga peggiore".

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martedì, aprile 07, 2009

Il mandato di arresto per Bashir e la reazione della Comunità internazionale

di Stefano Cera
Pubblicato su medarabnews: http://www.medarabnews.com/2009/03/25/il-mandato-di-arresto-per-bashir-e-la-reazione-della-comunita-internazionale/
Il 4 marzo 2009, la Camera preliminare uno della Corte Penale Internazionale (CPI) ha accolto la richiesta del procuratore Luis Moreno-Ocampo di emettere un mandato di arresto nei confronti del presidente del Sudan al-Bashir (la prima nei confronti di un capo di stato in carica), riconoscendo sette dei dieci capi d’imputazione presentati dal procuratore (cinque per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra). Secondo le prove raccolte in oltre tre anni d’indagini le “forze e gli agenti” che agivano sotto il controllo di Bashir, hanno ucciso almeno trentacinque mila civili e causato la morte di un numero di persone calcolato tra 80.000 e 265.000, che sono state sradicate dalle loro case. Tuttavia, i tre giudici della Camera non hanno raggiunto un accordo sulle accuse di genocidio, riguardanti la volontà del Presidente di distruggere in modo sostanziale i gruppi africani Fur, Zaghawa e Masalit sulla base della loro etnia; i giudici hanno comunque affermato di poter riprendere in considerazione la questione in caso di nuovi elementi.
La risposta di Khartoum
La televisione di stato ha bollato come “neocolonialista” la decisione e nella capitale centinaia di persone sono scese in piazza in segno di protesta. Il governo ha espulso tredici organizzazioni non governative, accusandole di aver collaborato con la Corte. L’espulsione è stata criticata dal leader dello Justice and Equality Movement (JEM), Khalil Ibrahim, secondo cui viola apertamente quanto stabilito dall’accordo di pace sottoscritto con il governo a Doha il 17 febbraio scorso. Inoltre Bashir, in segno di sfida nei confronti della Corte, nei giorni scorsi ha fatto visita al presidente eritreo Issaias Afeworki e ha dichiarato di voler partecipare al summit annuale dei paesi arabi che si svolgerà a fine marzo in Qatar. A tal proposito giungono notizie contrastanti da Khartoum, poiché alcuni organi di stampa hanno affermato che Bashir non parteciperà all’incontro. La verità è che il presidente sta subendo forti pressioni (dei paesi arabi e all’interno del paese) affinché diserti il summit, legate all’eventuale imbarazzo che la sua presenza potrebbe creare al Qatar e agli altri paesi arabi, ma anche al timore che l’aereo del presidente possa essere intercettato da velivoli stranieri che lo costringano ad atterrare in uno stato firmatario dello Statuto della Corte, dove il mandato di arresto potrebbe poi essere reso esecutivo. I movimenti all’estero del presidente del Sudan pongono l’attenzione su un aspetto importante, che riguarda il comportamento degli stati non firmatari dello Statuto della CPI. Infatti, se per i paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma è previsto uno specifico obbligo di rendere esecutivo il mandato, non esistono invece vincoli particolari per i paesi non firmatari (come ad esempio l’Eritrea o il Qatar). Tuttavia, i funzionari della CPI hanno fatto presente che potrebbero comunque trasmettere a un paese non firmatario la richiesta di rendere esecutivo il mandato di arresto. Anche perché, così come dichiarato dalla portavoce della Corte dell’Aja, Laurence Blairon, se è vero che alcuni paesi non hanno firmato lo Statuto di Roma, è altrettanto vero che sono paesi membri ONU e, come tali, hanno l’obbligo di applicare quanto stabilito dalla risoluzione 1593/2005 del Consiglio di Sicurezza ONU che, nel trasferire all’attenzione della Corte la situazione del Darfur, chiede a tutti gli Stati di cooperare con essa. Tale opinione è tuttavia confutata da Antonio Cassese (che ha presieduto la Commissione ONU incaricata di investigare le violazioni dei diritti umani e l’accertamento dell’eventuale genocidio in Darfur), che evidenzia che la risoluzione 1593 non ha posto uno specifico obbligo per i paesi non firmatari, limitandosi a chiedere cooperazione a tutti i paesi. Infine, il governo di Khartoum ha iniziato una “offensiva” diplomatica, inviando delegazioni con alti funzionari dello stato (tra cui il secondo vice-presidente Taha, i consiglieri presidenziali Nafi Ali Nafi, Mustafa Ismail e Ghazi Suleiman, il Direttore dell’Intelligence Salah Gosh, e il ministro delle Finanze Awad Al-Jaz) presso i paesi del Consiglio di Sicurezza ONU (con l’unica eccezione degli Stati Uniti), per spiegare la posizione del Sudan e per cercare alleati contro il mandato di arresto.
Il confronto nella Comunità internazionale
Nella Comunità internazionale si fronteggiano due opposti schieramenti. Da una parte Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia che difendono la richiesta di arresto, chiedendo che venga resa esecutiva; dall’altra Unione Africana (UA), Lega Araba, Movimento dei non allineati, Organizzazione della conferenza islamica, Consiglio per la Cooperazione nel Golfo e, all’interno del Consiglio di Sicurezza ONU, Cina e Russia, che esprimono invece una posizione contraria, rifiutando la richiesta e sottolineando la necessità di sospendere l’azione contro Bashir attraverso il ricorso all’art. 16 dello Statuto della Corte.Chi difende la sospensione considera il mandato di arresto un grave pericolo per il processo di pace che, come anticipato, nel febbraio scorso ha registrato un importante risultato con l’accordo di Doha (sottoscritto dal governo e dal JEM), che ha stabilito un preciso impegno delle parti in vista di un successivo accordo per la soluzione del conflitto nel Darfur. L’accordo, che ha avuto l’appoggio dell’UA, della Lega Araba e di alcuni importanti paesi arabi (Egitto, Libia, Siria e Arabia Saudita), sembra ora indebolito dalla recente decisione del leader JEM