Il blog di Italians for Darfur

giovedì, agosto 11, 2011

Bambini depressi e con gravi disturbi post traumatici, sono i figli del Darfur

Oltre il 75 per cento dei bambini intervistati nei campi profughi in Darfur soffrirebbe di Disturbo post-traumatico da stress, e circa il 38 per cento di Depressione. È quanto emerge da una indagine scientifica pubblicata su The Lancet ad agosto.

Bambini e bambine vengono continuamente rapiti, violentati, uccisi, nei campi profughi sudanesi e nel vicino Chad. Molti vengono prematuramente separati dai genitori, e nn ricevono istruzione e cure medichd

Hanno ferite profonde,ma che nn si vedono: i bambini del Darfur hanno perso forse il sorriso.Noi non vogliamo per.dere la speranza.

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martedì, luglio 26, 2011

Darfur, dai campi profughi ai villaggi, è tutto in salita.

Come avevamo annunciato nell'ultimo rapporto di Italians for Darfur, al rientro da una missione in Sudan della presidente Antonella Napoli, il governo sudanese ha avviato, alcuni mesi fa, un programma di rientro volontario dei profughi dai campi, ormai saturi, ai villaggi del Darfur.
Avevamo altresì denunciato come le condizioni della famiglie che lasciano i campi profughi siano ancora più gravi e come il loro destino appaia ancor più incerto, venendo a mancare l'assistenza delle organizzazioni internazionali ai profughi, e quella delle strutture territoriali, latitanti.

Così è stato per sette famiglie rientrate nella regione di Gedo, dopo aver lasciato alle proprie spalle il campo di Kalma.
Le sette famiglie, scrive Radio Dabanga, sono ora totalmente abbandonate a se stesse e rischiano di perire tra stenti e violenze, dopo che le altre 18 con le quali avevano iniziato il viaggio hanno fatto rientro al campo profughi per l'estrema difficoltà e il pericolo del viaggio stesso.

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domenica, settembre 21, 2008

"Il Governo di Al Bashir dal 1989 sceglie sempre il mese del ramadan per perpetrare le uccisioni"

di Suliman Hamed (rappresentante rifugiati del Darfur in Italia)


Il 12 settembre, giorno di ramadan, i janjaweed ed i soldati del Governo sudanese hanno bombardato con aerei alcuni paesini ad Ovest di Al Fasher (Darfur). Tarni, Owila, Birmaza e tante altre zone del Nord Darfur, che non registrano la presenza di forze degli eserciti di ribelli, sono state colpite dall’attacco. Molti civili innocenti hanno perso la vita, in un attacco inaspettato, che il giorno dopo si è esteso all’intera regione del Darfur. Dopo questo attacco il Jem e l’ SLM hanno deciso di mettere insieme e le proprie forze per combattere gli attacchi del Governo. Giorno tredici circa cinque aerei bombardieri hanno colpito la zona di Sinet, dove Minnie Minnawi, dopo aver rotto l’accordo con il Governo sudanese nel maggio 2008, si era rifugiato con il suo esercito.Molti civili sono stati colpiti dall’attacco ed hanno perso la vita. Il 14 settembre, ad Est del Gabel Marra, sono morti molti civili, janjaweed, soldati dell’esercito sudanese, e ribelli dell’SLM e del Jem.
Il 15 la guerra è arrivata a tutte le zone del Darfur, con violenti bombardamenti. Solo nelle grandi città non ci sono state tracce del conflitto, perché il Governo sudanese si è reso conto che tutti gli eserciti di ribelli si sono uniti per far fronte al suo attacco, durato fino a giorno 17. E’ stato un momento molto importante, che ha segnato la ricongiunzione delle forze dei ribelli, che si sono unite dopo che nel 2006 si erano separate. Secondo le stime i morti di questo attacco cruento sono stati più di mille, tra esercito regolare, ribelli e vittime civili. I media tacciono il numero reale delle vittime, nessun giornalisti era presente in Darfur per documentare l’acceduto e le vittime della guerra in Darfur continuano ad essere invisibili. Il 18 finalmente tutti i capi del Governo sudanese sono arrivati ad Al Fasher per convincere Minni Minnawi ad un nuovo accordo con il Governo di Al Bashir. Ali Usman Taha, Vice Presidente sudanese, il Ministro dell’Interno sudanese, Abdel Gadir Sbdrat il Ministro della Giustizia, il capo dei Servizi Segreti sudanese Sala Gos e il Ministro della Difesa Marscal Abdrahim Mohamed Hussein, si sono recati ad Al Fasher per trovare un accordo con l’esercito dei ribelli, ma Minni Minnawi ha rifiutato.
Nel maggio 2006 Minnawi aveva firmato un accordo con il Governo, che prevedeva la ricostruzione delle case distrutte dalla guerra in Darfur, il ripristino delle scuole, delle reti di comunicazione, il ritorno dei rifugiati nei loro paesi d’origine, il disarmo dei janjaweed (eserciti di mercenari che hanno devastato il paese con cruenti attacchi alla popolazione civile) e l’impegno di portare in Darfur lo stesso progresso esistente nel resto dell’intero Sudan. Quest’accordo, ad oggi, non è stato rispettato e nel maggio 2008 Minni Minnawi ha lasciato Karthoum per tornare in Darfur, senza però sferrare alcun attacco al Governo. In seguito all’attaco del 12 settembre, però, le cose sono cambiate. Il 19 settembre Minni Minnawi ha affermato che se entro dieci giorni il Governo non provvederà a tener fede agli accordi presi i ribelli faranno sentire la loro voce.
Qualunque giornalista interessato ad avere notizie può rivolgersi a Suliman Hamed.
Koiss2778[at]maktoob.com
Tel 348.7937982

