Il blog di Italians for Darfur

venerdì, maggio 10, 2013

"Darfur's Gold Rush", un nuovo dossier spiega chi è dietro la nuova barbarie in Darfur


L'organizzazione non governativa Enough Project, grazie al Satellite Sentinel Project, ha esaminato il recente scenario del Darfur, dove le milizie armate di Abbas seminano il terrore per prendere il controllo sullo sfruttamento delle mine d'oro nel Nord Darfur. Secondo gli autori, le evidenze raccolte attribuirebbero le violenze perpetuate in Darfur al governo sudanese, in continuità con le atrocità commesse negli ultimi dieci anni da Khartoum.
Lo studio, di Omer Ismail e Akshaya Kumar, è stato pubblicato nel rapporto "Darfur's Gold Rush",  ieri 9 maggio. 
Dieci anni dopo la denuncia delle milizie janjaweed che, su commessa del governo centrale, commettevano atrocità a danno della popolazione del Darfur, le violenze continuano nella regione occidentale del Paese. 
Sebbene il conflitto non sia mai realmente terminato in Darfur, dal gennaio 2013, ondate crescenti di violenza hanno martoriato la regione facendola precipitare nella peggiore crisi umanitaria degli ultimi anni. Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti nelle Nazioni Unite, ha sottolineato come, da gennaio ad oggi, si è registrato un numero oltre cinque volte maggiore di sfollati rispetto all'intero anno passato.
Oltre 150 villaggi sono stati bruciati e le Nazioni Unite stimano che almeno 150.000 persone siano state sfollate a causa di attacchi coordinati delle milizie di Abbala, tra le quali si annidano anche i janjaweed, storicamente legati al governo. In un ritorno del passato, la propaganda governativa , che sostiene che il conflitto in Darfur sia esclusivamente di origine tribale, è riuscita a prendere piede nell'immaginario collettivo e sulle interpretazioni dei recenti eventi.
Il dossier dà un'altra versione dei fatti, ricollocandoli entro una cornice storica e evidenziando il protagonismo del governo sudanese.
Grazie a molteplici interviste con fonti attendibili in Darfur, a Kartum e tra la diaspora dei rifugiati, Enough Project ritiene che le milizie di Abbala continuino la politica del terrore del governo per prendere il pieno controllo sullo sfruttamento delle nuove risorse minerarie del Darfur, che il governo ha recentemente scoperto essere ricco di oro. 
Nemmeno il più sprovveduto degli osservatori  del conflitto in Darfur non si accorgerebbe che le aree di maggiore violenza corrispondono alle periferie più ricche di risorse. 
Per oltre un decennio, il governo del Sudan ha perseguito una strategia di sfruttamento economico delle periferie, assoggetandole attraverso la violenza e il controllo demografico. Questa politica ha portato a ripetuti sfollamenti, frammentazione, omologazione delle diversità etniche, incluso il Sud Sudan, che ha sancito la sua secessione dal Nord nel 2011, Darfur, Abyei, Monti Nuba, Nilo Azzurro e est Sudan.  
Il partito di governo ha nuovamente rafforzato il proprio interesse in Darfur per via del recente ritrovamento di ricche vene d'oro nel sottosuolo, e le nuove ondate di violenza corrispondono alla storica politica di controllo del territorio attraverso l'impiego di milizie arabe armate.
L'urgenza di rimpiazzare i proventi dalla vendita di greggio, infatti, venuti a mancare dopo l'indipendenza del Sud Sudan, ha accelerato gli sforzi del governo per riprendere il controllo sulle aree ricche di risorse del Darfur. Ma se nel passato, le comunità arabe sedentarie e agricole erano state risparmiate dal conflitto, ora si vedono anch' esse oggetto di violenza dalle milizie armate, su cavalli o in più potenti e armate Land Cruiser, perchè occupano aree ricche di risorse. 
Il violento progetto delle milizie armate di Abbala, per consolidare il potere e il controllo sulle miniere del Nord Darfur, richiede grande attenzione dalla comunità internazionale, e una risposta coordinata. Il dossier propone sei raccomandazioni per una soluzione delle recenti ondate di violenza in Darfur, ma anche per le altre cause che sottendono ai conflitti nel Sudan: protezione e sicurezza per i civili, giustizia per le vittime dei crimini in Darfur, confronto e mediazione tra comunità e governo centrale, corridoio umanitario anche nelle aree oggi escluse all'ingresso di operatori umanitari, promozione di politiche di sviluppo economico sostenibile nella regione e controllo dei proventi dalla guerra dell'oro.

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sabato, febbraio 26, 2011

Rapporto annuale sulla crisi in Darfur

Bombardamenti e nuovi sfollati le emergenze del 2011

"La situazione in Darfur negli ultimi mesi è precipitata: si susseguono bombardamenti e attacchi a ridosso dei villaggi del Nord Darfur da cui fuggono in migliaia, molti dei quali sono ancora senza assistenza". E' quanto si legge nel rapporto annuale di 'Italians for Darfur' sulla crisi umanitaria in atto nella regione occidentale del Sudan e presentato a pochi giorni dall'ottavo anniversario dell'inizio del conflitto: il 26 febbraio 2003.
"A causa della rottura dell'accordo di pace del 2006, firmato da una sola fazione dei ribelli, a dicembre scorso sono ripresi i bombardamenti su gran parte della regione - ha evidenziato la presidente dell'organizzazione, Antonella Napoli, alla presentazione del Rapporto (erano presenti il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury e il rappresentante della comunità del Darfur e del Sudan liberation movement in Italia, Mohamed Abu al Gasim ) e del nuovo video della campagna internazionale Sudan 365 promossa nel nostro Paese da ‘Italians for Darfur’ di cui è testimonial Tony Esposito, anch'egli presente a Palazzo Madama per la presentazione del Rapporto.
"L'ultimo aggiornamento parla di circa 31.000 sfollati arrivati a Zamzam Camp provenienti da Shangil Tobaya e dai villaggi coinvolti nei raid aerei del 17 e del 18 febbraio. Anche oggi, nell’anniversario del conflitto, i combattimenti continuano coinvolgendo migliaia di civili. Testimoni che abbiamo sentito telefonicamente ci hanno confermato -ha proseguito- che le condizioni dei nuovi sfollati sono al limite della sopravvivenza. Non esiste alcun processo per registrare il loro arrivo o fornire loro cibo o tende per il riparo d'emergenza".
Quanto ai colloqui di pace in corso in Qatar, "i mediatori a Doha - ha ricordato la Napoli, autrice del libro “Volti e colori del Darfur” - hanno consegnato martedì scorso alle parti sudanesi coinvolte nel tavolo negoziale le nuove proposte sulle questioni controverse delle trattative su cui non sono riusciti finora a concordare. Il capo negoziatore Djibril Bassole ha annunciato che sarà presentato un programma di accordo finale entro la fine del mese. La speranza e' che non sia l'ennesimo accordo -ha proseguio la presidente di Italians for Darfur - destinato a rimanere su carta e che si trasformi in un reale cessate il fuoco".
Un’altra notizia dirompente che arriva dal più grande Stato africano, ora spaccato in due dal Refrendum per l'indipendenza del Sud Sudan, e confermata dal ministero degli Esteri sudanese, è quella della presenza di ribelli del Darfur tra i mercenari che stanno massacrando i manifestanti in Libia.
”Da rapporti provenienti da fonti attendibili –ha affermato in conferenza il portavoce di Amnesty - sembrerebbe che tra gli stranieri utilizzati dal rais in un disperato tentativo di fermare la crescente rivolta, ci siano miliziani arrivati in Libia via Ciad dalla regione occidentale del Sudan, martoriata da oltre 8 anni di conflitto che hanno determinato la più grave crisi umanitaria attualmente in corso nel mondo. Il portavoce del Foreign Office sudanese, Khalid Musa, a una domanda dei giornalisti ha risposto che non escludeva il coinvolgimento di guerriglieri del Darfur nei disordini, aggiungendo che "sono in atto accertamenti da parte di autorità competenti".
Ma il rappresentante dei movimenti ribelli del Darfur, Mohamed Abu Al Gasim, intervenendo alla presentazione del Rapporto sulla crisi in Darfur ha smentito le accuse e ha replicato che si tratta di un meschino tentativo del governo di Bashir e del National Congress Party di screditare il movimento, mettendo a rischio la vita dei cittadini sudanesi ancora nel Paese.
“Semmai fosse confermata la presenza di nostri connazionali tra i mercenari che stanno operando in Libia – ha concluso Al Gasim – non si tratterebbe certo di darfuriani, ma di sudanesi filoarabi in gran parte appartenenti alle milizie governative che hanno distrutto i nostri villaggi e ucciso le nostre famiglie, i janjaweed”.

Roma, 24 febbraio 2011

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martedì, settembre 07, 2010

A cinque mesi dal referendum in Sud Sudan, esce "Renewing the Pledge", il nuovo dossier in italiano co-prodotto da Italians for Darfur



disegno di Emilio Caccaman,
siciliano, editore e disegnatore di fumetti,
che da anni sostiene la campagna per i diritti umani in Darfur
(clicca sull'immagine per vederla a migliore risoluzione).


A cinque mesi dal referendum sull'indipendenza del Sudan, il Sudan è drammaticamente impreparato all'evento, secondo quanto emerge dal nuovo rapporto pubblicato da una coalizione internazionale di 26 organizzazioni umanitarie e sui diritti umani, tra cui, per l’Italia, Italians for Darfur Onlus.

Sul sito è ora disponibile l'edizione in Italiano dello stesso, grazie ai bloggers della rete di supporto all'associazione, ed è scaricabile all'indirizzo "Renewing the pledge"

Il rapporto chiede un'azione urgente dei capi di Stato africani che si sono riuniti in uno dei più importanti summit dell'Unione Africana in Uganda, dal 19 al 27 luglio scorso.
Nel nuovo rapporto unificato Renewing the Pledge: Re-Engaging the Guarantors to the Sudanese Comprehensive Peace Agreement, la coalizione internazionale avverte: “Le lancette battono velocemente verso quello che potrebbe essere il più importante appuntamento nella storia moderna del Sudan – due referendum in Sudan che potrebbero sfociare nella rottura del più grande stato africano.” In aggiunta al referendum sull'indipendenza del Sud, un altra votazione avrà luogo simultaneamente nell'area di Abyei, per determinare se unirsi o meno al Sud Sudan.

LINK: scarica il dossier in italiano "Renewing the pledge", un'altra iniziativa della campagna internazionale SUDAN365.