Ibrahim di sospendere la partecipazione al processo di pace fino a quando il Sudan non avrà ritirato l’ordine di espulsione dal paese delle organizzazioni non governative. Il mandato di arresto inoltre potrebbe portare a un “collasso” di tutto il Sudan, con nuovi pericoli per la popolazione civile del Darfur, la missione congiunta ONU/UA UNAMID, le attività delle ambasciate occidentali, quelle del personale delle ONG ancora presenti nel paese e la stessa implementazione del Comprehensive Peace Agreement del 2005, che ha messo fine a oltre venti anni di guerra civile tra Nord e Sud del paese. L’UA, allo scopo di operare una difficile riconciliazione tra l’esigenza di colpire quanti hanno commesso crimini nel Darfur e la sospensione dell’azione della Corte, ha promosso la costituzione di un panel di esperti africani, presieduto dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki. Tuttavia, la sua attività è ancora all’inizio e non è ancora chiaro se il panel (che presenterà un primo rapporto all’UA il prossimo mese di luglio) avrà il potere di compiere indagini per proprio conto, se affiancherà i giudici sudanesi incaricati di compiere le indagini, oppure si limiterà a monitorare le procedure giudiziarie locali.Chi è contrario alla sospensione la ritiene soprattutto un rischio perché costituirebbe un pericoloso precedente, in grado di indebolire la credibilità della Corte e della stessa ONU; infatti, stabilendo una presunta “negoziabilità dei diritti umani”, metterebbe in secondo piano le responsabilità di Bashir nei confronti delle persecuzioni dei civili, che anzi potrebbero continuare anche grazie al “clima” di impunità creatosi. Inoltre, è forte il timore che la sospensione finisca per annullare gli sforzi della Corte, secondo il principio “justice delayed, justice denied”. Al riguardo, Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, ha preso una posizione netta, affermando che “per quanto dolorosa e scomoda possa essere la giustizia, abbiamo già preso atto che l’alternativa – lasciare che ci si dimentichi di far sì che chi commette reati risponda del proprio comportamento – è di gran lunga peggiore” (la Repubblica, 5 marzo 2009). Infine, chi è contrario alla sospensione sottolinea che il mandato di arresto potrebbe costituire un efficace mezzo di pressione, in grado di provocare cambiamenti anche all’interno dello stesso regime, lacerato da tensioni interne. Tuttavia, per fare questo occorre che tutti gli stati diano il loro sostegno, forte e senza ambiguità, all’attività della CPI.
La posizione dei paesi arabi
La Lega Araba, in prima fila nell’impegno di sospendere l’azione della Corte dell’Aja, riconosce tuttavia che ci sono esigenze di giustizia che non possono essere trascurate; per questo, secondo il segretario Amr Moussa, la soluzione migliore è che sia lo stesso Sudan a garantire la condanna dei responsabili dei crimini commessi nel Darfur, attraverso un efficace sistema giudiziario interno. Il Sudan ha espresso una disponibilità di massima rispetto alla proposta. L’Egitto da parte sua ha proposto di svolgere una conferenza internazionale che riunisca i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) e tutti i paesi potenzialmente coinvolti, allo scopo di definire una visione comune sulla questione. La Conferenza dovrebbe raggiungere un importante obiettivo, ossia integrare, riconciliandole, le questioni politiche e giuridiche alla luce della decisione della CPI. L’idea, per la verità, è stata lanciata dalla Lega Araba fin dall’estate scorsa, dopo la presentazione delle accuse da parte del procuratore Moreno-Ocampo, ma è stata sempre rifiutata da Khartoum perché la conferenza significherebbe “internazionalizzare” la questione del Darfur. La diplomazia egiziana inoltre sta agendo nei confronti di Khartoum per annullare l’espulsione delle ONG, anche in questo caso incontrando la ferma opposizione del regime. Per alcuni alti funzionari del Cairo il Sudan rischia l’isolamento internazionale, in modo del tutto analogo a quanto fece Saddam Hussein prima della guerra del 2003. La Libia, la cui posizione è importante sia perché Gheddafi è di recente divenuto il Presidente dell’UA sia perché il paese è membro temporaneo del Consiglio di Sicurezza ONU, ha minacciato (per la verità senza alcun seguito) il ritiro della ratifica dello Statuto della CPI da parte di tutti i paesi africani. L’Iran ha dato pieno appoggio a Bashir, come dimostrato dalla visita a Khartoum del portavoce del Parlamento di Teheran, Ali Larijani. Di grande interesse è anche la posizione dell’Arabia Saudita, sia perché potrebbe orientare quella di altri paesi arabi, sia per il più vasto quadro delle relazioni regionali in Medio Oriente. Il governo di Riyadh si è detto “disturbato” dalla richiesta di arresto, sebbene nei mesi precedenti abbia più volte rifiutato la richiesta di Khartoum di utilizzare la sua amicizia con Washington per favorire la sospensione dell’azione della Corte. Nei mesi scorsi, peraltro, l’Arabia Saudita è stata uno dei pochi paesi arabi ad aver ricevuto la visita del procuratore Moreno-Ocampo. Di conseguenza, pur criticando la richiesta di arresto, la posizione dell’Arabia Saudita nella vicenda è comunque di grande equilibrio e il suo interesse è evitare che un grande paese arabo come il Sudan possa entrare (dopo la Siria) nella sfera delle amicizie dell’Iran. Infine, un discorso a parte merita la Giordania, che ha assunto una posizione diversa rispetto agli altri paesi arabi. Infatti, non solo il paese è, insieme a Gibuti e alle Isole Comore, il solo fra quelli arabi ad aver firmato lo Statuto della Corte, ma, nei giorni scorsi, ha anche espresso un chiaro favore al mandato di arresto, affermando di voler agire in rispetto dei trattati e delle organizzazioni internazionali e chiedendo più volte al Sudan di presentare le prove per confutare la richiesta di arresto emessa dalla CPI.

