Il blog di Italians for Darfur

giovedì, marzo 03, 2016

Casi di stupro e violenze nello Stato del Darfur Nord

Tre donne sono state picchiate da due aggressori mascherati mentre stavano raccogliendo legna da ardere vicino l'area di Al Ain Das, nella contea di Millet, Nord Darfur.

Un capo locale, Ahmed Salih, ha detto che gli uomini mascherati hanno iniziato a colpire, gravemente, le donne con i loro bastoni, prima di fuggire.

Salih ha affermato che le vittime hanno presentato una denuncia presso l'ufficio del Commissario di Millet, aggiungendo che nessuna azione è stata presa per arrestare i colpevoli. Il capo locale ha aggiunto che le autorità locali hanno impedito di intraprendere qualsiasi tentativo di arrestarli.

Egli ha condannato l'immobilismo delle autorità ed ha affermato che le vittime sono state ricoverate presso l'ospedale di El-Fasher per il trattamento.

Diversi studi hanno documentato attacchi e stupri di donne nella regione del Darfur quando escono dai loro villaggi o campi per raccogliere legna da ardere.

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lunedì, dicembre 21, 2015

Il Governo difende le misure di sospensione di alcuni quotidiani

Il Direttore del Sudan’s National Intelligence and Security Services (NISS), Mohamed Atta, ha indicato i giornali responsabili delle misure eccezionali adottate dalla sua agenzia.

In un'intervistacon ai media, Atta ha detto che le misure adottate contro i giornali non sono state "arbitrarie", ma seguono la legge, notando che la sua agenzia è stata costretta a prendere tali misure.

Ha accusato la stampa sudanese di utilizzare notizie esagerate ed, apparentemente, sensazionali per attirare i lettori, citando per esempio rapporti quotidiani sugli incidenti degli abusi sui minori nella scuolabus.

Lo scorso maggio, il NISS aveva sequestrato copie di 10 giornali diversi e ne aveva sospesi quattro di essi a tempo indeterminato. La mossa è stata una reazione ai rapporti pubblicati da quei giornali sugli episodi di molestie sessuali e stupro ai bambini che si sono svolti all'interno di uno scuolabus. 

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mercoledì, febbraio 11, 2015

Stupri di massa in Darfur, nuovo rapporto Human Rights Watch fa luce sugli orrori della guerra

Il nuovo rapporto di Human Rights Watch, “Mass Rape in Darfur: Sudanese Army Attacks Against Civilians in Tabit,”, documenta le atroci violenze commesse dalle forze armate sudanesi durante gli attacchi in Darfur, in particolare a TABIT, località del Nord Darfur, avvenuto l'ottobre scorso. Numerose le testimonianze e i racconti raccolti.

Nella cittadina, denuncia HRW, 200 donne e ragazze, anche minorenni, avrebbero subito stupri sistematici da parte degli uomini armati governativi e delle milizie assoldate. 

Un crimine inaudito, contro la popolazione del Darfur, che va avanti da oltre 10 anni, come denunciato da Italians for Darfur Onlus, che più volte ha lanciato il grido di allarme sull'uso dello stupro come arma di guerra, grido che rimane inascoltato.

Proprio il 5 febbraio scorso, il Ministro degli Esteri Sudanese è stato invitato a partecipare a Washington alle iniziative di promozione della pace e in commemorazione del genocido armeno, nella giornata del National Prayer Breakfast.


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giovedì, febbraio 16, 2012

Un anno fa, Safia Ishaq, donna coraggio.

Un anno fa, il 13 febbraio 2010 a Khartoum, SAFIA ISHAQ, attivista del movimento giovanile non-violento Girifna, venne arrestata e poi brutalmente stuprata da tre membri del National Intelligence and Security Service (NISS).
Ebbe poi il coraggio di raccontare la sua storia, e denunciare gli abusi subiti, la prima volta in Sudan. Attualmente vive in Europa.
Gli studenti sono spesso al centro della lotta per tra centro e periferie del Paese. E' di ieri la notizia, riportata da Radio Dabanga, del pestaggio di studenti del Darfur nell'Università di Omdurman, alle porte della capitale sudanese.