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giovedì, febbraio 25, 2010

Rapporto Darfur 2009/2010

LA CRISI UMANITARIA IN ATTO

A sette anni dall’inizio del conflitto in Darfur le stime Onu parlano di vittime comprese tra le 200 e le 300mila (400mila per le organizzazioni umanitarie non governative) e di 2.8 milioni di sfollati. Il coordinamento degli aiuti umanitari è affidato ad Ocha, agenzia delle Nazioni Unite. Attualmente sono presenti 80 organizzazioni (dato post espulsione, marzo 2008, di 13 tra le più importanti Ong internazionali presenti nell’area) e circa 16mila operatori (in maggioranza sudanesi).
Nel 2009 altre 180mila persone hanno lasciato i propri villaggi per chiedere assistenza nei campi profughi.
Nell’ultimo anno si è registrato un peggioramento della qualità della vita nei centri di accoglienza. L’esistenza di centinaia di migliaia di profughi, per lo più donne e bambini, e costantemente a rischio in tutto il Darfur.
Le minacce continuano ad essere molteplici: risorse idriche e alimentari insufficienti, condizioni igienico sanitarie pressoché inesistenti e controlli per la sicurezza inefficaci. La missione di peacekeeping non è ancora totalmente dispiegata e le sue funzioni si rivelano inadeguate, esponendo lo stesso personale Onu ad elevati rischi. Dall'inizio della missione ad oggi (approvata a luglio 2007, ma operativa dal gennaio 2008) le vittime tra i caschi blu sono state 55, di cui 7 negli ultimi due mesi (dati UN come da scheda allegata). Numerosi anche i rapimenti di operatori umanitari, poi rilasciati. Rimane tutt'ora sotto sequestro un operatore della Croce rossa internazionale rapito ad El Geneina lo scorso ottobre.
La mortalità continua a essere molto alta anche se l’età media di aspettativa di vita è passata dai 35 ai 40 anni. Invariati i dati relativi alla mortalità tra i bambini, la maggioranza non supera i cinque anni. Ne muoiono di fame o di malattie 75 al giorno (dati Unicef).
II problema della malnutrizione e della mancanza d'acqua rimane prioritario. Non piove da troppo tempo, in particolare nel Nord Darfur e nonostante la produzione di cereali e segale in Sudan sia tra le prime al mondo, le periferie soffrono la fame quotidianamente. Il Consiglio del Nord Darfur, nel giorno in cui nel resto del mondo si celebrava il Natale, ha lanciato l'allarme carestia per i prossimi mesi e ha chiesto al governo sudanese di intervenire con urgenza per scongiurare l'esasperarsi della situazione che causa spesso episodi di violenza, a volte con morti e feriti come è avvenuto nel campo profughi di Um Shalya, dove il razionamento del sorgo, principale alimento di base, ha scatenato un pesante scontro in cui un uomo ha perso la vita e sei sono rimasti feriti.
I profughi del Darfur e del Sud Sudan dipendono dalle donazioni di cibo delle organizzazioni governative e non governative impegnate sul territorio sudanese, che da molti mesi si muovono con difficoltà, tra agguati ai convogli e mancanza di fondi, come denunciato più volte dal Programma Alimentare Mondiale.
Il Sudan è uno dei più importanti Paesi esportatori di grano e sorgo, ma allo stesso tempo riceve enormi quantità di cibo gratuito, lo stesso che produce per l'esportazione. Secondo le Nazioni Unite, i soli Stati Uniti hanno donato ben 283.000 tonnellate di sorgo nel 2009, lo stesso quantitativo che Khartoum ha venduto all'estero.

SITUAZIONE POST ESPULSIONE DEL MARZO 2008

Nonostante gli sforzi significativi compiuti dalle Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie rimaste sul campo per colmare le lacune generate dall’espulsione di 13 Ong - tra cui Oxfam, Save the Children e due sezioni di Medici senza frontiere - la crisi umanitaria si è aggravata. Le soluzioni tampone, e non di lungo termine, individuate dal governo sudanese e da Ocha non sono risultate risolutive. Le attività precedentemente svolte dalle organizzazioni cacciate, quali gestione tecnica, coordinamento, amministrazione e reperimento dei fondi sono state assegnate a organizzazioni locali che non hanno garantito lo standard precedente.I fondi esistenti per i pezzi di ricambio e il combustibile per le pompe ad acqua si sono praticamente dimezzati e le attrezzature sanitarie hanno copntinuo bisogno di manutenzione per impedire il propagarsi di malattie.In tutti i settori sono venute meno competenze in materie come valutazioni tecniche, progettazione, definizione e attuazione dei programmi, e la qualità dell’attività umanitaria, anche se assunte dalle ONG nazionali, ne ha ampiamente risentito . Ostacoli amministrativi, quali la mancanza di permessi di viaggio e di accordi tecnici, hanno precluso il lavoro di molti operatori e l’arrivo di aiuti destinati ai campi profughi. L’assistenza è ridotta in tutti i settori e le risorse disponibili limitate. La sanità è quello che registra la maggiore criticità ed è considerato addirittura cronico dagli operatori umanitari sul campo. Molti presidi di assistenza di primo livello sono stati chiusi e i progetti di sostegno psicologico a donne e bambini traumatizzati sospesi. La scolarizzazione è ancora molto bassa. Si riesce a garantire istruzione solo al 65% della popolazione in età scolastica, che ha accesso a strutture di educazione primaria. La protezione e la sicurezza sono del tutto inadeguati. Continuano a registrarsi attacchi ai villaggi, sia del Nord sia del Sud Darfur, e le donne che vanno a raccogliere legna da ardere fuori dai campi sono ancora vittime di rapimenti e violenza sessuale.

RESOCONTO ULTIMA MISSIONE IN SUDAN (OTTOBRE 2009i

Nell’ottobre 2009 'Italians for Darfur' ha partecipato a una missione in Sudan (la seconda in due anni) organizzata e promossa insieme all’Intergruppo parlamentare Italia - Darfur presieduto dall’onorevole Gianni Vernetti.
Rispetto al 2007 - quando insieme a una delegazione della Commissione Esteri della Camera avevamo visitato ‘Al Salam Camp’, nord Darfur - a ‘Zam Zam camp (oltre 100mila presenze) il più grande insediamento di Al Fasher, non abbiamo trovato una situazione alimentare al tracollo, ma l'espulsione delle 13 organizzazioni internazionali ha pesato molto anche su quest’area.
Il dramma che si vive qui è lo stesso di tanti altri centri di accoglienza: poca acqua, cibo appena sufficiente, rifugi di fortuna e tutt’intorno il nulla. La sintesi dell’appello di aiuto che abbiamo raccolto dagli interlocutori che abbiamo incontrato è lo stesso per tutti: abbiamo bisogno di aiuto più di prima. Un'invocazione che si legge sul volto delle donne e degli uomini assiepati nell’accampamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza. E invece non è così.
Una situazione disperata, che coinvolge sempre più persone inermi, ataviche, prive di ogni interesse per la vita, che ormai chiedono elemosina per inerzia (aspetto paradossale di questa tragedia nella tragedia) anche se nel campo non dovrebbe mancargli nulla.
Il ridimensionamento delle organizzazioni sul posto ha prodotto una drastica riduzione delle attività di assistenza umanitaria. A livello politico, il governo sudanese non è stato in grado in questi ultimi mesi di avviare un serio dialogo con le parti coinvolte nel conflitto tutt’ora in corso nonostante ad agosto sembrava notevolmente ridimensionato. Valutazione mai più fallace.
Diversi gruppi della guerriglia hanno ancora una buona capacità operativa in Darfur e più che un conflitto "concluso" come tende a considerare Khartoum, agli osservatori esterni appare per lo più un conflitto soltanto "congelato" e in grado di riesplodere in qualunque momento.
La situazione della sicurezza, per quanto non si assista più ad un dilagare della violenza come negli scorsi anni, è ancora tale da non permettere un vero rientro della popolazione darfuriana nei propri villaggi.
Anche se con minore intensità, proseguono purtroppo gli episodi di stupri e di attacchi ai villaggi in cui si rifugiano i ribelli. Tutto ciò determina ancora fughe di masse verso i centri di accoglienza dell’Onu.
Lo stesso campo di Zam Zam, è quasi raddoppiato di dimensioni nell'ultimo anno con l'arrivo di oltre 40.000 nuovi profughi. Il rischio per tutta l’area è che la situazione si cronicizzi.
Il Darfur rischia poi di essere sostanzialmente escluso dal processo elettorale, frutto degli accordi con i gruppi politici del Sud Sudan. (Elezioni ad Aprile del 2010 e Referendum sulla possibile secessione del Sud nel gennaio 2011).
La Missione UNAMID, necessita ancora di un invio di ulteriori contingenti di peacekeepers per raggiungere il 100% degli effettivi e soprattutto necessita ancora di una dotazione tecnica (elicotteri per il trasporto truppe e per la prevenzione) in grado di renderla veramente efficace.

LE TENSIONI IN SUD SUDAN

Il nuovo anno è iniziato con una grande mobilitazione internazionale per il Sudan (Italians for Darfur è tra le organizzazioni promotrici di ‘Sudan365 – A BEAT FOR PEACE’, campagna per chiedere il mantenimento della pace tra Nord e Sud Sudan e il rispetto del CPA - Comprehensive Peace Agreement - testimonial per l'Italia il percussionista Tony Esposito) ma anche con continue violazioni dei diritti umani e scontri fra fazioni contrapposte.
Il Governo sudanese continua a negare le autorizzazioni a qualsiasi manifestazione di piazza. La giustificazione avanzata dal portavoce del presidente Omar Hassan al Bashir, ovvero che le precarie condizioni di sicurezza in cui versa il Paese sarebbero incompatibili con dimostrazioni e cortei pubblici, non ha convinto gli oppositori che continuano a chiedere di poter esercitare il diritto ad esprimere le proprie opinioni.
Dilagano inoltre i conflitti armati, tra le varie etnie, che coinvolgono civili: nell'ultimo semestre sono state di più le vittime nelle aree di confine fra e Nord e Sud Sudan che in Darfur. I dati più recenti forniti dalla Community Security and Arms Control in Southern Sudan sono quelli relativi alle vittime delle violenze nello stato di Jonglei, uno dei più colpiti dalle scorribande e dagli scontri tribali in Sud Sudan. Sono almeno 1800 i morti, 340 i bambini rapiti, 280 i feriti, 847.000 i capi di bestiame rubati negli ultimi sei mesi del 2009.
Sotto l'aspetto umanitario, il World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite ha fatto sapere che il numero delle persone dipendenti dagli aiuti alimentari internazionali è cresciuto in Sud Sudan di ben quattro volte nell'ultimo anno, passando da 1 milione di persone a 4,3 milioni, a causa di conflitti e siccità.
Circa 50,000 tonnellate di sorgo e alimenti di origine vegetale verranno dislocati in Sud Sudan e si aggiungeranno alle derrate già in distribuzione in tutto il Sudan, come in Darfur, per sostenere oltre 11 milioni di persone non autosufficienti, nell'ambito di uno dei più grandi progetti di 'food assistance' realizzati al mondo. E le previsioni dicono che la crisi alimentare, in particolare nel Darfur occidentale, peggiorerà ulteriormente. Un sacco di sorgo, uno dei cereali più usati nella dieta sudanese, ha superato recentemente i 200 Pounds sudanesi, equivalenti a 80 dollari.
Le tensioni sociali e politiche sono sempre più alte e il 2010, con la data del voto alle porte, non promette niente di buono.
Da qui alle elezioni di aprile ed al referendum del 2011 gli osservatori prevedono un aumento delle violenze e dell'intensità del conflitto in quest'area del Paese.
Tutti gli analisti ritengono inevitabile la vittoria del si al referendum sull'indipendenza del Sud Sudan, con la nascita conseguente di uno stato indipendente nel gennaio 2011.
Sembra, infine, ripresa la persecuzione delle comunità cristiane del Sud, alla luce dei recenti episodi di violenza che hanno coinvolto missionari e sacerdoti.