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venerdì, marzo 27, 2009

Bashir in giro per i paesi africani...

La notizia è di quelle importanti; il presidente del Sudan Bashir, a dispetto del recente mandato di arresto dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, ha effettuato nei giorni scorsi una serie di viaggi in alcuni paesi africani (Eritrea, Egitto e Libia), annunciando inoltre di volersi recare al prossimo summit dei paesi arabi, che si svolgerà alla fine del mese in Qatar. La questione è piuttosto complessa sia per l'importanza dei paesi in questione (per il peso specifico che hanno nei confronti del contesto regionale e del processo di pace), sia perchè nessuno di questi ha firmato lo Statuto della CPI e, come tali, non hanno uno specifico obbligo nei confronti del presidente Bashir.
Tuttavia, i funzionari della CPI hanno fatto presente che potrebbero comunque trasmettere a un paese non firmatario la richiesta di rendere esecutivo il mandato, anche perché, così come dichiarato dalla portavoce della Corte dell’Aja, Laurence Blairon, i paesi non firmatari sono comunque paesi membri ONU e avrebbero pertanto l’obbligo di applicare quanto stabilito dalla risoluzione 1593/2005 del Consiglio di Sicurezza ONU che, nel trasferire all’attenzione della Corte la situazione del Darfur, ha chiesto a tutti gli Stati di cooperare con essa.
In breve, la situazione appare piuttosto ingarbugliata ed esiste, purtroppo, il rischio che la pronuncia della Corte diventi una sentenza scritta sulla sabbia, soprattutto se l'esempio dei paesi citati verrà seguito da altri, con spregio (l'ennesimo) del rispetto dei diritti della popolazione del Darfur, da anni martoriata da una guerra senza fine che si svolge in un clima di impunità.
Stefano Cera

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giovedì, marzo 05, 2009

Intervista all'Agenzia AMI

Nel sito dell'AMI - Agenzia Multimediale Italiana (link
http://www.agenziami.it/articolo/2842/Sudan+la+Cina+contro+l+Aja+no+ad+arresto+Bashir/) trovate il video dell'intervista che mi hanno fatto oggi relativa alla richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti del Presidente al-Bashir.
Buona visione!
Stefano Cera

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sabato, febbraio 28, 2009

Trasmissione radiofonica "L'Arca dei diritti"


Sabato 28 febbraio alle 19 (replica domenica 1 marzo, stessa ora), su EcoRadio andrà in onda la trasmissione "L'Arca dei diritti e della solidarietà", in cui, insieme al conduttore e curatore della trasmissione Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International), parleremo della situazione in Darfur a sei anni dall'inizio del conflitto. Dopo qualche giorno sarà possibile scaricare il podcast della trasmissione.
Buon ascolto!
Stefano Cera
FM: Roma 88,3 - Napoli e Caserta 92,1 - Calabria 104,9 - Catania 89,8. Oppure in mainstreaming sul sito.

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sabato, dicembre 13, 2008

Audizione alla Commissione Esteri della Camera

Il 10 dicembre si è svolta un'audizione davanti alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati. Coordinati da Antonella Napoli (Presidente di Italians for Darfur), all'audizione hanno partecipato: Luisa Mascia (Coalition for the International Criminal Court), Nino Sergi e Marco Rotella (InterSOS), David Donat-Cattin (Parlamentarians for Global Action) e Stefano Cera (Italians for Darfur), che è intervenuto in rappresentanza dell'International Crisis Group.
L'occasione è stata propizia per fare il punto della situazione sul conflitto nel Darfur sotto i suoi diversi aspetti (emergenza umanitaria, discussioni intorno alle accuse della Corte Penale Internazionale al Presidente del Sudan Bashir, situazione politica e processo di pace) e per chiedere alla Commissione Esteri (che svolge anche attività di Comitato Permanente sui diritti umani) un supporto sulle iniziative che varie ONG portano avanti ormai da tempo nella regione occidentale del Sudan.
La Commissione, presieduta da Furio Colombo, ha mostrato grande interesse all'iniziativa, tanto da chiedere un successivo incontro di approfondimento, da svolgersi nel prossimo mese di gennaio. Continueremo a tenervi informati...
Italians for Darfur

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mercoledì, dicembre 10, 2008

Italians for Darfur al Premio Italia Diritti Umani 2008

Hanno finalmente (due mesi dopo!) messo on-line il video del mio intervento al Premio Italia Diritti Umani 2008 (16 ottobre 2008), organizzato dalla Free Lance International Press.
Il titolo dell'intervento è: "Sviluppo del conflitto nel Darfur: incriminazione del Presidente del Sudan e le difficoltà della missione ONU".
Buona visione!
Stefano Cera

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martedì, novembre 18, 2008

Darfur, il nuovo cessate-il-fuoco seguirà la sorte dei precedenti?

