Il blog di Italians for Darfur

lunedì, aprile 16, 2018

L'Italia chiede all'ONU di rivedere le sanzioni sul Darfur

La Farnesina ha invitato il Comitato per le Sanzioni delle Nazioni Unite, istituito con la risoluzione 1591 (2005) sul Sudan, a riconsiderare il suo regime tredicennale di sanzioni sul Darfur.

L'8 febbraio, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU aveva annunciato l'intenzione di riesaminare, regolarmente, le misure sul Darfur nel contesto dell'evoluzione della situazione sul campo, tenendo conto della relazione e delle raccomandazioni del presidente del Comitato per le Sanzioni, e alla luce delle relazioni presentate dal Gruppo di Esperti .

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giovedì, giugno 09, 2016

Arrestata la mente di un importante organizzazione criminale di traffico di essere umani: Italia, Sudan e UK

Un'operazione congiunta tra il Sudan, l'Italia e il Regno Unito ha portato all'arresto di un uomo eritreo sospettato di controllare una delle quattro più grande organizzazione criminale di traffico di migranti del Mondo.

In una dichiarazione congiunta, il Ministero degli Interni del Sudan, l'ambasciata britannica e quella italiana a Khartoum hanno comunicato che "Mered Yehdego Medhanie, un cittadino eritreo di 35 anni, è stato estradato dal Sudan in Italia ieri dopo essere stato arrestato a Khartoum il 24 maggio".

"L'arresto è stato possibile solo grazie all'intensa cooperazione internazionale tra la polizia nazionale sudanese e l'Agenzia Nazionale per il Crimine del Regno Unito insieme con la Procura di Palermo, la Polizia italiana, i Ministeri della Giustizia e dell'Interno sudanesi ed italiani" si legge nella dichiarazione.

Secondo la dichiarazione "Medhanie è accusato di essere la mente di uno dei principali gruppi criminali che operano in Africa Centrale e Libia, che contrabbanda i migranti attraverso il deserto del Sahara ed il Mediterraneo".

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giovedì, luglio 30, 2015

Il Sudan e l'Italia si incontrano per delle consultazioni

Secondo una dichiarazione rilasciata dal Ministero degli Esteri sudanese, il Sudan e l'Italia hanno concordato di tenere delle consultazioni politiche in un prossimo futuro per discutere sui loro rapporti bilaterali, sulle questioni regionali e sui modi per coordinare la loro azione. Infatti, il Ministro degli Esteri sudanese, Ibrahim Ghandour, è stato ricevuto dal suo omologo italiano Paolo Gentiloni a Roma.

Il Ministro degli Esteri sudanese ha partecipato al Forum Economico  e per l'Investimento tra Sudan ed Italia, ospitato all'Expo di Milano 2015. Il Forum, organizzato dalla Confindustria Assafrica & Mediterraneo, si propone di incoraggiare gli imprenditori italiani ad investire nel settore agricolo, agro-industriale e cibario in Sudan.

Ghandour ha elogiato le posizioni italiane sulla situazione in Sudan che ha descritto come "eque ed obiettive verso i problemi del Paese", ed ha espresso l'apprezzamento del suo Governo per lo sviluppo e il sostegno umanitario fornito da Roma.

Nella riunione si è anche discusso sulla situazione in Sud Sudan e Libia e si è convenuto sulla necessità di esercitare degli sforzi da parte di tutte le parti interessate per trovare soluzioni di successo e sostenibili.

Il Ministro degli Esteri italiano ha elogiato il ruolo importante svolto dal Governo sudanese nella stabilità regionale, soprattutto per quanto riguarda l'immigrazione clandestina e la tratta di esseri umani, sottolineando il loro sostegno per la "Dichiarazione di Khartoum".

In una riunione tenutasi a Roma il 28 novembre 2014, i paesi dell'UE hanno concordato di promuovere lo sviluppo sostenibile nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, al fine di affrontare le cause profonde della migrazione irregolare.


http://www.sudantribune.com/spip.php?article55873

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sabato, maggio 16, 2015

Sudan: l'Italia si mobilita nelle ultime ore

Ad un anno dalla vicenda di Meriam Ibrahim, cristiana all'ottavo mese di gravidanza e madre di un bambino di 20 mesi condannata a morte in Sudan per apostasia e poi liberata sull'onda di una mobilitazione internazionale, due pastori evangelici rischiano la pena capitale per motivi religiosi. L'11 gennaio 2015 il reverendo Peter Yein Reith, pastore della Chiesa evangelica presbiteriana, è stato arrestato mentre stava tornando a casa da una riunione di preghiera. Alle ripetute richieste del motivo dell'arresto rivolte dalla moglie di Reith al Servizio nazionale d'intelligence e sicurezza, un funzionario aveva solo confermato che il pastore era in carcere e che lo stavano ancora interrogando.