IL CONFLITTO

Le prime fasi

Il conflitto nel Darfur è conosciuto a livello internazionale a partire dal 2003, quando le forze ribelli che raccolgono le tensioni presenti all’interno delle comunità africane, reagiscono agli attacchi condotti dai famigerati janjaweed (i “diavoli a cavallo”), gruppi organizzati, politicizzati e militarizzati nei quali vengono reclutate persone con una specificità etnica (le popolazioni arabe nomadi), che agiscono con l’appoggio del governo di Khartoum. Per la verità il conflitto inizia molto prima, quando, a partire dalla fine degli anni ’80, i tradizionali contrasti tra comunità africane, legate ad un’economia agricola e stanziale e le tribù di origine araba, dedite invece alla pastorizia ed al nomadismo, crescono in seguito all’affermarsi dell’arabismo, ideologia razzista che esalta la nazione araba a scapito delle comunità africane. Per reazione alle continue discriminazioni, vissute a tutti i livelli e ai sempre più numerosi attacchi da parte delle milizie arabe, le comunità non arabe riscoprono la loro “africanità” (oltre ai i Fur, l’etnia più numerosa, che da il nome all’intera regione, anche gli Zaghawa e i Masalit) e, nel 2000, è pubblicato il “Libro Nero”, da parte di un gruppo di 25 esponenti che si auto-definiscono “I ricercatori della verità e della giustizia”. Lo shock non riguarda tanto i contenuti del libro (che non sono una novità in assoluto), quanto il fatto che con esso è stato infranto un tabù; infatti, prima di allora, nessuno aveva avuto il coraggio di rendere espliciti argomenti comunque ben conosciuti.
Nel febbraio 2003 i movimenti di opposizione compiono una serie di attacchi a stazioni di polizia, caserme e convogli militari. I ribelli sono organizzati soprattutto in due movimenti: il Sudan Liberation Army/Movement (SLA/M), la cui unità appare, ben presto, compromessa in seguito ai contrasti tra Abdel Wahid, la guida politica del movimento, di etnia Fur e Minni Minawi, uno dei capi militari più importanti, di etnia Zaghawa; il Justice and Equality Movement (JEM), il cui leader Khalil Ibrahim e legato ad Hassan al-Turabi, già ideologo del governo islamico del presidente al-Bashir. In seguito alla ribellione, il governo di Khartoum, nelle mani del National Congress Party (NCP), ritenendo di essere in grado di risolvere la situazione, inizia la controffensiva, anche grazie al supporto delle milizie dei janjaweed, diventate nel frattempo vere e proprie forze di combattimento para-militari.

Il Darfur Peace Agreement

Gli scontri si alternano ai tentativi di risolvere il conflitto tramite il negoziato, con iniziative a carattere locale ed internazionale, avvenute sotto l’egida di alcuni paesi limitrofi (soprattutto Chad e Libia) e dell’Unione Africana (UA), la cui iniziativa diplomatica si svolge in parallelo rispetto alla missione militare; la missione diplomatica dell’UA porta, nel biennio 2004 – 2006, a sette diversi round di colloqui, soprattutto ad Abuja (Nigeria). I tentativi negoziali sono caratterizzati in maniera negativa da: divisioni all’interno dei movimenti di opposizione (in seguito ai contrasti sulla leadership tra militari e politici e tra capi delle “vecchie” e “nuove” generazioni); mancanza di competenze negoziali specifiche da parte delle delegazioni (i movimenti ribelli non definiscono una piattaforma comune); atteggiamento intransigente di Khartoum (che preferisce ottenere una vittoria militare contro i ribelli piuttosto che dialogare con loro); infine, la stessa mediazione dell’UA (che non agisce come terzo neutrale e imparziale, facendo pressioni sulle forze ribelli affinché accettino la bozza di accordo). Nel maggio 2006 si arriva alla firma del Darfur Peace Agreement (DPA), sottoscritto dal governo di Khartoum e da una delle fazioni dello SLA/M, quella di Minawi, che in virtù di tale accordo entra a far parte del governo di unità nazionale, ottenendo per sé la carica di Senior Assistant del Presidente Bashir, la quarta carica dello stato. Purtroppo, il DPA si dimostra del tutto inefficiente e finisce per peggiorare la situazione, anche perchè, non è sottoscritto da gran parte delle fazioni dello SLA/M, dal JEM e da altre forze significative nella regione, che ritengono insufficienti le misure per la condivisione del potere a livello locale e per la sicurezza nella regione e non adeguati i meccanismi di compensazione per le vittime del conflitto. Con l’importante eccezione di Wahid, quasi tutte le forze contrarie al DPA si riuniscono nel National Redemption Front (NRF), contro cui, a partire dal mese di settembre 2006, il governo di Khartoum inizia una offensiva militare, a cui sono associati i sempre più frequenti attacchi da parte delle milizie dei janjaweed. Successivamente sorgono contrasti anche all’interno del NRF, per cui il fronte dei movimenti di opposizione appare fortemente diviso al suo interno. Inoltre negli ultimi tre anni, si registrano importanti divisioni sia all’interno dello SLA/M che nel JEM, oltre a defezioni anche all’interno della fazione di Minawi. Lo scorso anni un funzionario ONU ha dichiarato che il quadro dei movimenti di opposizione è ormai talmente complicato che per costituire un gruppo autonomo bastano “trenta uomini e una jeep”.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Le accuse a Bashir di genocidio e crimini contro l’umanità

Nel luglio 2008 il Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI, attivata nel marzo 2005 con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1593) Luis Moreno Ocampo accusa il Presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir di genocidio e crimini di guerra, chiedendo il mandato d’arresto alla Camera della Corte. Secondo le prove raccolte il presidente sudanese avrebbe diretto e applicato un piano per distruggere in modo sostanziale i gruppi africani Fur, Zaghawa e Masalit sulla base della loro etnia. «Per cinque anni - è l'accusa lanciata dall'alto magistrato - le forze armate e la milizia janjaweed, sotto gli ordini di Bashir, hanno attaccato e distrutto villaggi. Poi attaccavano i sopravvissuti nel deserto. Quelli che raggiungevano i campi erano soggetti a condizioni messe in atto in modo calcolato allo scopo di distruggerli». Secondo Ocampo «i suoi motivi erano largamente politici, il suo alibi è stata l'insurrezione, il suo intento è stato il genocidio». Le “forze e gli agenti” che agivano sotto il controllo di Bashir hanno ucciso almeno 35.000 civili e causato la morte di un numero di persone compreso tra 80.000 e 265.000 che sono state sradicate dalle loro case. In seguito alla richiesta di Ocampo, inizia un acceso dibattito nella comunità internazionale, divisa al suo interno tra due diverse priorità: fare giustizia o favorire il processo di pace attraverso una larga azione diplomatica. Il 4 marzo 2009, la Corte Penale Internazionale si è pronunciata sulla richiesta di arresto per Bashir. presentata da Ocampo, emettendo un mandato di cattura per crimini di guerra e crimini contro l'umanità a carico del presidente sudanese. Escluso il genocidio. Ma nelle ultime settimane i giudici d'appello dell'Aja hanno annullato la decisione della Prima Camera di non incriminarlo di quel reato per insufficienza di prove rinviando gli atti alla Corte.I giudici dovranno ora stabilire se aggiungere il reato di genocidio alle accuse, che già includono sette capi d'imputazione tra i quali omicidio, sterminio, tortura e stupro. L'annullamento della decisione è stato motivato da un "errore giudiziario".

Gli scontri di Jebel Marra

Jebel Marra, controllata dal Sudan liberation army, è attualmente l'area più contesa del Darfur. I villaggi intorno alla cittadina settentrionale della regione sono interessata da frequenti attacchi e bombardamenti da parte dell'esercito sudanese. Anche nelle ultime settimane i ribelli dello SLA di Abdel W. Al-Nur hanno denunciato i raid sulle loro postazioni ma anche su insediamenti popolati da civili. Le perdite sarebbero state un centinaio da fine dicembre ad oggi. Uno dei più cruenti si è rivelato l'episodio del 16 gennaio a Souk Fruk: l'aviazione e l'esercito sudanese, con 200 veicoli carichi di soldati e miliziani, hanno sferrato un pesante attacco, causando la morte di decine di ribelli ma anche una ventina tra donne ebamnini che si trovavano al mercato generale della zona.