di Stefano Cera
Pubblicato su Articolo 21 - link: http://www.articolo21.info/4531/editoriale/darfur-il-nuovo-cessateilfuoco-seguira-la-sorte.html
Il 12 novembre il presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir, al termine del “Forum delle popolazioni del Sudan”, ha annunciato un cessate-il-fuoco unilaterale, immediato e incondizionato nel Darfur, la definizione di un meccanismo di controllo dello stesso e la campagna per il disarmo di tutti i gruppi armati.
La dichiarazione unilaterale sarebbe stata “suggerita” al leader di Khartoum dalle conclusioni del forum (a cui ha partecipato anche il presidente dell’Eritrea Isayas Afeworki), che hanno evidenziato alcune iniziative ritenute essenziali per risolvere il conflitto nel Darfur: concreto supporto alla missione congiunta ONU/Unione Africana UNAMID prima della ripresa dei colloqui di pace con i movimenti di opposizione, creazione di un fondo di compensazione per le vittime del conflitto, agevolazioni per il ritorno degli sfollati ai loro villaggi e liberazione dei detenuti politici.
Incerta è invece la proposta di accorpare le tre regioni in cui è diviso il Darfur in un’unica regione amministrativa (come era prima della riforma amministrativa degli anni ’90); Bashir infatti ha sottolineato che verrà formata un’apposita commissione per realizzare studi specifici. Così come il presidente non si è impegnato su altri temi, come il rilascio delle persone coinvolte negli attacchi del JEM a Khartoum nel mese di maggio e la possibilità di creare una nuova carica di vice-presidente, specifica e rappresentativa del Darfur a livello nazionale. Il forum riunisce esponenti politici del Sudan (non dei movimenti di opposizione del Darfur) e personalità straniere ed è stato costituito da Khartoum all’indomani della richiesta di condanna del presidente sudanese da parte del procuratore della Corte Penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo.
E’ legittimo avere delle riserve sulle dichiarazioni di Bashir e il timore è che anche questo cessate-il-fuoco possa seguire la sorte dei precedenti (sottoscritti dal governo e dai movimenti di opposizione) e rimanere una bella affermazione di principio, rispetto al quale tuttavia non c’è stato alcun seguito. Infatti, esiste il sospetto che la dichiarazione del presidente sia “strumentale” rispetto alla volontà di attrarre a sé alcuni esponenti dei movimenti di opposizione, così come accaduto nel 2006 con il Darfur Peace Agreement (sottoscritto, tra le forze ribelli, solo dalla fazione del Sudan Liberation Army/Movement – SLA/M di Minni Minawi che, in virtù della firma dell’accordo, è diventato la quarta carica dello stato). Inoltre, le dichiarazioni potrebbero essere frutto della volontà del presidente di creare un ambiente internazionale favorevole che incida sulla richiesta di condanna della Corte Penale Internazionale. Le perplessità sono confermate dagli attacchi dei giorni scorsi alle forze ribelli vicino al confine del Chad, che secondo fonti ONU e il JEM sarebbero stati compiuti dall’esercito regolare del Sudan. Secondo il portavoce del JEM, Ahmed Hussein Adam, “questa è un’altra prova delle reali intenzioni del regime di Khartoum che continua a comportarsi sempre allo stesso modo. […] Il cessate-il-fuoco è solo una grande bugia e un’attività di pubbliche relazioni”. Analoghe critiche provengono da Abdel Wahid, esponente di punta dello SLA/M, uno dei fondatori del movimento e leader riconosciuto nel Darfur (soprattutto all’interno dei campi-profughi) che, dopo un periodo passato in “isolamento “ volontario è ritornato sulla scena della regione. La sua presenza e il suo contributo sono considerati importanti ai fini di un accordo politico.
A prescindere dal fatto che le dichiarazioni di Bashir siano di facciata o meno, la Francia ha già dichiarato che queste, nonostante siano promettenti, non sono comunque sufficienti a persuadere Parigi ad opporsi alla possibile incriminazione di Bashir da parte della Corte Penale Internazionale, se non è accompagnato da una modifica di atteggiamento più generale (es. supporto convinto al processo di pace, consegna di Ali Kushayb e Mohamed Harun, i due esponenti del regime incriminati dalla Corte, ecc.).
Peraltro, la dichiarazione francese mette in evidenza un argomento molto importante, che riguarda le relazioni tra la comunità internazionale e il presidente sudanese. Infatti, sostenere che in caso di cambiamento di atteggiamento da parte del presidente ci potrebbe essere un “occhio di riguardo” nei confronti della sua situazione con la Corte, lascia intendere, fra le righe, una sorta di “mutua concessione” (del tipo “tu dai una cosa a me, io do una cosa a te”), quasi che le accuse a Bashir (tra cui, ricordiamo, la più grave di tutte, quella di genocidio) fossero in qualche modo “negoziabili”. E’ vero che la volontà e la collaborazione di Bashir sono fondamentali per il buon esito di alcune attività (su tutti l’efficacia dell’UNAMID); tuttavia l’obiettivo della comunità internazionale è di ottenere un comportamento efficace a prescindere da eventuali “sconti” al regime di Khartoum.
In conclusione, le perplessità, all’interno del Darfur come a livello internazionale, riguardano non tanto la dichiarazione sul cessate-il-fuoco e il disarmo delle milizie dei janjaweed (che restano elementi considerati prioritari per arrivare ad una soluzione del conflitto, tanto che lo stesso Wahid sottolinea che l’attività di “conflict resolution” sarà possibile solo dopo quella di “conflict suspension”), quanto piuttosto l’effettiva volontà di darvi seguito, visto che già in passato (a partire dal 2004) sono stati firmati tanti accordi in tal senso, nessuno dei quali ha avuto un seguito concreto. Le questioni che riguardano il conflitto nel Darfur sono molteplici (basti pensare alle notevoli difficoltà della missione UNAMID) e su tutte Khartoum può fare qualcosa per convincere tutti, all’interno del Darfur e a livello internazionale, che stavolta “si fa sul serio”. Non resta, evidentemente, che aspettare (e sperare), consapevoli tuttavia che la speranza da sola non basta.