Le incursioni della polizia. In precedenza, il 21 dicembre 2014, dopo il culto domenicale, funzionari del Niss avevano arrestato un altro pastore presbiteriano, Yat Michael, che si trovava a Khartoum con la famiglia per sottoporre i figli a controlli medici e per far visita alla congregazione della Sudan presbyterian evangelical church. Da alcune settimane il complesso che ospita la chiesa evangelica subiva incursioni della polizia che, sulla base all'articolo 77 della legge del 1991 sull'ordine pubblico, ha arrestato trentotto membri della congregazione che il 2 dicembre 2014 avevano tentato di impedire la demolizione di parte degli edifici di cui è composto. Alcuni dei fedeli sono stati giudicati, multati e rilasciati la notte stessa del fermo insieme ad altri cinque uomini di chiesa che erano stati arrestati il mese prima.

L'interrogazione parlamentare di Luigi Manconi. Entrambi i pastori, accusati di otto capi di imputazione per i quali è prevista la pena capitale o l'ergastolo, sono tenuti in custodia senza alcuna garanzia del rispetto dei propri diritti, come denunciato da Kate Allen, direttrice di Amnesty Internetional UK, che ha dichiarato: "Più lungo sarà il loro tempo di reclusione, più alto è il rischio che subiscano torture". I due casi, seguiti dallo stesso avvocato della giovane sudanese, Mohaned Mustafa Alnour e da Italians for Darfur, sono al centro di un'interrogazione del senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani a Palazzo Madama, al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Paolo Gentiloni.

La tutela delle minoranze religiose. Manconi attraverso l'interrogazione chiede alla Farnesina se l'ambasciatore a Khartoum sia a conoscenza della vicenda, se abbia notizie in merito alle condizioni dei due pastori e se siano stati rispettati i loro diritti. Il senatore inoltre ha chiesto al Governo, in considerazione dei buoni rapporti esistenti con il Sudan, di sollecitare l'esecutivo sudanese sulla questione della tutela delle minoranze religiose, in particolare quelle cristiane, intraprendendo azioni concrete affinché sia rispettata la Costituzione, che garantisce la libertà di culto in contrasto con quanto previsto dalla Sharia. Infine, si legge nell'interrogazione, "si chiede al Governo se non ritenga opportuno promuovere, in collaborazione con l'Unione europea, iniziative di cooperazione a sostegno delle minoranze religiose in Sudan con particolare attenzione all'educazione, ed esercitare pressioni affinché il Sudan abolisca le leggi sull'apostasia".

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2015/05/16/news/sudan-114508543/

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giovedì, gennaio 22, 2009

Autorizzato l'invio di velivoli da trasporto per i peacekeeper : il nostro impegno è stato premiato

Darfur/ Al via partecipazione Italia a missione di pace Onu-Ua
Autorizzato l'invio di velivoli da trasporto per i peacekeeper

Roma, 22 gen. (Apcom) - L'Italia parteciperà alla missione di pace in Darfur, mettendo a disposizione velivoli per il trasporto dei peacekeeper presenti nella regione sudanese, dove dal 2003 è in atto una guerra civile che ha causato almeno 300.000 morti e oltre 2,7 milioni di profughi. Intanto, Unione africana e Onu hanno annunciato per i prossimi due mesi l'invio di altre centinaia di militari nella regione, al fine di accelerare il pieno dispiegamento dei 26.000 uomini previsti dalla missione di pace congiunta (Unamid), autorizzata nel luglio 2007 e diventata operativa il 31 dicembre 2007.