( foto di Suliman Hamed al campo profughi del Darfur in Chad di Tolom)

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sabato, settembre 20, 2008

2 - I "missionari" di Mile

Mile è un villaggio situato tra Greda, capoluogo dell'etnia Tama, e Iriba, città zaghawa kobè controllata dal sultano Haggar. Rispetto a Kolungo, Mile è a quindici km più a nord, più o meno a metà del viaggio tra Kolongo e Tolòn. Questa è la tipica distanza tra due villaggi profughi vicini, ovvero 15-20 km.

Mile vuol dire “sale” in arabo, ma non sembra che qui intorno ci siano saline

In questo campo ci sono circa cinquantamila profughi

Quando sono arrivato al campo, il primo segno dell'Europa ad accogliermi è stato il cartello dell'Unicef. Solo il cartello, però, perché del personale non è rimasto nessuno.
La situazione era difficile e gli ultimi erano partiti il 5 giugno, circa due settimane prima del mio arrivo. Nei campi non ho mai visto neanche un europeo e la motivazione ufficiale era la mancanza di sicurezza. I profughi mi hanno detto che il vero problema non era la sicurezza, ma la lotta tra le popolazioni locali e le organizzazioni politiche per la divisione del cibo che veniva portato con i camion. Il personale europeo si è trasferito a N'djamena e Abeche, città più grandi della zona. Lì è ospitato anche il personale europeo di Medici Senza Frontiere, l'unica organizzazione che ogni tanto manda del personale medico nel campo di Mile.


Nell'ospedale qualcuno dorme in un letto, qualcun altro per terra.

Ho parlato molto con il mio amico Mahammud Annur Hamet, medico che lavora con Medici Senza Frontiere. La farmacia non è molto fornita, anzi ci sono pochissimi medicinali, ma lì devono bastare. L'unica medicina necessaria ad essere terminata è quella del flacone a sinistra nella foto, tenuto sul vassoio. “Se MSF non torna entro un mese qui ci sarà un grande problema”, mi ha detto, “soprattutto per i bambini gravi che rischiano seriamente di morire”. Ho contato i bimbi tenuti in degenza con le madri ed erano venticinque.


Sono rimasto cinque giorni in questo campo e l'ho girato angolo per angolo, parlando persona per persona. Io sono del Darfur e basta; tutti i darfuriani sono il mio popolo.

Un grande problema dell'Africa è l'Aids. In Darfur questa terribile malattia praticamente non esiste, ma in Chad c'è e quindi i medici tengono la situazione sotto controllo. In ogni campo c'è un gruppo di volontari che fanno prevenzione; molti di loro sono studenti o maestri sudanesi, molti anche da Khartoum, le cui famiglie sono state cacciate dalle loro terre e per le quali i giovani s'impegnano in quest'opera. Vanno famiglia per famiglia a informare, chiedere, visitare; si occupano molto anche degli anziani e delle persone sole, che più difficilmente si spostano per andare all'ospedale in caso di malessere e che spesso sono vittime di demenza o pazzia.

A questi giovani volontari, l'Unicef ha dato un certo numero di libretti d'una trentina di pagine scritte in francese con alcune foto a colori. Sempre loro, questi veri e propri missionari, si occupano anche dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni, che non andando più a scuola sono liberi di girare per il campo e facili prede del reclutamento da parte di organizzazioni militari. Questo è un problema particolarmente sentito nei campi profughi, come ho già detto a proposito della scuola di Kolungo.

Una scena che ho visto ripetersi in quei giorni e che farebbe inorridire un europeo è il trasporto delle donne che stanno per partorire. Non ci sono strade vere e proprie e non ci sono ambulanze né automobili, ma solo carretti ad assale rigido trainati dai buoi. Il carro arriva sul posto guidato dalle urla e la donna viene posta di peso sul carro, che quindi di sobbalzo in buca va lentamente verso l'ospedale.


(c) Copyright 2008 Suliman Ahmed Hamed

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