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mercoledì, aprile 07, 2010

Darfur Union: appello per la dignità delle donne del Darfur

Ricevo dalla Darfur Union, con sede in Olanda, un documento agghiacciante. Il Presidente sudanese Hassan Al-Bashir, avrebbe pronunciato, secondo quanto riportato dal principale oppositore politico Hassan Al-Turabi, nella sua ultima conferenza a Khartoum, la seguente frase, a proposito della piaga immane degli stupri in Darfur: "Se le donne dell'Ovest fanno sesso con un Jali [uomo del gruppo etnico di Bashir, ndr], questo non va considerato come uno stupro ma come un onore per lei".

ني هذة الغرباويه دي اذا واحدا جعلي كدا ركبها دا شرف او اغتصاب

Immediata l'indignazione di tutta la comunità darfuriana nel mondo che Italians for Darfur rilancia anche in Italia.
"The dictatorship-Al-Basher, president of Sudan, has said that ''If western woman( means Drfurian Female) got sex with one Jali (male from Al-Basher ethnic group) this will not be rape but its honor for for her."
This story has been told by Al- Turabi at his recent conference in Khartoum two weeks ago. Whoever, you could imagine the reaction of millions of sudanese people against a such un respected statement. That is why we are in Darfur Union as a civil society in the Netherlands addressing this issue to the friends of Darfur worldwide."

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domenica, giugno 22, 2008

L’Onu si accorge del dramma degli stupri di massa

di Nilo di Stefano (IB4D):

"Non è poi passato molto tempo da quando su questo blog pubblicai un resoconto .
Da sempre lo stupro di massa in guerra è stato presente, ma è da un decennio ch4e questo viene usato militarmente per scopi ben precisi, pulizia etnica o come deterrente contro eventuali rivolte. L’ONU si accorge finalmente di questa tragedia e con la risoluzione 1820, firmata da oltre 30 stati membri tra cui l’Italia, ha finalmente ammesso che lo stupro di massa è una tattica militare ed è equiparata ad atti di terrorismo internazionale.
Gli USA, favorevoli alla risoluzione puntano il dito sulla Birmania dove lo stupro è all’ordine del giorno, ma si dimentica troppo facilmente dei propri militari che si sono macchiati in questi anni di atti simili. Ban Ki-Moon applicherà la tolleranza zero verso cose simili, mettendo dentro allo stesso calderone anche i caschi blu che in passato sono caduti nello stesso vizietto.
Human Right Watch e Amnesty International hanno esposto il loro apprezzamento nei confronti di una risoluzione che finalmente alza il tiro contro gli stiupri di massa. Non è dello stesso avviso l’Unifem che si è detta sconcertata dal ritardo con cui l’ONU ha centtrato il problema, un problema che colpisce le donne in guerra più della morte degli stessi soldati. Avverte che in Africa c’è ancora molta omertà su fatti del genere.
Ed in effetti basti pensare ai “CAMPI-STUPRO” in Sudan. Quel Sudan violento, che in Darfur miete vittime ogni giorno e miete vittime di ogni genere. Quel Sudan violento protetto dalla Cina,dal Sud Africa, Indonesia e Libia.
In Africa quindi ed è la denuncia partita dal NY Times, il Darfur e il Congo Orientale sono veri e propri “super campi stupro” dove sono troppe le donne che quotidianamente sono vittime di aggressioni sessuali. Il tutto nell’indifferenza di Onu, Ue e USA, che con questa risoluzione cercano probabilmente di lavarsi la coscienza.

Link Utile per capire gli orrori che le donne devono subire in zone di guerra
http://www.womeninwarzones.org/ "





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domenica, gennaio 13, 2008

Lo stupro come arma: il Darfur è anche questo.

"I could hear the women crying for help, but there was no one to help them.”