L'intervento italiano è stato approvato dalla Camera dei deputati italiani nell'ambito del decreto di proroga di sei mesi delle missioni all'estero. "E' stata autorizzata, a decorrere dal 1 gennaio 2009 e fino al 30 giugno 2009, la spesa di 5.573.720 per concorrere alle azioni necessarie a garantire il ristabilimento della pace nel Darfur, la protezione della popolazione civile e la prosecuzione delle attività di assistenza umanitaria - si legge nel testo licenziato da Montecitorio - il contributo italiano sarà concentrato sul trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per lo schieramento definitivo dei contingenti militari stranieri che partecipano alla missione". Il decreto è passato ora al Senato per il via libera definitivo.

In un rapporto diffuso nei mesi scorsi, esperti Onu hanno denunciato come il mancato dispiegamento del contingente militare previsto dalla risoluzione 1769 e l'assenza di mezzi logistici impediscono ai peacekeeper di monitorare l'embargo sulle armi, difendere se stessi o proteggere i civili. Nei mesi scorsi, era stato lo stesso Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, a intervenire personalmente per sollecitare gli Stati membri a fornire le attrezzature logistiche necessarie. Il governo italiano ha espresso la propria disponibilità alla fine di dicembre, con l'annuncio del via libera alla missione da parte del ministero della Difesa all'inizio di gennaio. Negli stessi giorni, fonti militari italiani hanno riferito ad Apcom che sono due gli aerei da trasporto pronti a partire: "La pianificazione al Coi (Comando Operativo di vertice Interforze) è ancora in corso. Sono già pronti a partire due velivoli, un C-27J e un C-130J per il trasporto tattico. Al momento non è ancora stato deciso se la missione italiana comporterà l'impiego di entrambi o di uno solo".

"Questo voto rappresenta per Italians for Darfur una importante vittoria per la nostra associazione - ha commentato oggi Italians for Darfur, da anni in prima linea per garantire il rispetto dei diritti umani nella regione - ringraziamo il ministro della Difesa e il presidente del consiglio per aver raccolto i nostri appelli, ma il nostro grazie piú sentito va a quei parlamentari che si sono fatti portavoce delle nostre istanze in Parlamento.
Il Darfur è diventato finalmente una priorità anche per il nostro Paese e siamo lieti di constatare che il provvedimento sia passato a stragrande maggioranza".

Intanto, Unamid ha annunciato che entro marzo arriveranno in Darfur truppe da Egitto, Sudafrica, Senegal e Bangladesh, mentre nei mesi successivi altre forze verranno messe a disposizione da Nepal, Nigeria, Egitto ed Etiopia. Anche la Tanzania ha annunciato l'invio di un battaglione di fanteria di circa 900 uomini. Domenica scorsa, Unione africana, Onu e governo sudanese hanno tenuto un vertice ad Addis Abeba per discutere le modalità con cui accelerare il dispiegamento della forza di pace.
Al termine dell'incontro è stato firmato un memorandum di intesa tra Khartoum e Unamid che consente alla forza di pace di utilizzare le infrastrutture aeroportuali sudanesi per favorire il dispiegamento del contingente. Un ulteriore passo avanti fatto da Khartoum dopo il via libera concesso l'agosto scorso al sorvolo notturno nella regione.

Tuttavia, il portavoce Onu Noureddine al Mezni ha sottolineato domenica scorsa la necessità di arrivare a un accordo di pace nella regione. "Naturalmente possiamo avere 26.000 militari sul terreno, ma abbiamo bisogno di pace e questa puó arrivare solo da un processo politico di pace - ha detto - ora non c'è pace da mantenere".

Sim/Coa

221516 jan 09GMT

Quello che segue è il comunicato integrale inviato alla stampa e ripresp dalle agenzie