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giovedì, settembre 11, 2008

Prodi uomo di pace in Africa

Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha nominato l’ex presidente del consiglio italiano Romano Prodi coordinatore degli interventi di peacekeeping in Africa, tra cui quelli nel Darfur, Sudan, Ciad e Repubblica Centrafricana. E’ la prima volta che un politico italiano è chiamato a un incarico del genere e la sua candidatura è stata sostenuta con grande forza dall’Unione Africana, per l’esperienza come presidente della Commissione europea e come premier italiano.
Il ruolo rivestito da Prodi è stato definito dalla risoluzione ONU 1809 del 16 aprile scorso, in cui si chiedeva di migliorare il finanziamento delle operazioni di pace gestite dall’Unione Africana, sotto mandato ONU. L’ex presidente del consiglio presiederà un panel composto anche da un rappresentante americano, uno delle Mauritius, un giapponese ed un cipriota. I lavori del panel inizieranno la prossima settimana e dureranno tre mesi, con consegna di un rapporto al Consiglio di Sicurezza alla fine del 2008. Il compito degli esperti sarà quello di pianificare, in maniera congiunta, gli interventi finanziari che giungono alla comunità internazionale ed organizzare la logistica delle missioni (depositi, personale, armi, soccorsi, ecc.) .
Al momento la situazione delle missioni di peacekeeping in Africa è piuttosto difficile, con situazioni di profonda disarticolazione e notevoli perdite di denaro ed efficienza. Tra queste, purtroppo, spicca la situazione dell’UNAMID (missione congiunta ONU/Unione Africana) in Darfur che, ad oltre un anno di distanza dall’adozione della risoluzione 1769, vede sul campo solo circa 9.000 uomini, circa 1/3 del totale previsto. La speranza è che l’arrivo di Prodi, e soprattutto la creazione del “ruolo” di coordinatore degli interventi in Africa, dia nuovo vigore alle missioni e, relativamente alla missione in Darfur, permetta di trovare le risorse necessarie per rendere, finalmente, l’UNAMID una missione efficace.

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giovedì, luglio 31, 2008

Un pomeriggio al Play Art Arezzo festival...

Domenica 27 luglio 2008, vado ad Arezzo per presentare il mio volume “Le sfide della diplomazia internazionale”. Una volta tanto decido di lasciare mio figlio Matteo (tre anni) alla nonna e di andare con mia moglie, per un’iniziativa che ritengo interessante, di grande prestigio e visibilità, per me personalmente e per l’associazione.
Arrivo ad Arezzo verso le 16,30, circa un’ora prima dell’orario previsto per la presentazione, il luogo scelto è splendido, Piazza San Francesco, uno dei luoghi “storici” della città, dove peraltro hanno girato alcune scene del film “La vita è bella” di Roberto Benigni.
Nella piazza è tutto pronto; è stato predisposto un palco perfetto per presentazioni e seminari… noto una gran presenza di posti a sedere, cosa che mi colpisce, perché saranno circa un centinaio e penso che difficilmente potranno essere occupati tutti… non certo per l'oratore e i temi trattati, ovviamente, ma perchè è una domenica pomeriggio di fine luglio...speriamo almeno non si notino tanto i posti vuoti, penso…
Comunque, lascio lo zainetto con i miei appunti ed un po’ di copie del libro e vado a fare un giro, a prendere un caffè, a trascorrere qualche minuto prima di tornare nella piazza ed iniziare la presentazione. Girando per le vie del centro vedo le locandine dei giornali che parlano del successo del festival, giunto alla giornata finale, in cui, per il concerto serale di Max Gazzè e Carmen Consoli, sono previste oltre 10,000 persone! Stando a Roma, in effetti non ci si rende bene conto dell’importanza di questa iniziativa, che ci sembra solo una fra le tante di musica nel periodo estivo, ma che in effetti, a viverla dall'interno e a giudicare dalla presenza di locandine, segnalazioni di eventi e pubblicità varia, caratterizza ed anima la città per oltre una settimana e riunisce, iniziative di musica, letteratura e cinema.
Ritorno verso le 17,40 (come al solito mi chiedono il solito quarto d’ora accademico), vado al bar davanti alla postazione del Play Art dove mi viene presentato Vauro Senesi, noto vignettista de “Il Manifesto” e della trasmissione “Anno zero” di Santoro; una persona che trovo istintivamente simpatica, alla mano, con cui parliamo brevemente del mio libro, dell'associazione e del Darfur.
Ore 17,50 circa inizia la presentazione, mi siedo nello sgabello, che per scomodità farebbe invidia alla famosa (o famigerata…) poltrona di Fracchia, sul quale mi ritrovo appollaiato “stile-gufo” sull’apposito trespolino (coma da foto). Inaspettatamente, le sedie che temevo potessero rimanere desolatamente vuote, ora sono quasi tutte occupate e comincia finalmente la presentazione, condotta da Gabriele Ametrano, giornalista della redazione di Firenze de “Il Corriere della sera”, che mi fa diverse domande sul concetto di escalation del conflitto (il tema portante del volume), la situazione nel Darfur e il conflitto in Cecenia.
Sul Darfur non ho detto nulla di particolare e nuovo rispetto ad una presentazione generale di una situazione che, purtroppo, resta di grande complicazione e stallo dal punto di vista diplomatico, con un rischio anzi di peggioramento in seguito alla richiesta di accusa presentata dal Procuratore generale della Corte Penale Internazionale per il Presidente del Sudan Bashir del 14 luglio scorso.
Concludo la presentazione così come l’avevo iniziata, ossia parlando dell’associazione (dando riferimenti ed indirizzo) e del nostro impegno per favorire, in ogni modo possibile, la conoscenza del conflitto, chiedendo la partecipazione e l’appoggio di un maggior numero di voci…per l’occasione ho pensato allo slogan “Più voci abbiamo, più abbiamo voce”… chissà, magari potrà tornarci utile anche in futuro. In tutto parlo circa 45 minuti e sono soddisfatto perché c’è stata una buona partecipazione e perché mi sembra che la gente sia stata a sentire “attivamente” piuttosto che sonnecchiare al sole di un tardo pomeriggio di fine luglio.
Chiudo la giornata andando a salutare Vauro, il quale mi dice di aver apprezzato l’intervento (soprattutto l’aver chiarito che il conflitto è tutto tranne un conflitto religioso e che la componente etnica è secondaria rispetto alle questioni politiche) e il nostro impegno come associazione. Lui in Sudan c’è stato da poco (a Juba, capitale del Sud) ed è una situazione che conosce bene; lo saluto lasciandogli una copia del libro e invitandolo a scrivere qualcosa sul nostro blog e magari partecipare con un pensiero, una vignetta, qualcosa che possa arricchire il sito. Resto ancora un po’ in zona, fino a quando le nuvole sovrastano il cielo, ormai non più soleggiato e andiamo a riprendere la macchina per tornare verso Roma…è quasi sera...tutto sommato, è stata una giornata positiva.
Stefano Cera per IB4D