Dal 2003, inizio del conflitto in Darfur, migliaia di donne e bambine sopra gli otto anni sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali dai miliziani janjaweed. Gli attacchi avvengono spesso mentre le donne si allontanano dai campi profughi, per le normali attività di ogni giorno, e gli stupratori sono quasi sempre in gruppo. Di ritorno al campo, le donne vengono rinnegate dalle loro stesse famiglie.
Lo scopo dei janjaweed, con la complicità delle forze regolari sudanesi, è infatti umiliare, punire, controllare, e terrorizzare la comunità da cui provengono. Lo stupro diventa così un'arma e porta, oltre al trauma in sè, le mutilazioni genitali, le ferite, l'alto rischio di contrarre e diffondere l'AIDS e altre malattie sessuali.
Refugees International ha ora rilasciato "Laws Without Justice", un dossier sull'accesso ai servizi legali delle vittime di stupro in Sudan: ne emerge un quadro dalle tinte fosche, in cui le donne sono vittime due volte.
Un chiaro esempio è il rischio, per la donna che denuncia le violenze ma che non riesca a provarle, di essere accusata di "zina", adulterio: la pena è morte per lapidazione per le donne sposate o centinaia di frustate per chi non lo sia.
Anche il ricorso alle cure mediche fornite dalla ONG presenti in Darfur risulta difficile e rischioso. Le ONG sottostanno alle rigide regole del Governo per continuare a operare nel terriorio, nonostante intimidazioni e attacchi, e perdono così molta della fiducia delle vittime, costrette spesso a compilare un modulo di denuncia che le espone ai rischi della giustizia sudanese.
Queste sono solo due delle conclusioni a cui sono giunte le analisi della Refugees International. Il resto lo trovate qui.

Link:
"Darfur Advocacy Agenda": come fermare la violenza sessuale in Darfur

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lunedì, maggio 28, 2007

L'inferno del Darfur

[Ricevo da Antonella Napoli e pubblico in sua vece (L.S.)]
L'inferno del Darfur: un nuovo racconto che non può lasciare indifferenti.
Sette donne raccontano uno stupro di massa a pochi chilometri del campo di accoglienza

Un racconto terrificante. Un orrore indicibile, storie angoscianti che non potrebbero lasciare indifferente neanche il più insensibile degli esseri umani.
Nel campo profughi di Kalma, in Darfur, sette donne sudanesi hanno raccontato All'Associated Press lo stupro e le violenze subite da un gruppo di miliziani arabi, i purtroppo ben noti ‘janjaweed’, una volta lasciato il campo per andare a raccogliere la legna.
La loro terribile storia è stata confermata dagli operatori umanitari presenti Nell’area e che da oltre quattro anni denunciano l'inferno che è il Darfur. Da quando il governo di Khartoum ha assoldato i miliziani arabi della regione per sedare la rivolta delle tre principali etnie africane locali contro il governo, si sono susseguite violenze e soprusi indicibili.
Un vero e proprio conflitto iniziato nel febbraio 2003, costato la vita ad almeno 200.000 persone, e che ha costretto oltre 2,5 milioni di persone a cercare rifugio nei campi profughi.


IL RACCONTO
Le sette donne protagoniste di questa tragica vicenda avevano raccolto il denaro sufficiente per noleggiare un carretto trainato da un asino, per poter uscire dal campo e raccogliere la legna da rivendere al mercato, ma a poche ore di cammino sono state violentate, picchiate e derubate. Solo dopo molte ore, nude e traumatizzate, sono rientrate a Kalma.
"Per tutto il tempo che è andato avanti io continuavo a pensare: stanno uccidendo il mio bambino, stanno uccidendo il mio bambino", racconta Aisha, al settimo mese di gravidanza al momento dello stupro.
Le donne non hanno dubbi sui responsabili delle violenze: i cammelli e le uniformi indicavano la loro appartenenza ai janjaweed.
Dieci arabi a dorso di cammello le hanno circondate, urlando insulti e sparando in aria. Le donne hanno prima cercato di fuggire. "Io non ho neanche provato, perché non ce l'avrei mai fatta", ha detto Aisha, la ragazza di 18 anni incinta al settimo mese. Quattro uomini le si sono messi alle spalle, colpendola con dei bastoni, mentre gli altri janjaweed inseguivano il resto del gruppo. "Non siamo andate molto lontano", ha detto Maryam, mostrando la ferita da arma da fuoco su un ginocchio.
Una volta circondate, le donne sono state picchiate e il loro asino ucciso. Zahya, 30 anni, era accompagnata dalla figlia di 18 anni, Fatmya, e dal suo bambino. Il bimbo è stato gettato a terra e le due donne sono state stuprate. Il bambino è sopravvissuto. Zahya ha raccontato di aver visto quattro uomini stuprare a turno Aisha. Denudate e percosse le donne hanno ripreso la strada verso Kalma. Lungo il cammino hanno incontrato alcuni uomini del campo profughi, che hanno offerto loro i turbanti di cotone.
Al loro arrivo sono state derise. Alle donne sono state date pillole contro la gravidanza e l'Hiv. Nel frattempo è nato anche il bambino che Aisha aspettava, chiamato Osman.