Italians for Darfur: vinta una sfida, il Darfur priorità anche per Italia
“Con l’approvazione da parte dell’assemblea di Montecitorio del decreto di proroga delle missioni internazionali la Camera ha dato il via libera anche alla partecipazione dell’Italia all’Unamid, intervento di peacekeeping in Darfur”.
“E’ stata autorizzata, a decorrere dal 1o gennaio 2009 e fino al 30 giugno 2009 - sottolinea Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, organizzazione che da anni si batte per i diritti umani in Darfur e che ha più volte richiesto l’impegno del governo nei confronti della crisi umanitaria nella regione sudanese - la spesa di 5.573.720 per concorrere alle azioni necessarie a garantire il ristabilimento della pace nel Darfur, la protezione della popolazione civile e la prosecuzione delle attività di assistenza umanitaria. Il contributo italiano sarà concentrato sul trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per lo schieramento definitivo dei contingenti militari stranieri che partecipano alla missione”.
“Questo voto rappresenta per Italians for Darfur – prosegue la nota –una importante vittoria per la nostra associazione. Ringraziamo il ministro della Difesa e il presidente del consiglio di avere raccolto i nostri appelli, ma il nostro grazie più sentito va a quei parlamentari che si sono fatti portavoce delle nostre istanze in Parlamento.
“Il Darfur è diventato finalmente una priorità anche per il nostro Paese – conclude il presidente di Italians for Darfur - e siamo lieti di constatare che il provvedimento sia passato a stragrande maggioranza. Un voto trasversale che fa ben sperare anche per il passaggio per l’approvazione definitiva al Senato”.

Roma, 22 gennaio 2009

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sabato, giugno 28, 2008

Italia - Sudan: in aumento gli scambi commerciali. Rapporto 2007 dell' Istituto Nazionale per il Commercio Estero.

Prinicipali importazioni italiane dal Sudan
Fonte: ISTAT, tratto da Rapporto 2007 dell'Istituto nazionale per il Commercio Estero

Si legge dal Rapporto 2007 dell'Istituto Nazionale per il Comemrcio Estero (ICE): "Per quel che riguarda le importazioni, dall’analisi dei dati dell’interscambio gennaio-maggio 2007 rispetto allo stesso periodo del 2006, si registra un incremento della domanda dei prodotti petroliferi (circa 9,8 milioni di euro) che incrementa il valore del 90% (periodo gennaio-maggio 2007) portando il dato da 7,1 a 13,5 milioni di euro. Si registra inoltre l’incremento di circa il 40% dei prodotti in cuoio importati (€ 1 milione) e dei prodotti agricoli del 13% (1,6 milioni di euro). In generale l’interscambio ha subito un incremento del 10% che in termini di volume e’ pari a 86,5 milioni di dollari".

Tra le aziende italiane più importanti in Sudan si conferma la APS. "Il Progetto relativo a 6 stazioni di pompaggio di olio grezzo eseguito da APS e completato nel 2005 ha consentito di assegnare all'industria italiana ordinativi per oltre 60 Milioni di USD. Per inciso, queste stazioni di pompaggio hanno consentito nel 2005 l'esportazione di 220.000 barili di greggio al giorno e questa capacita’ sarà portata a breve a 350.000 barili al giorno".
"Recentemente, L’APS, con il progetto Port Sudan Refinery (Basic Design fatto dalla stessa) che è finito a dicembre scorso come da contratto, hanno ordinato materiali di lunga consegna per un totale di 200 milioni di dollari , di cui il 50% a fornitori Italiani."
Una nuova azienda italiana opera da poco in Sudan, la Drillmec: "gruppo Trevi, ha firmato la costituzione di una impresa mista per l’assemblaggio in loco di macchinari, montati su camion, per la perforazione del suolo per la ricerca sia di acqua che di petrolio."

"Il principale partner commerciale che nel primo trimestre del 2007 ha assorbito la maggior parte delle esportazioni del Sudan e’ stata la Cina per il 90% seguono con il 10% i Paesi Arabi (Emirati, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita). Le principali importazioni a loro volta provengono dalla Cina (30%), Arabia Saudita (16%),India (10%), Giappone e Turchia (5%). La Cina si colloca al primo posto tra i partner commerciali del Sudan, e si distingue soprattutto per il ruolo da protagonista svolto nel settore dello sfruttamento petrolifero in Sudan. I primi investitori diretti rimangono invece i PAesi Arabi, seguiti da Turchia e Cina."

Leggi anche: Export italiano aumentato di oltre l' 80% dall'inizio del massacro in Darfur

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mercoledì, agosto 01, 2007

D'Alema: Darfur, escludo presenza italiana

La notizia è stata data in anteprima da Tgcom: il nostro Ministro degli Esteri dice che in giro per il mondo ci sono troppi soldati italiani per pensare a presenze in Darfur.
L'argomentazione è comprensibile, ma lascia comunque l'amaro in bocca, anche alla luce dei tanti sforzi che avevano fatto il Senato e la Camera.
E' però lecito attendersi qualcosa d'importante nelle direzioni indicate dal ministro: umanitaria, della sicurezza e politico.