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venerdì, luglio 25, 2008

Italians for Darfur ad EcoRadio

Domenica 27 luglio, dalle 18 alle 20, su EcoRadio andrà in onda la trasmissione "L'Arca dei diritti e della solidarietà", in cui, nella prima ora, insieme al conduttore e curatore della trasmissione Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International), parleremo della situazione in Darfur alla luce delle accuse a Bashir da parte della Corte Penale Internazionale. Dopo qualche giorno dalla messa in onda, sarà possibile scaricare la trasmissione collegandosi al sito:
Buon ascolto!
FM: Roma 88,3 - Napoli e Caserta 92,1 - Calabria 104,9 - Catania 89,8. In mainstreaming su www.ecoradio.it.

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lunedì, luglio 21, 2008

Cassese: La condanna di Bashir, un “coup de theatre” con "scarsi effetti pratici positivi”.

La notizia della richiesta del Procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno Ocampo, di arresto del Presidente del Sudan Bashir viene accolta con perplessità da Antonio Cassese, che nel 2005 ha presieduto la “Commissione internazionale incaricata di investigare le violazioni dei diritti umani e l’accertamento dell’eventuale genocidio” (ICID).
In un articolo apparso su “La Repubblica” del 15 luglio scorso, Cassese sottolinea che l’iniziativa di Ocampo serve soprattutto a “scuotere l’attenzione del pubblico”, ma serve a poco in termini pratici ed anzi potrebbe rivelarsi un boomerang, esprimendo il timore che possa addirittura vanificare il lavoro del Tribunale.
In particolare, tre sarebbero gli aspetti critici.
- Se davvero avesse voluto far arrestare Bashir, il Procuratore avrebbe dovuto sottoporre ai giudici una richiesta segreta e chiedere di non rendere pubblico il mandato di cattura (nel caso venga emesso dai giudici). In questo modo, si sarebbe potuto aspettare che il Presidente si fosse recato all’estero per rendere pubblico il mandato e dare il via al suo arresto. Invece, rendere pubblica la richiesta di arresto prima ancora di sottoporla al vaglio dei giudici (che potranno successivamente respingerla o ridimensionarla), di fatto, renderà vana la richiesta di arresto: Bashir dovrebbe ordinare ai suoi di arrestarlo e consegnarlo al Tribunale.
- Inoltre risulta incomprensibile la scelta di accusare solo Bashir e non anche gli altri membri del gruppo dirigente, alcuni dei quali (il vice-presidente Taha, il capo dei servizi segreti, il ministro della difesa, i capi di stato maggiore delle forze armate) sono certamente implicati nelle decisioni politiche e militari che riguardano il Darfur.
- Infine, non si comprende perché si sia voluto accusare Bashir di genocidio (che richiede condizioni meno rigorose e fa correre minori rischi di mancato accoglimento da parte dei giudici), quando lo si sarebbe potuto accusare, con maggiore fondatezza e con maggiori possibilità di accoglimento, di crimini contro l’umanità quali lo sterminio, il massacro di civili e il trasferimento forzato di persone.
In breve, secondo Cassese, è difficile che il mandato di arresto possa produrre effetti extra-giudiziali positivi, come la delegittimazione politica, diplomatica e morale di Bashir, che, da parte sua, non faticherà a controbattere alle accuse. Inoltre, si potranno avere gravi ripercussioni anche nelle relazioni tra governo del Sudan e forze di peacekeeping nella regione, con possibili ostacoli all’assistenza umanitaria internazionale ai profughi del Darfur.
Stefano Cera, per IB4D.

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martedì, giugno 03, 2008

Seminario Darfur 5 giugno ore 19 (Roma)

Giovedì 5 giugno 2008, ore 19.00
Roma - Libreria Griot via di S. Cecilia 1/A (Trastevere)

Amnesty International
"Darfur: origini del conflitto, situazione attuale e prospettive di pace".
Introduce: Riccardo Noury, Portavoce della Sezione Italiana di Amnesty International
Relatore: Stefano Cera autore del volume “Le sfide della diplomazia internazionale - Il conflitto nel Darfur”; Associazione "Italians for Darfur“

Come si sviluppano i conflitti nell'arena della politica internazionale? E quali sono i meccanismi e le dinamiche che determinano la loro escalation? Esistono modalità «alternative» (all'uso della forza) per la loro risoluzione? E quali spazi ci sono per l'intervento della comunità internazionale? Queste sono alcune delle domande rispetto alle quali nel corso dell'incontro si cercherá di fornire spunti di riflessione e risposte, attraverso la «lettura» dal punto di vista storico e la «rilettura» secondo le teorie e le tecniche della trasformazione dei conflitti, di una delle piu importanti crisi degli ultimi anni: il conflitto nel Darfur.
Il conflitto, conosciuto a livello internazionale a partire dal 2003 (è stato definito «il disastro umanitario più grave del mondo»), è in realtá la conseguenza di una dinamica che si protrae da molto tempo e che ancora nasconde aspetti controversi sul ruolo dei protagonisti (il governo di Khartoum, le milizie arabe dei janjaweed, i movimenti di opposizione), anche rispetto alle prospettive negoziali in vista di una soluzione alternativa.