Gli accordi e gli sviluppi dei colloqui di pace di Doha e N'Djamena

A partire dal maggio 2006 (data del DPA), si succedono sul campo diversi tentativi di mediazione per arrivare a un accordo: dapprima l’iniziativa congiunta ONU/UA per il dialogo tra governo di Khartoum e movimenti di opposizione; poi il tentativo del Sudan People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A, movimento di opposizione del Sudan meridionale e protagonista degli accordi del gennaio 2005 che ha posto fine a oltre 20 anni di guerra civile e ha portato il movimento all’interno del governo di unità nazionale), per la ripresa del dialogo all’interno dei diversi movimenti di opposizione; ancora l’iniziativa del mediatore dell’UA Djibril Bassolè per favorire il raggiungimento di una posizione comune tra le diverse fazioni; infine l’iniziativa promossa dal Qatar. Quest’ultima, ha permesso di arrivare pochi giorni fa (17 febbraio), alla firma un accordo tra il JEM e il governo di Khartoum, che prepara il terreno a dialoghi successivi per porre fine al conflitto. All'avvio dei dialoghi tra le parti, oltre al Qatar, hanno partecipato anche l’ONU, l'UA e la Lega Araba, che hanno sottolineato che le discussioni sono solo preliminari e preparatorie per aprire la strada ad un più ampio processo di pace nel Darfur. La notizia è certamente positiva, anche se esistono forti perplessità perché l’accordo sembra essere soprattutto il riflesso di una temporanea confluenza di interessi tra il governo, il JEM e la Lega Araba, ciascuno dei quali ottiene importanti vantaggi dall’accordo. Il JEM perché tramite esso si vuole proporre come principale interlocutore politico, oltre che militare, nella regione; il governo (soprattutto il presidente Bashir) perché spera così di recuperare la sua immagine sul piano internazionale (anche perché “invitato” da alcuni paesi, es. Francia, a fare di più sul piano diplomatico); infine la Lega Araba, che si pone come “sponda” privilegiata nel processo di pace. Gli ultimi sviluppi sono stati annunciati lo scorso 20 febbraio: il governo sudanese e il Jem hanno firmato un accordo a N'Djamena, che prevede il 'cessate il fuoco' da entrambe le parti e la cancellazione di un centinaio di condanne a morte emesse nei confronti dei ribelli che avevano partecipato all'attacco alle porte di Khartoum nel 2008.E' stata inoltre confermata la conferenza in Egitto del prossimo 21 marzo per la ricostruzione del Darfur come annunciato dal ministero degli esteri egiziano.

LA MISSIONE DI PACE ONU-UNIONE AFRICANA (UNAMID)

Il 31 luglio 2007 il Consiglio di Sicurezza ONU approva all’unanimità la risoluzione 1769, che sancisce l’avvio della missione UNAMID (African Union – United Nations Hybrid Operation in Darfur), la più ampia forza di peacekeeping multilaterale mai dispiegata, con oltre 31.000 uomini tra militari (circa 20.000), polizia (circa 4.000) e personale civile. Dopo un primo anno caratterizzato soprattutto da ombre, il 31 luglio scorso (risoluzione 1828), la missione è rinnovata per un altro anno, con la clamorosa astensione degli Stati Uniti. La missione si trova in una situazione di grande difficoltà, soprattutto per la mancanza di collaborazione di Khartoum. La risoluzione 1769 prevedeva il dislocamento completo della forza di peacekeeping entro il 31 dicembre 2007: alla fine del 2008 non erano presenti più di 10.300 uomini (circa un terzo rispetto a quelli previsti in origine), considerati poco più del minimo necessario, e si prevede che entro il 2009 saliranno ad 11.000 .
L’UNAMID inoltre non ha risorse logistiche e finanziarie sufficienti, con lacune anche nel supporto di base; i militari hanno difficoltà a essere pagati e, in qualche caso, dato che gli “elmetti blu” non sono in numero sufficiente, addirittura sono costretti ad indossare sopra l’elmetto buste di plastica di colore blu. In particolare, è considerata molto grave la mancanza di elicotteri, essenziali per operare in maniera efficace e reagire con prontezza in una regione grande come la Francia. L’Italia è fra i pochi paesi che hanno accolto gli inviti da parte di diverse organizzazioni internazionali (e della stessa ONU) e, nell’ambito del recente decreto di proroga per le missioni internazionali, ha messo a disposizione dell’UNAMID due velivoli per il trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per un periodo di sei mesi (dal gennaio al giugno 2010). Tuttavia, le esigenze della missione sono ancora ben lungi dall’essere soddisfatte, visto che avrebbe bisogno anche di garantire il flusso costante di materiali ed equipaggiamento tra Port Sudan e il Darfur, di mezzi di trasporto (soprattutto camion), di un’unità per la ricognizione aerea, di un’unità logistica poli-funzionale e di un numero sufficiente di personale tecnico aggiuntivo (soprattutto ingegneri). Nonostante recentemente siano stati forniti dall'Etiopia cinque elicotteri da perlustrazione a lungo raggio e da difesa, continuano a susseguirsi attacchi da parte di bande armate. L'ultimo episodio è avvenuto lo scorso 17 febbraio. Una pattuglia è stata assalita da elementi non identificati sulla strada di ritorno a Nyala dopo la missione in un accampamento di profughi nel Sud Darfur. Degli 8 peacekeeper nello scontro a fuoco 7 sono stati feriti, in questa occasione nessuno mortalmente.

LA CAMPAGNA ISTITUZIONALE DI ITALIANS FOR DARFUR

Il costante impegno e il fermento delle azioni dell’associazione – tra cui tre Global Day e due eventi - hanno permesso a ‘Italians for Darfur’ di accreditarsi da subito presso le Istituzioni e i mezzi di informazione. Dal 2006 sono stati presentati numerosi atti di indirizzo parlamentare dai deputati e dai senatori che sostengono la campagna del movimento per il Darfur. Tra i più importanti la mozione bipartisan del marzo 2007 - approvata all’unanimità in Senato e che impegnava il governo ad affrontare in sede di Consiglio di sicurezza dell' Onu la questione Darfur e a promuovere in tutte le sedi internazionali competenti iniziative appropriate a far sì che cessassero le gravissime violazioni dei diritti umani in Sudan - e l’ordine del giorno del novembre 2008 - con primo firmatario l’onorevole Gianni Vernetti e sottoscritto anche da esponenti della maggioranza - che impegnava il governo a reperire le risorse per dare sostegno alla missione Unamid dispiegata in Darfur. Da questi atti sono scaturiti provvedimenti concreti quali la disposizione in Finanziaria 2007 (Governo Prodi) di un finanziamento di 40 milioni di euro per l’emergenza in Darfur e in Somalia e l’approvazione, nel gennaio 2009, del decreto di rifinanziamento delle missioni italiane all’estero che prevede l’invio di due velivoli e un contingente di circa 250 militari in Darfur (Governo Berlusconi). Italians for Darfur è stata, inoltre, promotrice di una missione in Darfur (luglio 2007 Commissione Esteri Camera dei Deputati) e di tre audizioni parlamentari (207, 2008, 2009) presso il Comitato parlamentare per i diritti umani. Nel 2008 Italians for Darfur ha presentato alla Camera dei Deputati il Dossier sull’Unamid che segnalava le carenze della missione Onu-UA.
Nel 2009, grazie all'interesse del senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione per i diritti umani del Senato, è stato presentato e approvato dal governo un ordine del giorno, promosso dalla nostra associazione, che chiedeva il rifinanziamento della missione italiana a sostegno della forza di peacekeeping in Darfur (già previsto nel decreto di finanziamento delle missioni dell'anno precedente) per un impegno economico di 6 milioni di euro e due velivoli da destinare a Unamid.
L'ultima campagna istituzionale e mediatica ha visto impegnata 'Italians for Darfur' nella raccolta di firme per la petizione che chiedeva la sospensione della pena di morte per sei bambini soldato, che ha ricevuto decine di migliaia di sottoscrizioni. Il Governo sudanese ha risposto all'appello assicurando che i bambini condannati non saranno giustiziati.

LA CAMPAGNA ON-LINE

“L’ottima presenza su Internet del movimento è anche data dalla necessità di compensare attraverso la Rete, la scarsa presenza, sulle televisioni nazionali, di notizie sul conflitto nel Darfur”
Terzo Settore n°10, Il Sole 24 Ore

La campagna on-line di Italians for Darfur

La scommessa di Italians for Darfur è stata sin dagli inizi l’uso della rete quale strumento di amplificazione dell’informazione e di aggregazione sociale affinché si costituisse anche on-line un vero e proprio movimento a favore di una maggiore copertura mediatica della crisi umanitaria in Sudan. Diversamente da altre associazioni ed organizzazioni, per le quali, soprattutto nel panorama italiano, internet resta una vetrina della struttura e delle attività esterne alla rete, Italians for Darfur ha ritenuto da subito che Internet, indipendente dai tradizionali media ma non ancora alternativo a questi in termini di accessibilità e penetrazione, esprima potenzialità comunicative finora inattese di riverberazione dell’ informazione, della cui qualità continuano ad essere garanti i professionisti del settore: è quindi attiva, dal 2006, una campagna on-line che fa leva sulla partecipazione degli utenti dei blog e dei principali social network italiani e internazionali, quali Facebook, Myspace, Flickr, Youtube, senza dimenticare le esperienze di citizen journalism grazie a collaborazioni con siti e servizi del settore, per chiedere ai media mainstream italiani una maggiore copertura della crisi in Darfur e nelle altre regioni del mondo dimenticate.
Il blog ufficiale del movimento, denominato Italian Blogs for Darfur, è il corpo centrale della campagna, recensito anche dalla rivista Terzo Settore del Sole 24 Ore e ospitato più volte al salone PiùBlog della Fiera di Roma.
Nel solo 2008 ha registrato oltre 17.000 visite, non poche considerato il tema purtroppo non così popolare, delle quali ben il 34% provenienti da collegamenti esterni da altri siti e blog associati, a riprova della rete in questi anni formatasi in maniera trasversale attraverso tutta la comunità on-line non solo italiana ma anche internazionale, grazie alla partecipazione a simili campagne nel resto del mondo e collaborazioni con blogger sudanesi; è significativo il fatto che nel 2008 il blog sia stato visitato 63 volte anche in Sudan, dal quale riceviamo testimonianze di operatori umanitari che prestano servizio nel Paese. Sempre in Sudan, Italian Blogs for Darfur è risultato essere tra i primi 13 blog visitati dalla community online sudanese secondo la classifica stilata dalla stessa blogosfera sudanese del Sudan’s Daily Voices.
La bloglist ufficiale consta di oltre 100 bloggers registrati, che espongono nella loro homepage i banner di Italian Blogs for Darfur e ne riprendono i contenuti. A partire dal 2009, è inoltre attiva, anche su Facebook, oltre al gruppo e a pagine dedicate, una applicazione sviluppata in ambiente FBML con pagine informative e l’immancabile appello per una maggiore qualità dell‘informazione sulla crisi in Darfur. Nel giro di poche settimane l’applicazione è stata aggiunta da oltre 2500 persone. Molta importanza è stata data anche alle collaborazioni con il mondo della musica on-line, tra le quali quella con i Negramaro, che nel 2008 hanno sponsorizzato la campagna on-line di Italians for Darfur nel loro spazio Myspace, producendo un clip video per la giustizia in Darfur proiettato anche prima del loro concerto a San Siro, Milano, nrl 2009.