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domenica, luglio 22, 2007

Un piano per il Darfur

Pubblichiamo una traduzione ampia ma non integrale dell'intervento tenuto il 21 giugno da Andrew Stroehlein, Media Director di International Crisis Group e blogger, alla Commissione esteri della Camera dei Deputati. L'audio dell'incontro è qui [L.S.]

La crisi del Dafur non è solo un’agonia sul territorio, ma sta diventando anche una crisi della volontà internazionale.

Dopo più di quattro anni dall’esplosione del conflitto darfuriano, la situazione nel Sudan occidentale resta difficile. Nonostante a parole siano bendisposti ad un accordo di pace, il governo e le fazioni ribelli s’impegnano nella soluzione militare. La dimensione della crisi quasi sorpassa la nostra capacità di descriverla (…): la zona del disastro si sta espandendo ai confinanti Chad e Repubblica Centroafricana. (…)
Una delle principali ragioni del fallimento degli sforzi internazionali è stata la mancanza d’un comune approccio e strategia. Gli Stati Uniti chiedono pressione sul Sudan, mentre la Cina, che lì ha interessi economici e petroliferi, difende quel governo. Recentemente la Cina ha nominato Liu Guijin inviato speciale in Darfur, mostrando verso il Darfur interesse in un impegno politico che è tutto da verificare.
Khartoum usa le divisioni internazionali per allontanare la pressione. La recente promessa di accettare una forza di pace ibrida, africana e delle Nazioni unite, va trattata con profondo scetticismo: non hanno accettato null’altro che non avessero già accettato nel 2006.

Crisis Group ritiene che la comunità internazionale dovrebbe concordare un approccio in Sudan con tre obiettivi:
1) rendere prioritario il processo politico in Darfur;
2) rifocalizzare l’attenzione sull’accordo di pace del 2005;
3) attivare sanzioni punitive.


1) Rendere prioritario il processo politico in Darfur


Nel maggio 2006 fu firmato il DPA, Darfur Peace Agreement, in Abuja. I ribelli dello SLA si sono frammentati in numerose nuove fazioni dopo che il Segretario generale SLA, Minna Minawi, ha firmato l’accordo rifiutato dal Presidente SLA Abdel Wahid el Nur.
Il partito al governo, NCP (National Congress Party) continua a perseguire una strategia di tipo “divide et impera”, frammentando i ribelli corrompendo comandanti, armando selettivamente singole etnie o imponendo leadership tribali all’interno di più ampi gruppi di ribelli.
Crediamo sia necessario agire sui seguenti punti:
- unificare i movimenti dei ribelli; (…)
- ampliare la partecipazione a trattative future; (…)
- rinforzare la struttura dei negoziati. (…)
Considerando la complessità della situazione e l’elevato numero di attori già sulla scena, raccomandiamo la creazione di un limitato gruppo internazionale di mediazione, comprendente Cina, Nazioni Unite, Francia, Norvegia, Lega Araba, Chad e Eritrea.


2) Rifocalizzare l’attenzione sull’accordo di pace del 2005

Il Compehensive Peace Agreement (CPA) del gennaio 2005 ha messo fine 21 guerre civili in cui oltre 2 milioni di persone sono morte e oltre 4 milioni sfollate. Ha segnato una grande vittoria della diplomazia locale ed internazionale. Tuttavia, dopo meno di 30 mesi è in difficoltà e la comunità internazionale si è pericolosamente disimpegnata.
Il CPA è fondamentale per la pace tra nord e sud (…): a differenza del DPA è già inglobato nella Costituzione e comprende ampie riforme del governo, fin ad un processo di democratizzazione culminante nelle elezioni nazionali del 2009.
Se completamente implementato, il CPA (…) si farebbe carico delle rimostranze dei sudanesi in Darfur, Sudan dell’est, Sudan del sud, Kordofan e nel nord.
Queste riforme porterebbero ad una giusta rappresentanza di tutti questi popoli nelle istituzioni del governo nazionale, nella trasparenza fiscale e finanziaria nei trasferimenti dal governo centrale verso le singole aree. Tuttavia queste ed altre misure sono sistematicamente ignorate o manipolate dall’NCP.

Inoltre la mancata implementazione del CPA manda ai darfuriani il segnale di non fidarsi di questo governo. (…)
La Comunità internazionale deve urgentemente reimpegnarsi sul CPA.