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martedì, gennaio 22, 2008

Darfur: Stefano Cera scrive in "Pace, conflitti e violenza" (SISPa)

Sul nuovo numero del Giornale di SISPa (Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace) "Pace, conflitti e violenza", l' articolo di Stefano Cera sul conflitto in Darfur.
Un testo ragionato sulle radici, l'attualità e le opportunità per una soluzione della "crisi umanitaria più grande del mondo".
Stefano Cera, docente e formatore nelle teorie e tecniche di trasformazione dei conflitti, principi e tecniche di negoziazione, mediazione e conciliazione, collabora attivamente alla campagna di Italians for Darfur.
E' autore, fra gli altri, del volume "Le sfide della diplomazia internazionale. Il conflitto nel Darfur. L'escalation della questione cecena [..]" (LED Edizioni, 2007)

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domenica, ottobre 14, 2007

Roma, 16 ottobre: IB4D
al Premio Italia diritti umani 2007

Il Premio Italia Diritti Umani nasce dall’esigenza da parte delle associazioni coinvolte di voler dare un giusto riconoscimento a coloro che, per la loro attività, si sono distinti nel campo dei diritti umani. In un mondo in cui il profitto sembra essere lo scopo ultimo di ogni intento, bisogna sostenere chi lotta veramente, sacrificando spesso gran parte (o del tutto) la propria esistenza per aiutare il prossimo. I Mass Media spesso non prestano la dovuta attenzione al tema dei diritti umani, se non in maniera superficiale. È giunto quindi il momento, non solo di dare un giusto riconoscimento a chi lotta per la difesa dei più deboli, ma anche di parlare su come possano essere tutelati meglio questi diritti che, anche in paesi come l’Italia oltre che all’estero, sono sistematicamente violati, soprattutto nei confronti dei più deboli.

L'evento si terrà presso la Fondazione Europea “Dragan”- Foro Traiano 1/A (via dei Fori imperiali), Con l’adesione di Amnesty International (sez. italiana) e Centro Astalli.

In particolare, al Darfur sarà dedicato l'intervento delle 17,30: "Darfur, Origine del conflitto, situazione attuale e opportunità per la risoluzione" di Stefano Cera, rappresentante di Italians for Darfur, ricercatore in teorie e tecniche della trasformazione dei conflitti.
A seguire ci sarà il concerto french-creyol-jazz della cantautrice Josette Martial con Arturo Valiante al pianoforte jazz.

L'evento è organizzato dalla Flip. La consegna dei premi avverrà dalle 18,30.
programma

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mercoledì, ottobre 03, 2007

Stefano Cera: "Le sfide della diplomazia internazionale. Il conflitto nel Darfur "

Stefano CeraA distanza di alcuni mesi, riproponiamo il contributo di Stefano Cera, rinnovando i nostri sinceri ringraziamenti per la fattiva collaborazione. Docente e relatore di programmi di formazione e aggiornamento, fra gli altri, del CoESPU (Centro di Eccellenza per le Stability Police Units), del CASID (Centro Alti Studi della Difesa) e SSAI (Scuola Superiore dell' Amministrazione dell'Interno), Stefano Cera è autore del volume “Le sfide della diplomazia internazionale. Il conflitto nel Darfur - L’escalation della questione cecena: i sequestri di ostaggi del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan” (edito da LED Edizioni).