Il Darfur in rete

Contrariamente a quanto accade nei principali telegiornali italiani, nei quali, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio di Pavia per Medici senza Frontiere, il Darfur occupa solamente poco più di un’ora all’anno di notizie, gli utenti della rete hanno la possibilità di seguire con continuità l’evolversi della crisi umanitaria in Darfur, soprattutto grazie all’accessibilità di aggregatori di notizie ed edizioni telematiche dei principali quotidiani esteri. Scarsa è invece la copertura del conflitto nelle agenzia di stampa italiane in rete, nelle quali viene confermata la tendenza a preferire comunicati o iniziative pubbliche di sensibilizzazione di noti personaggi dello spettacolo, soprattutto se hollywoodiani, o di avvenimenti comunque riconducibili alla realtà politica italiana, piuttosto che gli stessi tragici sviluppi del conflitto in Darfur.
E’ risultata essere di particolare impatto, anche alla luce di queste considerazioni, la diffusione della canzone Living Darfur dei Mattafix, che pur essendo stata prodotta nel 2007, è stata ripresa da tantissimi utenti della blogosfera italiana anche nel 2008. In definitiva, mentre la rete anglofona dimostra una maggiore attenzione alla crisi, in Italia le iniziative on-line di Italians for Darfur restano l’unica realtà strutturata di promozione e sensibilizzazione della community on-line sui diritti umani in Darfur. L'ultima campagna sviluppatasi grazie alla rete è stata la raccolta delle firme per la petizione che chiedeva la sospensione della pena di morte per sei bambini soldato del Darfur. In meno di tre mesi sono state raccolte circa 15mila firme.

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domenica, gennaio 10, 2010

Agire ora per la pace. Un dossier ne svela i perchè.

Non a caso, il 7 gennaio scorso, mentre veniva presentato alla stampa il nuovo dossier di 10 ONG internazionali sul Sud Sudan "Rescuing the Peace in Southern Sudan", nella stessa regione venivano uccisi almeno 140 civili e feriti altri 90.
Lo rivelano fonti delle Nazioni Unite, che la settimana scorsa hanno sorvolato l'area del Wunchai provincia di Warrap, Sud Sudan.
Sempre la settimana scorsa, riprendevano i bombardamenti degli Antonov governativi nel Darfur occidentale, causando la morte anche di tre bambini e due donne, secondo quanto riferito dai ribelli Jem dell'area al Sudan Tribune.
Occore agire ora, chiedono le associazioni per i diritti umani di tutto il mondo, per garantire un pieno sviluppo della democrazia in Sudan, dilaniato da conflitti che sembrano non avere fine, in Darfur come in Sud Sudan, dove i prossimi appuntamenti elettorali rischiano, con le condizioni socio-politiche attuali, di innescare una nuova guerra civile.

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martedì, giugno 16, 2009

Continuano i bombardamenti aerei in Darfur

Non si arrestano le violenze e le uccisioni su larga scala in Sudan, dal Sud Sudan al Darfur. A denunciarlo in un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, giovedì scorso, è Sina Samar, inviato speciale dell' ONU per i diritti umani in Sudan.

Nel periodo da Agosto ai primi di Giugno di quest'anno, numerosi bombardamenti hanno colpito la regione del Darfur, come i centri di Umm Sauunna, 24 km a ovest di Haskanita, e Shawa, a sud di El Fasher, spesso in maniera indiscriminata, senza alcuna distinzione tra postazioni ribelli, dimore private e strutture di accoglienza.

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lunedì, maggio 18, 2009

Si aggrava la situazione umanitaria nel Darfur dopo l espulsione delle 13 ONG straniere

I nuovi dati sulle condizioni sanitarie degli sfollati mettono in luce la crisi del sistema assistenziale dopo l’espulsione di 13 ONG straniere e di tre organizzazioni locali.

Il 12 maggio scorso all’Università di Sassari, insieme alla testimonianza del rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia Suliman Ahmed, Italians for Darfur ha presentato agli studenti i più recenti dati delle agenzie delle Nazioni Unite, OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), WFP (World Food Programme) e WHO (World Health Organization), e delle maggiori ONG internazionali, come la statunitense USAID l’agenzia governativa per lo sviluppo internazionale, sulla crisi del Darfur, dai quali si evince l’aggravarsi della già drammatica situazione umanitaria nella immensa regione del Sudan. Se, infatti, John Holmes, coordinatore degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, riconosceva il 7 maggio scorso che i combattimenti in Darfur stanno diminuendo, allo stesso tempo denunciava il disfacimento del complesso sistema di aiuti umanitari nella regione, che garantiva, fino al 2008, assistenza a tre milioni e settecento mila persone ogni mese. Attualmente, dopo l’espulsione di 13 ONG straniere e il blocco di altre tre ONG sudanesi nel marzo scorso, circa un milione di persone rischia la sopravvivenza con l’approssimarsi della stagione delle piogge per il venire meno della loro costante presenza.

In tutto il Darfur si registrano gravi carenze nella distribuzione dell’acqua potabile e del cibo, nell’assistenza sanitaria e nella sicurezza dei campi profughi. In particolare, a subire le peggiori conseguenze ancora una volta sono donne e bambini: il capillare servizio di supporto ostetrico per giovani madri e lattanti, infatti, è andato completamente distrutto e oltre 300.000 bambini sono a rischio sopravvivenza per carenza di cibo, secondo quanto denuncia il World Food Programme. Si stima, inoltre, che circa 600.000 persone non possano più ricevere assistenza medica, proprio in un momento critico, in cui si accendono numerosi focolai di meningite e il rischio colera, con l’arrivo della stagione delle piogge da maggio a ottobre, diventa più alto. L’USAID ha registrato sino a fine aprile 182 casi di meningite nel Sud Darfur; sarebbero invece 13 nell’area di Jebel Marra (West Darfur) e 6 nel Nord Darfur i casi secondo la World Health Organization.

La situazione è resa ancora più drammatica dallo spostamento in massa dei civili in fuga dalla violenza che non si arresta: solo nel 2008, riportano i dossier dell’OCHA, si sono avuti oltre 300.000 profughi. Gli scontri di fine marzo hanno causato la fuga di 42.000 persone dal Sud al Nord Darfur, e numerosi sono anche gli spostamenti dal Nord alle altre regioni limitrofe, dopo i recenti bombardamenti di alcuni villaggi dell’area due settimane fa.

Se non si ricostituirà al più presto il complesso sistema di aiuti precedente al provvedimento del governo sudanese del marzo scorso, denuncia John Holmes, ovvero se le ONG espulse non saranno autorizzate a rientrare o non verranno sostituite da organizzazioni di pari capacità, le condizioni sanitarie ed alimentari andranno peggiorando drasticamente a partire dalle prossime settimane.

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sabato, marzo 07, 2009

On-line il nuovo rapporto 2008 di Italians for Darfur

Il rapporto 2008 sulla situazione in Darfur, presentato da Italians for Darfur presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana a Roma il 26 febbraio scorso, è ora scaricabile in formato PDF.

Leggi e diffondi il documento.

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giovedì, ottobre 16, 2008

Tutto sulle armi al Sudan: dall'Italia armi per un valore di 300.000 dollari tra il 2004 e 2005

Human Rights First ha pubblicato un nuovo dossier sul commercio di armi al Sudan, il cui governo si è macchiato di numerosi crimini contro l'umanità nel corso delle diverse guerre che hanno afflitto il Paese, tra cui quella in corso in Darfur da oltre cinque anni.
Le Nazioni Unite hanno imposto l'embargo delle armi al Sudan, pretendendo il controllo del rispetto del provvedimento da parte dei Paesi potenzialmente venditori e da parte dello stesso Sudan. Ma la realtà dei continui bombardamenti e attacchi che scuotono il Darfur rivela che molti Stati ancora vendono armi a Khartoum e proseguono i trasferimenti clandestini da altre regioni africane.
Tra i Paesi più coinvolti la Cina, che guida la classifica con oltre 55 milioni di dollari e l'Iran con 12 milioni di dollari di fatturato. L'Italia, si legge nel rapporto, avrebbe esportato, anche indirettamente, armi al Sudan per circa 300.000 dollari, in un periodo compreso tra il 2004 e il 2005.

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lunedì, agosto 11, 2008

"La guerra armata è l’unica arma per liberare il Darfur e tutte le altre regioni dall’oppressione della dittatura."

1.5 Guerriglia totale

di Giorgio Trombatore
(Ex-Capo progetto della Cooperazione Italiana in Darfur)

La sentinella solitamente si appostava dietro ai ruderi di un mercato totalmente distrutto nell’area di Kidingir nel massiccio centrale del Jebel Marra in Sud Darfur.
Era un giovane Fur, uno di quegli uomini senza età.
Vestito di stracci con i capelli stile Rasta e con tutto il corpo ricoperto di Jujou, una sorta di amuleto locale , stava per ore a scrutare la savana contro possibili attacchi nemici.
A tracollo portava un vecchio Kalashnikov modello cecoslovacco.
Non appena il rumore di una jeep rompeva il silenzio della savana, la sentinella sparava un colpo nel cielo .

Era l’avvertimento, la sirena dei guerriglieri.
Subito dopo a qualche centinaio di metri, i ribelli destati dal colpo di Kalashnikov della sentinella si mobilitavano per preparasi a ricevere l’arrivo di ospiti indesiderati.
Oggi pero’ è un veicolo delle Nazioni Unite che porta aiuti umanitari. I ribelli lanciano uno sguardo al veicolo e poi si ritirano nelle loro capanne.
Scampato pericolo!.

Del gruppetto dei giovani soldati rimane solo il Sultano di Kidingir .
Da anni oramai il Sultano di Kidingir è rimasto l’unica autorità politica nel Jebel Marra. Da questa zona sono scappati tutti subito dopo gli attacchi dei governativi.
Il Sultano si sistema la sua jallabiah e si reca nei pressi della scuola secondaria appena ristrutturata dalla Cooperazione Italiana sperando di ricevere doni ed aiuti dalla delegazione dell’ONU.
La sentinella accenna un saluto ai veicoli con a bordo i funzionari dell’Unicef e poi torna a mimetizzarsi dietro dei cespugli.
Sempre in allerta , i janjaweed e le loro milizie sono in zona.
Nessun dorma !