3) Attivare sanzioni punitive

I quattro anni finora passati hanno dimostrato molto chiaramente la necessità di reale pressione sulle parti, principalmente sul governo guidato dall’NCP, perché renda conto del suo impegno nel CPA e in Darfur. Nonostante la promessa di disarmare gli alleati janjaweed o di arrestare i bombardamenti aerei in Darfur, Khartoum ha continuato a perseguire la stessa esatta politica, con ben piccolo ascolto della comunità internazionale.

Khartoum deve essere messa davanti ad un costo reale delle continue violazioni dei suoi ripetuti impegni e alla continuazione di una strategia militare. Se forte e credibile, le corrette misure punitive possono grandemente influenzare l’NCP. L’estensione delle sanzioni degli USA, recentemente annunciata, è troppo unilaterale per ottenere l’effetto desiderato. Deve agire anche l’Unione europea.

L’UE deve imporre divieti d’ingresso e bloccare le proprietà di tutti gli individui nominati nei report della Commissione d’inchiesta e del Gruppo di esperti degli USA. I ministri degli esteri che s’incontrano al Gaerc (General Affairs and External Relations Council) in luglio dovrebbero considerare misure sui flussi di denaro provenienti dal settore petrolifero sudanese e da investimenti esteri, così come forniture di beni o servizi a questi settori e a quelli associati.
Dovrebbero inoltre autorizzare un’indagine giudiziaria dei conti offshore collegati ad attività sudanesi e l’NCP di Khartoum, come premessa per sanzioni alle entità commerciali del regime – la principale modalità di finanziamento delle locali milizie Janjaweed che hanno fatto così tanti danni in Darfur.

(…)

Oltre a ciò che può essere fatto al livello europeo, l’Italia ha una particolare responsabilità in Darfur, in quanto quest’anno è stata presidente del Comitato per le Sanzioni al Sudan delle Nazioni Unite. Nei due anni della sua esistenza, questo comitato non è riuscito a fare alcuna pressione sulle parti in conflitto. Nonostante la gran mole di prove a disposizione, i membri del Comitato non sono riusciti a trovare accordo neanche su quattro individui sui quali attivare sanzioni.

L’Italia ha assunto la presidenza della commissione cinque mesi fa e dovrebbe usare questa importante posizione per aumentare la rilevanza del lavoro del comitato. E’ particolarmente importante alla luce dell’inazione sulle violazioni dell’embargo delle armi in Darfur e di altri passi verso la pace, da parte del governo e dei ribelli.
Per esempio il presidente potrebbe fare una visita di alto livello in Darfur per sottolineare le preoccupazioni internazionali. Potrebbe anche invitare a parlare Antonio Cassese, capo della commissione d’indagine per il Darfur nel 2005 ed anche altri.
Potrebbe usare il mandato della commissione, che prevede un report al Segretario Generale delle NU “almeno ogni 90 giorni” per mettere pressione e sostenere la volontà politica verso azioni serie.


Conclusioni: servono metriche di valutazione

Senza una reale pressione per punirne il mancato rispetto il CPA continuerà a restare nell’ombra, la guerra probabilmente continuerà in Darfur e probabilmente tornerà ad estendersi all’intero Sudan.

(…) Oltre agli sforzi già in corso, bisogna cercare di porre future misure punitive direttamente nella strategia. L'’E dovrebbe impegnarsi con i principali attori in Sudan; UN e AU, Cina, Malesia, India, Russia, US e stati della Lega Araba e dell’Africa, dovrebbero sviluppare una lista comune di attività misurabili su CPA e Dafur a scadenza 3, 6, 12 e 24 mesi.
L’accordo per ciascuna delle azioni da richiedere (…) dovrebbe essere completo di ciò che accadrà se l’impegno non verrà rispettato.

(…) Il crescente desiderio della Cina d’impegnarsi con Khartoum sul Darfur crea un’opportunità per questo tipo di discussione, sebbene sfortunatamente Pechino non sarà presente al meeting sul Darfur che si svolgerà a Parigi la prossima settimana.

(…) Il mondo deve cambiare il suo approccio al Darfur (…). Maggior cooperazione internazionale sul Sudan è il più breve percorso per raggiungere l’obiettivo.

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