IL CAMPO DI KALMA
Kalma è un microcosmo di miseria alle porte di Nyala, capitale del Darfur del Sud: capanne di fango e tende di plastica accolgono circa 100.000 rifugiati. La struttura è ormai al limite delle sue capacità di accoglienza, tanto che il governo ha cercato di limitare i nuovi arrivi, vietando la costruzione di nuove latrine. Chiunque si avventuri fuori dal campo sa di poter incontrare i janjaweed.
Le sette donne hanno raccontato di aver lasciato il campo di Kalma un lunedì mattina del luglio dello scorso anno e di essere state aggredite poco dopo aver iniziato a raccogliere la legna. Il dramma della violenza che hanno subito non è legato solo al dolore fisico e morale, ma anche alle conseguenze nella comunità: in Sudan, come in molti paesi islamici, la società considera lo stupro come un disonore per tutta la famiglia della vittima.
"Le vittime si trovano a dover affrontare un terribile ostracismo", ha dichiarato la coordinatrice dell'Onu, Maha Muna. Alcuni operatori umanitari ritengono che i janjaweed ricorrano alla violenza sessuale per intimidire i ribelli, le loro famiglie e i loro sostenitori. "E' una strategia di guerra", ha sottolineato Muna.


LA POSIZIONE DEL GOVERNO
Il governo sudanese nega che gli abusi sessuali siano così diffusi come denunciato dalle agenzie umanitarie, per timore di forti rimostranze da parte dell'opinione pubblica, che considera lo stupro molto più grave di qualsiasi altro crimine commesso nella regione. Un alto funzionario del governo ha ammesso, sotto anonimato, che i janjaweed sono stati armati da Khartoum all'inizio del conflitto, ma ha poi precisato che al momento non è più in grado di controllare i miliziani. Dichiarazioni in parte confermate da un attivista per i diritti umani, Nasser Kambal, co-fondatore del centro Amel, impegnato nel sostegno alle vittime di stupro e di altri abusi. "Non credo che lo stupro sia stato pianificato dal governo - ha detto Kambal - omicidi, saccheggi e torture sì, ma non lo stupro".


PIANTARE POMODORI
Il campo di Kalma non è l'unico luogo testimone di molteplici casi di stupro. A 190 chilometri di distanza, nella città di Mukjar, due uomini hanno raccontato di aver visto alcune donne portate di forza nella prigione dove erano detenuti e stuprate per ore dai janjaweed. I due testimoni hanno riferito che i miliziani urlavano che stavano "piantando pomodori", riferendosi al colore della pelle. In Darfur gli arabi si definiscono "rossi" perché sono leggermente meno scuri degli africani.
Nel 2006, gli operatori dell'Onu hanno denunciato 2.500 casi di stupro nella regione, ma ritengono che si tratti di un dato molto lontano dalla realtà. La cifra reale si aggirerebbe su migliaia di casi al mese, secondo un funzionario dell'Onu. Le donna a capo delle tribù presenti a Kalma riferiscono di oltre una decina di stupri a settimana. Gli operatori umanitari attivi nel Darfur del Sud stimano in oltre 100 le donne stuprate ogni mese soltanto nell'area di Kalma.
Le vittime solitamente non sono in grado di identificare i loro aggressori. Soltanto otto persone sono state processate e condannate per crimini sessuali in Darfur nel 2006, stando a quanto precisato da Mustapha. "Sono stati condannati dai tre ai cinque anni di carcere e a 100 frustate", secondo quanto previsto dalla legge islamica.
Le sette donne oggi lavorano in un piccolo laboratorio dove vengono fabbricati boccali per l'acqua. Un lavoro che non riesce a lenire la loro povertà, "ma almeno non dobbiamo più allontanarci", dice Aisha. Nessuna delle sette donne ritiene che la corte penale internazionale o una corte sudanese renderà mai loro giustizia. Tutto quello che Zahya chiede è di poter tornare nel suo villaggio. "Se almeno la gente ci aiutasse a far cessare i combattimenti, ci basterebbe".

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