Il terrore di un attacco è palpabile, visibile soprattutto negli occhi di giovani donne che hanno abbandondato i loro villaggi in fiamme .
Del villaggio non è rimasto niente, lo sanno bene anche le sentinelle .

Il compito della sentinella è fondamentale per l’intera sicurezza del villaggio. I Fur di questa zona lo sanno bene. I guerriglieri hanno poche munizioni in dotazione, e quelle poche armi vanno gestite con sapienza e cautela.
Quando si spara si deve essere sicuri di uccidere perché i predoni non perdonano e la morte per chi sceglie la lotta armata è sempre in agguato.

Non è un crimine uccidere quando si vive in mezzo alla savana in balia di uomini armati che possono piombare in qualsiasi momento del giorno e della notte. In pochi minuti si perde tutto e perdere la vita è l’ultimo dei problemi.
Pochi attimi e ti ritrovi la casa bruciata, il bestiame rubato, magari la sorella violentata ed il padre ucciso. Ti guardi intorno e ti senti perduto.

A quel punto l’alternativa è finire in un misero campo profughi dove ogni giorno fai la fila insieme ad altri centinaia di disgraziati per ricevere dal WFP una manciata di riso.
Nel momento che entri nel campo profughi non farai altro che metterti in coda sin dalle prime ore della mattina.
Senza accorgertene vieni risucchiato dalla vita degli orari inflessibili dei campi profughi.
C’è l’ora dell’appello, c’è la giornata per il controllo dei bambini presso la tenda dell’Unicef, e poi l’ora della distribuzione alimentare. In tutto questo devi sapere evitare anche i fastidi e le minacce della polizia sudanese sempre pronta per minacciare e sfruttaren questi poveri disgraziati.
In questo disgustoso quadretto c’è chi invece sceglie di prendere un fucile e raggiungere i ribelli nelle montagne per combattere l’odiosa dittatura araba di Al Bashir.

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Io personalmente supporto questa scelta:
La guerra armata è l’unica arma per liberare il Darfur e tutte le altre regioni dall’oppressione della dittatura.
Gli attacchi contro le squadre di polizia, le incursioni nelle caserme dell’esercito sudanese e la contro-offensiva contro le milizie dei janjaweed sono l’unico rimedio a questo silenzioso massacro. Sferrare colpi su colpi e colpire le truppe sudanesi nel cuore delle loro istituzioni.

Io non credo ai tavoli ed alle trattative, credo che alle armi ed alle oppressioni bisogna rispondere con altrettanto ferocia.
A chi sferra i colpi inermi contro i civili bisogna rispondere con attacchi ben studiati.

Quando mi incontravo con i dirigenti del JEM o dello SLA continuavo a ripetere che bisognava portare la guerra in capitale.
Una guerra che si combatte a migliaia di chilometri non viene sentita ne percepita come tale da chi vive tranquillo tra le code di un supermercato o innervosito dalla mancanza di un parcheggio.
Diciamo come le stanno le cose. La guerra nei Balcani non impediva certo agli italiani di andare con tanta spensieratezza in vacanza al mare mentre aerei della Nato si alzavano in volo per bombardare la Serbia.

Per questo Sono stato positivamente colpito quando qualche mese fa ho letto della notizia che un assalto condotto dalle milizie del JEM aveva colpito l’area residenziale di Ondurman a pochi chilometri da Khartoum.
Questa è la strategia vincente!!!.

La storia ci ha insegnato che tutti i movimenti di guerriglia hanno avuto successo solo quando si è riusciti a coinvolgere anche la popolazione.
Tornando al Darfur, come sappiamo negli ultimi anni il conflitto armato ha conosciuto una crescita esponenziale delle fazioni in lotta. Nuovi gruppi , nuove sigle si sono formate ed hanno segnato la regione con nuovi e tristi accadimenti.
Ma l’origine del conflitto deve essere ricercata nella decisione da parte di un gruppo di Zagawa che anni or sono decisero di attaccare una stazione di polizia nel Sud Darfur.

Sia Benedetto quel giorno!!!

Quell’attacco segno’ l’inizio della guerriglia dello SLA. Quell’attacco poteva essere un insignificante episodio di banditismo o di delinquenza locale , ma i leader sudanesi sono riusciti a trasformarlo nel tempo in una guerriglia organizzata che avrebbe destabilizzato uno dei paesi più grandi dell’Africa.
Del resto quello che fecero in quegli anni Abdel Uahid e Minnie Mennawie fu una scelta chiara e senza ritorno, quella della lotta armata.
Quei leader africani capirono che l’unica via percorribile era quella della guerra civile.
Non nelle aule dei tribunali, non attraverso l’inchiostro dei giornali, ma con la consistenza dei proiettili sparati contro i convogli militari del governo sudanese.

La storia dei recenti conflitti mondiali è piena di azioni che hanno sconvolto la geopolitica del globo, e spesso dietro a conflitti nazionali che hanno creato migliaia di vittime ed hanno ridisegnato il quadro politico di molte nazioni c’è dietro la volontà di pochi uomini .

A Cuba Fidel Castro e Che Guevara riuscirono organizzando una guerrigilia nella selva cubana a far cadere il regime dittaoriale di Batista, in Cina Mao Zedong si libero’ dei nazionalisti di Chang Kai sheik e delle potenze straniere.
Ma è l’Africa il paese per eccellenza dove pochi uomini hanno dato vita in breve a movimenti di guerrigilia che in alcune occasioni sono riusciti a prendere il potere.

In Sudan i Dinka guidati da John Garang per decenni hanno opposto una guerriglia organizzata che alla fine ha visto riconosciuto dal governo di Omar Al Bashir il suo ruolo in una nuova società sudanese.
Ma i risultati di John Garang sono stati raggiunti solo dopo grazie ad anni di guerriglia sapientemente organizzata.
In Mozambico la Renamo di Dhaklame ha opposto negli anni novanta una fiera opposizione al governo della Frelimo sino a giungere a vedere riconosciuto la sua lotta armata con le prime libere elezioni in Moambico nel 1994.
Poi c’è il caso dell’Angola di Jonas Savimbi, il Polisario nel Western Sahara, i guerriglieri in Chad, in Niger e nel delta in Nigeria.

I movimenti di guerriglia hanno sempre prodotto un cambiamento nella società anche se spesso questi cambiamenti hanno solo segnato un cambio della guardia al potere senza portare nessun beneficio della popolazione.
Chi giunge al potere con le armi spesso le perde con gli stessi mezzi.
Rari sono i casi di leader che una volta giunti al potere hanno amministrato la cosa pubblica con fermezza ed equità per il popolo.

Purtroppo i Museveni dell’Africa contemporanea sono tanti e si assomigliano tutti. Nati come ribelli, acclamati dal popolo in breve hanno disilluso le aspettative di milioni di africani instaurando regimi tribali clientelari.
Oggi in Zimbabwe un uomo chiamato Mugabe è riuscito a fare piombare il paese nel più disastroso e terribile scenario apocalittico, dove inflazione e disoccupazione sono ai livelli più alti della storia del continente. In Congo un figlio del già noto Kabila guida una delle Nazioni più vaste dell’Africa, in Ruanda il grande eroe della liberazione dei Tutsie è rimasto ancorato alla sua poltrona e tutto sembra fare intendere che vi resterà per anni.

Aldilà di queste speculazioni io credo nella lotta armata come unica via per interrompere la scia di massacri che sono avvenuti in Darfur.
Purtroppo il rischio più grande è quello di avere solo un cambio di persona al vertice della struttura di comando.
Meglio correre il rischio!
Bisogna altresì riconoscere che solo grazie alla guerriglia armata dello SLA e del JEM il governo di Al Bashir ha dovuto porre un limite ed un freno alle sue milizie filogovernative.

Non sono stati certi i colloqui di Abuja a fare tacere le armi per qualche periodo nel sud e nel nord Darfur. Questi sono gli effetti della lotta armata nel tempo, grazie al sacrificio e alla morte di molti giovani guerriglieri sudanesi che sono riusciti con il sangue a fermare le scorribande dei Janjaweed.


Autore del presente testo è Giorgio Trombatore. Italians for Darfur e IB4D non sono responsabili di quanto espresso dall'autore.

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lunedì, luglio 28, 2008

Chi si cela dietro la Humanitarian Aid Commission (HAC)

2.6 Tutti gli Uomini di HAC

Di Giorgio Trombatore


Avete mai sentito parlare del Dott. Sulaf Addin Saleh?
Avete mai sentito pronunciare questo nome ?

Se siete dei buoni conoscitori del Sudan allora un personaggio del genere non puo’ esservi sfuggito al pari di altre personalità tipo Dr.Khalil, Dr. Bahar Idris, Minnie Mennawie o Musa Hilal.

Ma il nome di Sulaf Addin non è legato ai gruppi di guerriglia che sono sorti come funghi in Sudan ne tantomeno a quello di famosi Janjaweed che con le loro gesta sono diventati vere star di Holywood ! .

Sulaf Addin Saleh fa parte di quel mondo poco conosciuto dei burocrati sudanesi che si è sempre distinto operando dietro le scene .
Non un uomo quindi da presentare e dare in omaggio alle emittenti locali arabe.
Sulaf Addin Saleh si presentava come un distinto diplomatico sudanese sempre in viaggio in Europa, tra cui Londra risulta una delle sue mete preferite.
Perchè si sa mentre il popolo muore di fame nei campi profughi , gli uomini di potere non si fanno mancare viaggi e svaghi nella dannata Europa.
Conteso tra la comunità diplomatica in Sudan, il noto Sulaf Addin era il personaggio chiave del ministero di Hac, una sorta di ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari che celava dietro questo suo prestigioso nome il cuore dei servizi di sicurezza sudanesi.

Certo oggi la situazione è cambiata del tutto in Sudan a causa anche della regionalizzazione dei conflitti che hanno fatto piombare il paese in un vero e proprio stato perenne di guerra civile.
Le cose sono molto ben diverse da quando Sulaf Addin gestiva incontrastato l’ufficio di Hac.Oggi gli uomini della sicurezza sudanese hanno molti grattacapi da pelare ; basti pensare alla presenza dei soldati dell’African Union , o ai conflitti che dal 2005 in poi sono scoppiati nel paese. Un quadro difficile da gestire anche per uomini abituati ad avere sotto controllo l’intera comunità straniera e non solo.
Le guerre civili che sono scoppiate nel paese negli ultimi anni hanno reso talvolta insufficiente la rete di controlli e di ispezioni creata ingegnosamente dagli uomini di Hac.