Mukesh Kapila, il coordinatore dei diritti umani in Sudan, alla fine del 2003 ha definito la situazione nel Darfur come “la crisi umanitaria più grande del mondo”…purtroppo dopo oltre tre anni la situazione resta la stessa, anzi sotto molti aspetti possiamo dire che è addirittura peggiorata.
Le radici del conflitto
Il conflitto nel Darfur viene conosciuto a livello internazionale a partire dal 2003, quando le forze ribelli che raccolgono le tensioni presenti all’interno delle comunità africane, reagiscono agli attacchi condotti dai janjaweed, con l’appoggio del governo di Khartoum. In realtà il conflitto nasce molto prima, quando, a partire dalla fine degli anni ’80, i tradizionali contrasti tra comunità africane, legate ad un’economia agricola e stanziale e le tribù di origine araba, dedite invece alla pastorizia ed al nomadismo, vengono acuiti dall’affermarsi dell’arabismo, ossia una nuova ideologia razzista che punta l’attenzione sull’esaltazione della nazione araba a scapito delle comunità africane. Per reazione alle continue discriminazioni, vissute a tutti i livelli (tribunali, luoghi di lavoro, amministrazione ed esercito) nonché ai sempre più numerosi attacchi da parte delle milizie arabe (i famigerati janjaweed, ossia i “diavoli a cavallo”), le comunità non arabe riscoprono la loro “africanità” è, nel 2000, compare il “Libro Nero”, pubblicato, pur senza riportare alcuna informazione su autori e luogo di pubblicazione, da un comitato di 25 esponenti che si auto-definiscono “Coloro i quali ricercano la verità e la giustizia”; lo shock determinato dal volume non riguarda tanto i contenuti (che non costituiscono una novità in assoluto), quanto il fatto che con esso è stato infranto un tabù, dal momento che è stato dato alle stampe qualcosa che tutti conoscevano ma che, fino ad ora, nessuno aveva avuto il coraggio di rendere esplicito.
Inizio della ribellione
Nel 2003 le forze ribelli, legate alle comunità africane (soprattutto Fur – che costituiscono l’etnia più numerosa nella regione, tanto che lo stesso nome Darfur significa “dimora dei Fur”, da “dar”, casa, dimora in arabo -, Zaghawa e Masalit), salgono agli onori della cronaca per gli attacchi ad alcune stazioni di polizia, caserme e convogli militari. I ribelli sono organizzati soprattutto in due movimenti:
• il Sudan Liberation Army/Movement (SLA/M), che appare dopo breve tempo profondamente diviso al suo interno in seguito ai contrasti da Abdel Wahid, la guida politica del movimento, di etnia Fur e Minni Minawi, uno dei capi militari più importanti, di etnia Zaghawa
• il Justice and Equality Movement (JEM), maggiormente unito al suo interno, sotto la guida di Khalil Ibrahim e legato ad Hassan al-Turabi, in precedenza ideologo del governo islamico di Bashir.
In seguito alla ribellione del marzo 2003, il governo considera la controffensiva inevitabile, anche grazie al supporto delle milizie dei janjaweed, diventate nel frattempo vere e proprie forze di combattimento para-militari.
I tentativi di negoziato
Nel conflitto del Darfur vi sono stati diversi tentativi negoziali, a carattere locale e a livello internazionale, questi ultimi avvenuti sia sotto l’egida di alcuni paesi vicini (esempio il Chad, la Libia) sia sotto l’egida dell’Unione Africana. In particolare questi ultimi meritano grande attenzione visto che, a partire dal 2004, si sono svolti diversi round di colloqui (prima ad Addis Abeba e poi ad Abuja), che hanno portato, nel maggio 2006, al Darfur Peace Agreement (DPA), sottoscritto dal governo di Khartoum e da una delle fazioni dello SLA/M (quella di Minawi, che entra a far parte del governo centrale). I tentativi negoziali sono stati caratterizzati dalla profonda frammentazione all’interno delle forze ribelli (in seguito ai contrasti sulla leadership tra esponenti militari e politici e tra capi militari delle “vecchie” e delle “nuove” generazioni,) dalla mancanza di competenze specifiche da parte delle delegazioni (i movimenti ribelli non definiscono una piattaforma negoziale comune e si presentano profondamente divisi nelle loro posizioni di fronte al governo), dalla posizione intransigente di Khartoum (che preferisce ottenere una vittoria militare contro i ribelli piuttosto che “dialogare per scendere a patti”) e dalla particolare attività come mediatore dell’African Union (che non agisce come terzo neutrale facendo pressioni sulle forze ribelli affinché accettino la bozza di accordo).
La situazione attuale
Tuttavia, così come accaduto in altri recenti conflitti (esempio in Ruanda dove la tragedia della guerra civile è nata da un accordo di pace non rispettato dalle parti), l’accordo del maggio 2006 si è dimostrato del tutto inefficiente ed ha finito per peggiorare la situazione, in quanto non è stato sottoscritto da alcune fazioni dello SLA/M, dal JEM e da altre forze significative nella regione (ad esempio il Sudan Federal Democratic Alliance, SFDA, di Diraige e Harir). Con l’importante eccezione di Wahid, quasi tutte le forze contrarie al DPA si sono successivamente riunite nel National Redemption Front (NRF), contro cui, a partire dal mese di settembre 2006, il governo di Khartoum ha iniziato una offensiva militare, a cui sono associati i sempre più frequenti attacchi da parte delle milizie dei janjaweed. Il conflitto, che ha già provocato oltre 200.000 morti e due milioni di profughi (su una popolazione totale stimata di 7 milioni), rischia al momento di estendersi ad altri paesi, fra questi il Chad (dove si registrano tensioni sempre più forti con il governo di Khartoum) e la Repubblica Centro-africana.
La missione dell’Unione Africana
Nell’aprile del 2004 inizia la missione dell’Unione Africana nel Darfur; il mandato inizialmente è solo quello di proteggere il gruppo di 120 osservatori del cessate il fuoco sottoscritto nel mese di aprile 2004 e nulla è previsto per l’aiuto alla popolazione civile del Darfur. Successivamente il mandato viene ampliato attraverso la definizione di misure di confidence-building (di “costruzione della fiducia” tra le parti), la protezione dei civili che si trovano sotto minaccia imminente e nelle immediate vicinanze (resta inteso però che la protezione della popolazione civile è di precisa responsabilità dello stato) e tutte le attività necessarie per contribuire alla creazione di un ambiente sicuro per gli aiuti umanitari e per permettere il ritorno degli sfollati interni e dei rifugiati. La missione, rinnovata nel novembre del 2006 per un periodo di sei mesi, presenta numerosi punti deboli in quanto il mandato, per quanto ampliato, appare ancora inadeguato rispetto alle esigenze reali del Darfur; inoltre la missione manca di risorse significative e dipende troppo dalla volontà di cooperazione del governo di Khartoum (e dal momento che il governo non ha mai mantenuto l’impegno di porre un freno alle violenze, esistono forti perplessità circa l’effettiva volontà del governo di cooperare con la missione).
La proposta di missione ONU
Il 31 agosto 2006 il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato la Risoluzione 1706, attraverso la quale ha esteso alla regione del Darfur il mandato della missione ONU in Sudan (UNMIS), chiamata a monitorare l’accordo di pace tra Nord e Sud del paese del gennaio 2005; la risoluzione prevede il dispiegamento di una forza di oltre 20.000 uomini, con un mandato che rientra nel quadro del Capitolo VII della Carta ONU, per il rispetto del DPA e per la protezione dei civili, del personale ONU e degli operatori umanitari. Il regime continua tuttavia a rifiutare la presenza di truppe ONU, preferendo continuare a ragionare secondo una logica “africana”; la posizione ufficiale di Khartoum è che la presenza della forza ONU determinerebbe una profonda instabilità nella regione, con la conseguenza di attrarre molti militanti di al-Qaida. Gli analisti invece mettono in evidenza che il rifiuto è determinato soprattutto dal timore che la sua presenza ONU potrebbe facilitare l’incriminazione da parte della Corte Penale Internazionale (ICC) di esponenti del governo e dei capi delle milizie dei janjaweed. Per mobilitare l’opposizione popolare contro il dispiegamento della forza militare, il regime utilizza la retorica nazionalista e anti-occidentale, con argomentazioni di stampo religioso.

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