Basta ricordare che mentre scriviamo questo blog oggi la situazione in Sudan è la più grave degli ultimi tempi.
Ovunque si punti il dito nella mappa sudanese non troviamo una sola area pacificata.
Se poniamo lo sguardo ad est verso la regione di Kassala l’irrisolto conflitto con i Beja è ancora una spina nel fianco per il governo di Al Bashir .
Il centro del del paese, l’area storicamente in mano ai Nuba, rimane ad altissima tenzione.
A sud , nonostante il trattato di pace firmato tra il governo del nord e quello dell’attuale Silva Ker, la situazione nelle aree popolate dai gruppi Nuere e Dinka è tutt’altro che pacificata.
Infine c’è l’ovest con il dramma del Darfur e la recente escalation di guerra con il vicino Chad.
Dulcis in fundo citerei il recente attacco del Jem a Khartoum ( che io ho avuto modo di trattare proprio sul blog di Italians for Darfur ) e la condanna da parte del tribunale dell’Aia nei confronti di Omar Al Bashir.

Ma torniamo al nostro Uomo chiave degno di essere ricordato anche in questo Blog perchè lui sino al 2005 era l’uomo che gestiva il complesso edificio di HAC.

Chiariamo subito che c’è un HAC conosciuto dalla stragrande maggioranza delle persone ed è l’Hac pubblico ossia quello degli incontri delle ONG e delle Nazioni Unite con il Commissioner di turno per parlare di emergenze umanitarie.
Questo tipo di incontri avviene in tutte le regioni sotto il controllo dell’ufficio di Ocha delle Nazioni Unite. Hac, solitamente partecipa per via del suo Commissioner, e gioca il ruolo della parte lesa degli interessi dei comuni cittadini sudanesi.
Ovviamente è solo una operazione di facciata del governo sudanese, in quanto la vera anima di HAC è rappresentata dai suoi uffici di « intelligence « che operano in tutto il paese.

Una struttura di tutto rispetto che segue , identifica e cataloga la situazione di ogni singolo espatriato presente nel paese tenendolo constantemente sotto controllo attraverso delle pratiche all’apparenza innocue che servono a limitare le libertà degli operatori umanitari e dei diplomatici presenti nel paese.
Questo controllo è talmente ramificato anche nelle regioni da garantire una copertura totale persino nel più piccolo e sperduto villaggio sudanese.

Questo è il vero volto di HAC. Uomini dislocati negli aeroporti, lungo le strade, nei mercati, negli incontri delle ong e pêrsino nei campi profughi.
Il loro compito è quello di controllare , di limitare le libertà di movimento degli operatori umanitari attraverso un controllo stretto e rigido che comporta una serie di azioni burocratiche che spesso spingono le organizzazioni a rinunciare persino a visitare certe località.
Travel permit, autorizzazioni varie, timbri, foto, ecc… tutti mezzi ingegnosi per scoraggiare anche i più impavidi operatori umanitari.
Solitamente gli uffici di Hac nelle regioni interne sono delle catapecchie posizionate ai margini delle città. In questi luoghi gli operatori di save the children, di Concern, di Care fanno la fila per ricevere l’agognato timbro che autorizza il veicolo a raggiungere una determinata località.
Talvolta il timbro viene negato ed allora la ong deve chiedere udienza al Commissioner alfine di sbloccare la situazione ed autorizzare i veicoli a raggiungere i luoghi di destinazione previsti dai progetti.
Un gioco di nervi che alla lunga spezza la pazienza degli stranieri che commettano qualche errore o si lasciano andare a commenti duri e sferzanti.
Cosi’ facendo si entra nell’ottica degli uomini di Hac che con la loro calma ed il loro apparente disinteresse mirano proprio a sfiaccare le ong operanti in Darfur.
Ultimamente con con l’acutizzarsi del conflitto in Darfur si è posto un maggiore controllo per quelle aree e quegli spostamenti verso le zone del Jebel Marra o del West Darfur che sono sotto il controllo dei guerriglieri. Io credo che i tempi d’oro di Hac risalgono ai primi anni del 2000, quando il Dr.Sulaf Addin Saleh era il Commissioner di Khartoum.A quei tempi l’edificio di Hac sorgeva ed operava in quella zona di Khartoum dove nel 2005 è stato costruito dai turchi il primo grande Mall della capitale sudanese nei pressi del quartiere di Hamarat.
Proprio cosi’ gli uomini della sicurezza sudanese avevano la loro sede non molto distante da quella famosa strada 57 di Hamarat, nota a tutti come il centro di smistamento per i clandestini e gli irregolari che in questa via iniziavano il loro lungo viaggio verso l’Europa.
Per lo più si trattava di eritrei, etiopi, sudanesi alla volta dell’Europa .
La struttura di Hac, termine generico che indica Humanitarian Aid Commission, era talmente ben strutturata che ogni singolo movimento di un espatriato in terra sudanese veniva seguito nei minimi termini.
Gli uomini di Sulaf Addin del resto erano noti per la loro severità ma nello stesso tempo per la loro conoscenza del territorio.
In cima alla piramide di Hac vi era appunto Sulaf Addin ma tra i suoi bravi vanno ricordati il famoso « Tijani » che all’inizio operava nella capitale sudanese ma poi all’indomani dei problemi con il Presidente Idris del Chad, penso’ bene di metterlo a capo di HAC nel West Darfur, a Genena.
Tijani è divenuto in poco tempo celebre a Genena per avere più volte sequestrato giornalisti che a suo dire non avevano le opportune autorizzazioni per filmare i campi profughi.Con i suoi uomini è stato ed è l’angoscia per gli operatori umanitari di Genena che almeno una volta durante la loro missione hanno avuto la sfortuna di essere convocati presso l’ufficio di Tijani a Genena per rispondere di varie accuse formulate dagli uomini dei servizi segreti.
In Sud Darfur vi era un altro uomo di Hac ,il Commissioner Mr Jamal, che aveva tutta una altra strategia di approccio con le ong e le agenzie delle Nazioni Unite.
Jamal è un Fur sui quaranta anni.Questo uomo ha visto crescere in poco tempo la sua influenza ed importanza a Nyala grazie al dislocamento delle forze dell’African Union presso la zona dell’aeroporto ed al crescere del numero esponenziale delle ONG straniere che hanno aperto una sede nel Sud Darfur.
In poco tempo Jamal era dietro agli affitti delle case, alle assunzioni del personale locale, agli affitti esorbitanti dei veicoli.
Meno irruente di Tijani giocava a sfruttare il ruolo di potere per acquisire costantemente favori dalle Nazioni Unite dalle Ong.
Nessuno è uscito indenne dalle mire di Jamal, persino la cooperazione italiana ha fatto il suo !!!.
Ricordo i viaggi dei famigliari di Jamal sugli antonov delle Nazioni Unite o il suo celebre viaggio a Kharthoum per incontrare l’ambasciatore Enzo Angeoloni e poco dopo con l’aiuto della cooperazione Italiana fu operato in una clinica privata di Khartoum .
Jamal si fece operare ad una mano che in passato era stata colpita da una pallottola.
Insomma una maniera subdola pêr estorcere favori alle ong che cosi’ facendo vedevano allentati i controlli nei loro programmi.
In effetti Hac agisce in modo viscido perchè da un lato ti limita e ti controlla i movimenti dall’altro utilizza questa sua conoscenza per importi il suo prezzo.

Ma vediamo come agivano gli uomini di Sulaf Addin :
Documenti :
Sebbene il rinnovo del visto è materia che viene trattata dagli esteri, l’espatriato presente in Sudan deve per prima cosa fare una domanda presso Hac che cosi’ inizia a seguire la pratica del cooperante.Un formulario , con una fotografia deve essere presentata agli uffici di Hac che cosi’ facendo iniziano ad indagare sulla persona richiedente.
Nelle regioni agli operatori umanitari viene richiesto di fare un ID che ovviamente si compila presso gli uffici di Hac presenti nelle città del Darfur.
Macchine
Già poco prima della mia definitiva partenza dal Darfur ,gli Uomini di Hac mandarono una circolare presso le organizzazioni non governative per avere copia dei contratti di affitto delle macchine .
Inoltre ogni veicolo prima di ogni missione sul campo doveva fare pervenire presso gli uffici di Hac, almeno 48 ore prima, una richiesta scritta dove venivano indicate le aree da visitare ed i componenti della missione .
Cosi’ facendo gli uomini dei servizi avevano una chiara situazione dei movimenti degli occidentali presenti nel territorio.
Lo stesso è avvenuto anche con i contratti delle assunzioni, degli affitti delle case e cosi’ via.
Persino per uscire dal paese era previsto un visto di Uscita, qualcosa di incredibile che ha un eguale solo in Eritrea , un altro paese ossessionato dai controlli.
Infine questi controlli erano poi eseguiti dalle miriadi di posti di blocco presenti all’ingresso di ogni città dove gli uomini della sicurezza verificavano che i travel permit ed i documenti fossero in regola.
Persino negli aeroporti notai che dopo il controllo dei passaporti con la polizia locale vi era un successivo controllo prima dell’imbarco sui Mi8(elicotteri in dotazione all’Onu).Questo controllo finale era effettuato dagli uomini di Hac per verificare se l’operatore umanitario avesse in effetti notificato con 48 ore di anticipo la sua pârtenza.
Tutto cio’ non faceva altro che rendere continuamente gli operatori umanitari in uno stato d’agitazione dovuto alla miriade di controlli e richieste di autorizzazioni varie.
Tutto questo è HAC, un servizio degno dei militari Nord Coreani o della veccchia Stasi.
Credo certo che in parte è un simbolo della decadenza del governo di Omar Al Bashir che si affida a questi mezzi di controllo militari per tentare di celare i continui crimini che avvengono nel suo sconfinato paese.

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domenica, giugno 08, 2008

Giorgio Trombatore: storie e storia del Darfur

Giorgio Trombatore, catanese, è instancabile viaggiatore tra le pieghe dell'umanità. La cooperazione internazionale segna la sua vita: da oltre sedici anni lavora nel Terzo mondo con organismi umanitari non governativi e con le Nazioni Unite. In Africa ha operato in Mozambico, Angola, Eritrea, Ruanda, Congo, Somalia e in Sudan, in particolare nel Darfur. Al momento vive e lavora in Marocco per la CESVI.
Proprio dal Darfur, l' autore del libro "COY: ECCE HOMO", edito da Le Nove Muse, ci porta sensazioni e memorie di uomini ed eventi che hanno contrassegnato indelebilmente un popolo e un giovane uomo, Giorgio Trombatore, in Darfur tra il 2004 e il 2006.
Giorgio ci ha inviato i suoi primi contributi che pubblicheremo man mano su questo blog e che saranno sempre raggiungibili da un link dedicato. Speriamo di fare cosa gradita ai nostri lettori, che invitiamo a commentare, criticare o apprezzarne i contenuti. (Italians for Darfur e IB4D non sono responsabili di quanto espresso dall'autore). I testi, così raccolti, vengono a costituire un esclusivo dossier:

DOSSIER "ITALIANI IN DARFUR"
storia e storie della Cooperazione Italiana in Darfur
di Giorgio Trombatore
(Capo Progetto per la Cooperazione e Coordinatore Politico della Dott.ssa Contini, inviato Speciale del Governo in Darfur)


1. ASPETTI POLITICI: PROTAGONISTI E STORIE DI UOMINI IN GUERRA.



1.1 ORGANIGRAMMA DEI RIBELLI
1.2 NRF
1.3 MINNI MINNAWI
1.4.1 L' ATTACCO A KARTHOUM
1.4.2 L' ATTACCO A KARTHOUM
1.5 GUERRIGLIA TOTALE




2. ASPETTI UMANITARI: PROGETTI, OPERE E RETROSCENA.



2.1 ORGANIGRAMMA DELLA COOPERAZIONE
2.2 I PROGETTI
2.3 SOLDI AI GUERRIGLIERI
2.4 AVAMPOSTO 55
2.5 L'ACQUA CHE NON C'ERA
2.6 HUMANITARIAN AID COMMISSION (HAC)
2.7 PER IL DARFUR SOLO SPOT

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mercoledì, marzo 05, 2008

Limiti e opportunità dell'intervento umanitario

Julie Anderson*, studente all'Università di Nottingham, al corso post-laurea in Social and Global Justice, è ambasciatore per la Gran Bretagna di STAND, Student Anti-Genocide Coalition.
Alle spalle, molto attivismo e amore per il suo lavoro: ha viaggiato più volte in Africa per lavorare con piccole comunità in diversi Stati, come nel 2006, nel sud del Kenya, dove ha dato il via a una organizzazione non governativa per aiutare i Masai sostenendo progetti di scolarizzazione in Maasailand.

La passione per l'Africa l'ha portato ad affrontare il dramma del Darfur e ha deciso di canalizzare le sue energie per dare il suo contributo affinchè si giunga al più presto alla fine del genocidio in Sudan.
Julie* ci propone due suoi rapporti: "Humanitarian Intervention in Darfur - Justifying the right to intervene by mapping principles of the Just War paradigm", nel quale ricerca i principi che giustificano la tesi secondo cui l'intervento umanitario in Sudan non debba tenere conto della sovranità nazionale di quest'ultimo in quanto si palesano gravi violazioni ai diritti umani; "Opportunities and constraints confronting the UN when attempting to prevent, manage or settle intrastate conflicts -A comparative analysis between the current atrocities in Darfur and the Rwandan genocide", che delinea possibilità e limiti della gestione e prevenzione dei conflitti interni ai due Paesi da parte delle organizzazioni facenti capo alle Nazioni Unite e, localmente, all'Unione Africana. Pur avendo determinato reazioni diverse in ambito internazionale, i due conflitti hanno determinato la morte di centinaia di migliaia di civili evidenziando mancanze ed errori della gestione internazionale delle crisi in oggetto.

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martedì, gennaio 22, 2008

Gruppi ribelli si uniscono,ma la situazione in Darfur si aggrava

I gruppi ribelli che da alcuni mesi stanno trattando a Juba,nel sud Sudan,hanno raggiunto un punto di incontro.Si chiamerà United Resistance Front (Urf),la coalizione delle cinque tra le principali fazioni che da oltre quattro anni sono in guerra con il governo centrale di Khartoum.
Lo ha detto all'agenzia Misna George Ola-Davies, il portavoce degli inviati di Unione Africana (Ua) e Onu.L'auspicio di Ola-Davies,che è anche il nostro,è quello che si possa raggiungere una posizione unitaria,coinvolgendo anche il Jem,che nelle ultime settimane ha intensificato gli attacchi contro l'esercito regolare, in vista di aprire un tavolo di trattative con il governo simile a quello tenutosi nel 2005 in Tanzania con in agenda punti importantissimi come: condivisione del potere, assistenza sanitaria, sicurezza, assistenza umanitaria, questione della proprietà della terra.
Dall'altra parte il governo centrale nomina Musa Hilal, leader del clan di Mahameed, della tribù araba dei Rizeiga,accusato di aver partecipato alle violenze ai danni della gente del Darfur da numerosi testimoni oculari, consigliere speciale del ministero per gli Affari federali,ed in particolare,parola dello stesso Ministro, "Hilal gestirà gli affari tribali in tutto il Sudan",nonostante,e questo a mio parere è sconcertante, compaia nei documenti del tribunale internazionale dell'Aja,che indaga sui crimini di guerra commessi in Sudan,e il consiglio di sicurezza ONU gli abbia imposto sanzioni finanziarie,oltre al divieto di viaggio.
Nel governo è presente un altro leader dei Janjaweed:Ahmed Haroun,attuale ministro agli Affari umanitari,incriminato per crimini di guerra e contro l'umanità nel febbraio 2007 insieme a Ali Kushayb.Secondo l'Aja Haroun coordinava l'azione di governo per armare e finanziare i miliziani, mentre Kushayb li comandava nel Darfur del Sud.Il governo sudanese ha respinto le richieste di consegnarli all'autorità internazionale.
Nel frattempo si aggrava la situazione della popolazione del Darfur,lo denuncia l'ultimo rapporto di Amnesty international,che sottolinea soprattutto come una generazione di Darfuriani sta crescendo in un clima di estrema paura e insicurezza in campi profughi pieni di armi: una combinazione potenzialmente esplosiva.La sicurezza nei campi è pari a zero,una pistola si acquista per 25 dollari e le donne sono sempre esposte al rischio stupri.I gruppi armati utilizzano sempre più spesso questi luoghi per reclutare combattenti,inclusi ragazzini che spesso,spinti dalla disperazione,si uniscono senza indugi.
Il rischio concreto è che anche questa forza di pace dell'Onu,come quella precedente dell'Ua,rischi di essere travolta dalla superiorità di mezzi e uomini delle milizie governative e Janjaweed,a meno che lo stesso governo la smetta di ostacolare lo spiegamento di quella che doveva essere la missione della svolta,e la nostra speranza è che possa ancora diventarla in tempi brevi, nella tormentata regione sudanese,teatro di una strage che non può più essere ignorata.



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Darfur: Stefano Cera scrive in "Pace, conflitti e violenza" (SISPa)

Sul nuovo numero del Giornale di SISPa (Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace) "Pace, conflitti e violenza", l' articolo di Stefano Cera sul conflitto in Darfur.
Un testo ragionato sulle radici, l'attualità e le opportunità per una soluzione della "crisi umanitaria più grande del mondo".
Stefano Cera, docente e formatore nelle teorie e tecniche di trasformazione dei conflitti, principi e tecniche di negoziazione, mediazione e conciliazione, collabora attivamente alla campagna di Italians for Darfur.
E' autore, fra gli altri, del volume "Le sfide della diplomazia internazionale. Il conflitto nel Darfur. L'escalation della questione cecena [..]" (LED Edizioni, 2007)

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domenica, gennaio 13, 2008

Lo stupro come arma: il Darfur è anche questo.

"I could hear the women crying for help, but there was no one to help them.”


Dal 2003, inizio del conflitto in Darfur, migliaia di donne e bambine sopra gli otto anni sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali dai miliziani janjaweed. Gli attacchi avvengono spesso mentre le donne si allontanano dai campi profughi, per le normali attività di ogni giorno, e gli stupratori sono quasi sempre in gruppo. Di ritorno al campo, le donne vengono rinnegate dalle loro stesse famiglie.
Lo scopo dei janjaweed, con la complicità delle forze regolari sudanesi, è infatti umiliare, punire, controllare, e terrorizzare la comunità da cui provengono. Lo stupro diventa così un'arma e porta, oltre al trauma in sè, le mutilazioni genitali, le ferite, l'alto rischio di contrarre e diffondere l'AIDS e altre malattie sessuali.
Refugees International ha ora rilasciato "Laws Without Justice", un dossier sull'accesso ai servizi legali delle vittime di stupro in Sudan: ne emerge un quadro dalle tinte fosche, in cui le donne sono vittime due volte.
Un chiaro esempio è il rischio, per la donna che denuncia le violenze ma che non riesca a provarle, di essere accusata di "zina", adulterio: la pena è morte per lapidazione per le donne sposate o centinaia di frustate per chi non lo sia.
Anche il ricorso alle cure mediche fornite dalla ONG presenti in Darfur risulta difficile e rischioso. Le ONG sottostanno alle rigide regole del Governo per continuare a operare nel terriorio, nonostante intimidazioni e attacchi, e perdono così molta della fiducia delle vittime, costrette spesso a compilare un modulo di denuncia che le espone ai rischi della giustizia sudanese.
Queste sono solo due delle conclusioni a cui sono giunte le analisi della Refugees International. Il resto lo trovate qui.

Link:
"Darfur Advocacy Agenda": come fermare la violenza sessuale in Darfur

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giovedì, dicembre 27, 2007

Niente cenone di Capodanno per i bambini del Darfur


(foto del New York Times)

Il nuovo rapporto dell' ONU non lascia spazio alle speranze, neanche in questi giorni di feste e celebrazioni: il 16,1% di bambini del Darfur sono malnutriti, contro il 12,9 % dell'anno scorso. Tra i 6 e i 29 mesi di età e nel Nord Darfur, i casi peggiori di malnutrizione. Il dossier ha confrontato i dati provienienti dai campi profughi, dove sono costretti a vivere oltre due milioni di persone, e dalle aree colpite dalla guerra.
In Darfur operano oltre 80 ONG e tredicimila operatori umanitari ma, nonostante il loro impegno e le enormi risorse finanziare messe in campo, le condizioni igieniche, la distribuzione dei viveri e le condizioni di sicurezza continuano a peggiorare, e si moltiplicano gli attacchi agli operatori umanitari, aumentati del 150%.
Mentre a Karthoum sfrecciano i SUV ei fuoristrada, i campi allestiti in Darfur si riempiono all'inverosimile di madri depresse e di bambini esangui.
Madri a cui è rimasta solo la forza di piangere la scomparsa dei loro figli.

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